Lo splendore della vittoria franzese fu oscurato dal furore del sacco. Molti fra i repubblicani, non perdonando nè a cosa sacra, nè a profana, riempivano i paesi di terrori e di fughe. Queste enormità, che tanto contaminavano il nome di Francia, abbominavano molti generali, abbominavano i soldati buoni; ma quelli non potevano impedirle coi comandamenti, nè questi con l'esempio. Serrurier, Chambarlac, Maugras, Laharpe ne mossero gravissime lagnanze, e tanto si concitarono, che, per non più vedere e dover comportare sì abbominevoli eccessi, chiedean licenza a Buonaparte generale di potersene ire; soprattutto esclamavano contro gli scellerati amministratori, che ridotti avevano i soldati dell'italica oste od a farsi ladri ed assassini od a morir di fame.

Seguitando la narrazione dei fatti, dopo la vittoria di Magliano, insistendo velocemente Buonaparte nei prosperi successi, era venuto a capo del suo pensiero di separare gli Austriaci dai Piemontesi; nel che tanto più facilmente riuscì, che nè Beaulieu si curò molto di starsene unito a Colli, nè Colli a Beaulieu, perchè alcuni semi di discordia già erano prima dei raccontati fatti tra di lor sorti, e, come suole accadere nelle disgrazie, gli Austriaci accusavano i Piemontesi di non avergli aiutati, i Piemontesi davano il medesimo carico agli Austriaci. Finalmente premeva più a Beaulieu l'accorrere alla difesa del Milanese, a Colli a quella del Piemonte. Di questa dissidenza dei capi accortosi Buonaparte, quantunque gli fosse stato ingiunto di perseguitar piuttosto gli Austriaci che i Piemontesi, si risolveva serrarsi addosso agli ultimi, sperando di costringere fra breve il re di Sardegna alla pace, per voltarsi poscia, assicuratosi alle spalle, con maggiore speranza di vittoria alla conquista della Lombardia. Voltò adunque il capitano di Francia del tutto i pensieri a voler vedere quello che fosse per partorire in Piemonte la presenza dei repubblicani. Due erano i modi che voleva usare; la forza, con perseguitar da vicino co' suoi soldati vittoriosi le reliquie delle truppe reali; l'astuzia, col tentar di far muovere i popoli con le parole di libertà contra l'autorità del re. A questo era disposto per sè e comandato dal direttorio, che tentasse per ogni mezzo di dare spirito ai novatori, e tanto più ciò facesse quanto più si ostinasse il Piemonte a voler perseverare nella sua congiunzione con la lega e nella guerra. Adunque ordinato ogni cosa, e collocato un grosso corpo nei contorni del Dego per appostar gli Austriaci, acciocchè non tentassero nulla a suo pregiudizio, si avviava verso Ceva, contro cui aveva già mandato con molte forze Augereau e Serrurier.

