Non ci fermeremo a narrare il tenore di questa tremenda esecuzione. Nel giorno 23, nella susseguente notte, nel dì 24, le soldatesche, avventate di natura ed irritate alla morte dei compagni, non si ristavano, e vi commisero opere non solo nefande in pace, ma ancora nefande in guerra. Erano in pericolo le masserizie, erano le persone; e le persone quanto più dilicate ed intemerate, tanto più appetite ed oltraggiate dagli sfrenati saccheggiatori. Tal era l'universale dei soldati; ma non sono da dimenticare i pietosi ufficii fatti da molti soldati franzesi in mezzo alla confusione sì fiera e sì orribile. Non pochi furono visti che, abborrendo dalla licenza data da Buonaparte, serbarono le mani immuni dall'avaro saccheggiare, altri, più oltre procedendo, fecero scudo delle persone loro ai miserandi uomini ed alle miserande donne, chiamati a preda od a vituperio dai compagni loro; sì che sorsero risse sanguinose fra gli uni e gli altri in sì strana contesa, pietosa ad un tempo e scellerata. Quali si affaticavano per rinsensare le donne svenute, e riconfortarle; quali anche, vinti dalla compassione, tornavano indietro a far la restituzione delle rapite suppellettili. Nè si dee passare sotto silenzio che se si fece ingiuria alle robe ed alla continenza, non si pose però mano al sangue. Parte anche essenziale di questo fatto fu l'immunità data alle case dell'università, che pur avevano molti capi di pregio anche per soldati. Questo benigno riguardo si ebbe per comandamento dei capi. Più mirabile fu ancora la temperanza de' capitani subalterni, ed anche dei gregarii medesimi, che portando rispetto al nome di Spallanzani e di altri professori di grido, si astennero, o pregati leggiermente od anche non pregati, dal por mano nelle robe loro. Tanto è potente il nome di scienza e di virtù anche negli uomini dati all'armi ed al sangue.

Finalmente il mezzodì del giorno 26, siccome era stato ordinato da Buonaparte, pose fine al sacco. Contento il vincitore a quel che aveva fatto, non incrudelì di soverchio contro i presi