Erasi Colli, dopo l'infelice successo della giornata di Maglioni, e dopo che pel fatto di Cosseria era stato obbligato di lasciar al nemico la possessione di Montezemo, ridotto coi Piemontesi nel campo trincerato che per difesa della fortezza di Ceva era stato ordinato alla Pedagiera ed alla Testa-nera, sito che signoreggia la fortezza. Assaltò Buonaparte impetuosamente questo campo; gli fu anche virilmente risposto; durò la battaglia molte ore con molto sangue da ambe le parti, nè vi fu modo di far piegare i regii che, con valore difendendosi, respingevano costantemente il nemico. Succedeva questa fazione il 16 aprile. Pernottarono repubblicani e regii ai luoghi loro; ma il giorno seguente, ingrossatisi molto i primi, rinfrescarono l'assalto più forte di prima, nel quale, sebbene animosamente si difendessero i regii, temendo Colli di essere spuntato da' lati, lasciato un grosso presidio nella fortezza, ritraeva le genti, con andar ad alloggiarle in sito molto opportuno là dove la Cursaglia mette nel Tanaro. Occuparono, fatta questa ritirata, i repubblicani subitamente la città di Ceva, nè così tosto l'occuparono che vi fecero grosse tolte di pane, e posero taglie di denaro. Attaccarono i repubblicani superiori di numero l'esercito regio ne' campi della Niella e di San Michele, ma non poterono sloggiarlo, pel duro contrasto che vi fece. Al 20 massimamente si combattè con molto sangue: pure stettero fermi alla pruova i Piemontesi per modo che Serrurier si ritirava assai malconcio e disordinato. In fine quel valoroso Massena, il quale, nato suddito del re, più di tutti operò per abbattere la sua potenza, passato, la notte del 21, il Tanaro a guado presso Ceva, aveva occupato Lesegno. Dall'altra parte Guyeu e Fiorella, essendosi fatti padroni del ponte della Torre, mettevano Colli in pericolo di essere circondato da' repubblicani alle spalle: il che avrebbe condotto quell'esercito, ultima speranza della monarchia piemontese, ad una estrema rovina. Per lo che, levato il campo occultamente alle due della notte, e conducendo seco tutte le artiglierie e le bagaglie, si incamminava frettolosamente, ma ordinatamente, alla volta di Mondovì. Il seguitarono velocemente i repubblicani, ed il raggiunsero a Vico, dove allo spuntar del giorno seguì la battaglia che i Franzesi chiamano di Mondovì. Ma non fu battaglia giusta, che intento di Colli non era di darla, ma solo di ritardar tanto il perseguitante nemico che potesse condur in salvo le artiglierie ed il bagaglio, come potè conseguire, mettendo ne' luoghi sicuri dietro l'Ellero ed il Pesio le armi grosse e tutti gl'impedimenti. Ritirossi poscia in un forte alloggiamento oltre la Stura, con Cuneo alla destra e Cherasco alla stanca. In tale modo un umile fiume, un esercito valoroso, ma vinto, e due piazze, una forte, l'altra debole, restavano soli impedimenti a' Franzesi, onde non inondassero tutto il Piemonte, e non sventolassero le insegne repubblicane sotto le mura della città capitale di Torino.

L'audace Buonaparte, non contento se prima non avesse rotto ogni resistenza, usava l'estrema forza e l'estrema astuzia. Minacciava dall'un canto di varcar la Stura, dall'altro impadronitosi d'Alba per mezzo di Laharpe, città posta sulla riva del Tanaro sotto la foce della Stura, era in grado di passare il primo di questi fiumi e di correre alle spalle de' Piemontesi. Oltre di questo, per rizzare a spavento del governo una prima bandiera di ribellione, aveva operato, e l'ottenne anche facilmente, che alcuni abitatori di Alba, instigati principalmente da Bonafons, fuoruscito piemontese venuto coi repubblicani, ed a cui erasi accostato un Ranza, uomo dabbene, nè senza lettere, ma cervello disordinato, facessero un movimento contro l'autorità regia, mandando fuori bandi di volersi costituire in repubblica. Nè contenti a questo Bonafons e Ranza, procedendo immoderatamente, mandavano altri bandi repubblicani al clero del Piemonte e della Lombardia, siccome pure ai soldati Napolitani e Piemontesi. Adunque, e per questi romori, e per esser padrone il nemico del passo del Tanaro in Alba, e per essere Cherasco in sè stesso poco difendevole, temendo Colli di essere assaltato alle spalle, lasciato Cherasco, si ritraeva, per sicurezza di Torino, alle stanze di Carignano.

Ora era giunto il re di Sardegna a quell'estremo punto, in cui o far doveva una risoluzione magnanima, o sottoporre il collo ad un nemico insolente e ad un governo disordinato e del tutto diverso dal suo. Adunossi in tanto precipizio di cose il consiglio, al quale assistettero il re ed i principi reali, con tutti i ministri dello Stato. Drake, ministro d'Inghilterra a Genova, trasferitosi a Torino, ed il marchese Gherardini, ministro d'Austria, temendo che in agitazione sì grave il re fosse per separare i suoi consigli da quei della lega, e desiderando sommamente di interrompere questa cosa, non avevano mancato all'uffizio loro, con tenerlo continuamente sollecitato, perchè voltasse il viso alla fortuna e stesse in fede, molte e molte cose rappresentandogli, e conchiudendo, considerasse bene quanto da lui richiedessero Italia ed Europa, nè consentisse che in lui più potesse un romor repentino che i veri interessi del suo reame. Dimostravasi Vittorio Amedeo costantissimo a voler continuare nella fede data: difenderebbe Torino sino all'ultimo, o andrebbe ramingo, se così fortuna volesse, non consentirebbe a pace con un nemico odiosissimo. Il secondava nella medesima sentenza il principe di Piemonte, nel quale, come primogenito regio, doveva pervenire il regno, non per motivi di Stato soltanto, ma sì ancora di religione, parendogli, come a principe religiosissimo, troppo abbominevole aver per amici coloro che stimava eretici e nemici di Dio; temeva la propagazione de' principii loro anche in Piemonte, ed abborriva una pace ancor più rea verso gli uomini. Ma dal cardinale Costa, arcivescovo di Torino, personaggio, nel quale risplendevano ingegno, dottrina ed amor singolare di lettere e di letterati, fu ragionato in contrario, «essere il pericolo della ribellione imminente, la necessità più forte della fede; il cacciare i Franzesi dal Piemonte del tutto impossibile; meglio avergli amici che nemici; ponendo anche l'Austria di eguale potenza della Francia, esser questa vicina, quella lontana; riuscir più facile ai Franzesi l'invadere il Piemonte, che agli Austriaci il preservarlo; potere l'Austria, come lontana, perseverare nella guerra; dovere il Piemonte pensare ai casi suoi; nella supposizione favorevole diventerebbe il Piemonte campo di guerra, pieno di ruberie, di devastazioni e di uccisioni; e se già a mala pena si poteva resistere a' Franzesi, come si sarebbe potuto resistere ai Franzesi stessi ed ai sudditi tumultuanti a perdizione del regno?.... Sperar la guerra tanto felice ch'ella reintegrasse il re delle perdute Savoia e Nizza per la forza dell'armi, esser piuttosto fola da infermi che argomento d'uomini ragionevoli; all'incontro potere i Franzesi, dal canto de' quali allora stava la probabilità della vittoria, e volere ed offerire nel conquistato Milanese grassi ed adequati compensi: sì certamente essere infido quel franzese governo, ma poter tendere maggiori insidie in guerra che in pace, perchè la guerra fa le insidie lecite, la pace le fa infami; variare consiglio il savio al variare degli eventi, e poichè la fortuna aveva addotto un accidente, non che straordinario, maraviglioso, doversi anche fare una risoluzione straordinaria. Loderebbonla gli uomini prudenti, benedirebbonla i sudditi fatti immuni dalle esorbitanze incomportevoli della guerra; assai e pur troppo essersi fatto per mantenere la fede promessa; dimostrarlo il sangue sparso, dimostrarlo le innumerevoli morti, dimostrarlo le desolate campagne assai essersi soddisfatto all'onore, ora doversi soddisfare all'esistenza.»

A questa sentenza del consigliar la pace era stato tirato l'arcivescovo per lume proprio e per un conforto dell'avvocato Prina, Navarese, quel medesimo che, d'ingegno acutissimo, d'animo duro, e bel parlatore e maestro singolare del comandare, piacque poi tanto per infelice suo destino a Buonaparte. Il favellare di un uomo tanto grave e tanto pratico delle cose del mondo, qual era il cardinale Costa, commosse tanto e sì maravigliosamente gli animi degli ascoltanti, che fu fatta quella risoluzione che, sottraendo la monarchia piemontese da una dipendenza verso l'Austria, la fece vera e reale serva della Francia. Allora veramente, e non più tardi, perì il reame di Sardegna, allora, e non più tardi, perì la monarchia piemontese.

Spedironsi pertanto a fretta verso Genova il conte Revello ed il cavaliere Tonso, con mandato di negoziar della pace con Faipoult, ministro della repubblica franzese. Al tempo medesimo fu fatto mandato a Colli di domandare, ed al conte Delatour e marchese della Costa di accordare una sospensione di offese col generale repubblicano; ma non avendo Faipoult facoltà di negoziare, i commissarii s'incamminarono tostamente alla volta di Parigi, affine di stabilire la pace e l'amicizia con la repubblica. Intanto scrittosi da Colli a Buonaparte si sospendessero le offese, rispose nè potere nè volere, se prima non gli si davano due delle tre fortezze di Cuneo, di Alessandria e di Tortona. Consentiva il re per la prima e per l'ultima, e di più per Ceva, che, oppugnata gagliardamente, con ugual gagliarda si difendeva. Adunque l'estremo momento essendo giunto, in cui l'antichissima monarchia de' Piemontesi doveva, cessando d'esser padrona di sè medesima, cadere in servaggio altrui, fu accordata in Cherasco la tregua tra Buonaparte dall'un lato, Latour e della Costa dall'altro, con questo che i repubblicani occupassero Cuneo il dì 28 aprile, Tortona non più tardi del 30, la fortezza di Ceva subito dopo gli accordi; restassero i Franzesi in possesso dei paesi conquistati oltre la Stura ed il Tanaro; fosse fatto facoltà ai corrieri di passare pel Cenisio per a Parigi; comprendessersi nella tregua i soldati dell'imperadore che erano ai soldi del Piemonte; durasse sino a cinque giorni dopo la conclusione dei negoziati di Parigi. Siccome poi Buonaparte tesseva un grande inganno a Beaulieu per farsi comodo il passo del Po, così stipulava che l'esercito di Francia potesse passare il fiume sopra Valenza. Queste furono le tristi condizioni della tregua, alle quali succedettero poco stante le condizioni più tristi ancor della pace.

A tale accordo si rallegrarono i novatori, s'avvilirono i ligii, si scoraggiano i leali, si spaventarono i popoli, si sdegnarono i soldati; spaventossene l'Italia, maravigliaronsene i potentati d'Europa. Volle anzi in questo la fortuna, solita ad addurre casi strani, che le novelle della debolezza del governo regio, che tanto disordinava le cose comuni, spedite con grandissima celerità a Pietroburgo, vi arrivassero prima della circolare scritta dal re, per cui affermava la sua costanza di voler perseverare nella guerra essere inconcussa; delle quali novelle non sapendo l'agente di Sardegna, visitava il conte Ostermann, ministro degli affari esteri dell'imperatrice Caterina, la circolare rappresentandogli, la quale leggendo Ostermann, dava segni di maraviglia, di dispetto e di sdegno, servendosi anche, parlando del re, di parole che non voglionsi riportare. La somma fu, che squadernò in viso all'agente lo spaccio che conteneva le novelle della tregua, sdegnosamente dicendo che i confederati sapevano ottimamente che la fortuna della guerra avrebbe potuto portare che i Franzesi penetrassero in Piemonte; che non ostante avevano confidato che il re, ad imitazione dei gloriosi suoi antenati, serbando la medesima costanza, avrebbe loro osservato le cose promesse; che la lega non avrebbe pretermesso di soccorrerlo; che finalmente, se avessero i confederati potuto credere che a un primo impeto ei fosse per mancar d'animo e per posar le armi, avrebbero fatto altri pensieri, e provveduto in altra guisa alla sicurezza ed agl'interessi degli Stati loro.

Infatti non si vede quale sì inevitabile necessità dovesse condurre il governo regio ad una risoluzione tanto pregiudizievole e tanto inonorata. Di quello poi che fosse a farsi in così grave frangente testimonio irrefregabile è Buonaparte medesimo, che soleva dire che se il re di Sardegna gli avesse tenuto il fermo solamente quindici giorni, ei sarebbe stato costretto a rivarcar i monti per ritornarsene là dond'era venuto. Mancò adunque il governo regio a sè medesimo, non mancarono i popoli, e manco i soldati al governo; e se Vittorio Amedeo II, già signori i Franzesi di quasi tutto il Piemonte, e già oppugnanti con ottanta mila soldati, fornitissimi di cavalleria e di grosse artiglierie, la capitale del regno, non disperò delle sue sorti; anzi finalmente con una subita e gloriosa vittoria ricuperò lo Stato; stupiranno i posteri che Vittorio Amedeo III, intero ancora lo Stato suo in Italia, intere le fortezze, intero l'esercito al primo romoreggiare d'un quaranta mila Franzesi, difettosi di artiglierie, massime grosse, difettosi di cavalleria, senza denaro per pagare, nè magazzini per pascere i soldati, si sia sbigottito nell'animo e dato subitamente in preda a coloro che con una pace a lui pregiudizievole non altro fine avevano se non di costringere l'Austria ad una pace utile a loro.

Avendo adunque fermate le armi col re, acconce le condizioni del Piemonte e posto in sua balia quel primo Stato d'Italia, il che gli alleggeriva il bisogno di tenersi truppe alle spalle, innalzava Buonaparte l'animo ad imprese più grandi; e perchè l'esercito non gli mancasse sotto, mandava fuori un bando che merita di essere attentamente considerato per rilevar l'indole del nuovo capitano di Francia: «Ecco, diceva, o soldati, che in quindici giorni avete vinto sei battaglie, preso trenta stendardi, cinquantacinque cannoni, parecchie fortezze, quindici mila prigioni; avete ucciso dieci mila nemici, conquistato la parte più ricca del Piemonte, vinto battaglie senza cannoni, varcato fiumi senza ponti, marciato viaggi senza scarpe, passato notti senza tetti, sostenuto giorni senza pane. Le falangi repubblicane, i soldati soli della libertà capaci sono di sì virili sopportazioni; rendevi la patria grazie dell'acquistata prosperità; vincitori di Tolone, le vittorie del 93 presagiste; vincitori delle Alpi, più fortunate guerre presagiste; non più fra sterili rupi, non più fra monti inaccessibili, ma nella ricca Italia avrete a far guerra; ecco che gli eserciti, che testè vi assalivano con audacia, fuggono con terrore al cospetto vostro; ecco trepidar coloro che si facevano beffe della miseria vostra; ma se avete operato cose grandi, restanvene maggiori a compire. Non ancor sono Roma e Milano in poter vostro, ancora insultano alle ceneri dei vincitori dei Tarquinii gli assassini di Basseville; altre battaglie avete a vincere, altre città ad espugnare, altri fiumi a varcare; forse alcuno di voi si ritragge? Forse sulle cime dei superati monti ama tornarsene per esser quivi di nuovo segno delle ingiurie di una soldatesca di schiavi? No, i vincitori di Montenotte, di Millesimo, di Digo e di Mondovì bramano tutti di portar più oltre la gloria del nome franzese; tutti vogliono una pace utile alla patria; tutti desiderano alle paterne mura tornarsene, tutti quivi con militare vanto dire: Ancor io mi fui dell'esercito conquistatore d'Italia. Promettovi, amici, ed a voi per ciò mi lego, che dell'Italia vittoria avrete; ma frenate, per mia fè, gli orribili saccheggi, sovvengavi che siete liberatori del popolo, non flagello; non contaminate con la licenza le vittorie nè il nome vostro; non contaminate la fama dei fratelli morti nelle battaglie. Io sarò freno a tanto vituperio; vergognereimi al reggere un esercito indisciplinato; ogni scellerato soldato, che con gli oltraggi e col ladroneccio oscurerà lo splendore dei vostri fatti, fia da me, senza remissione alcuna, dato a morte.»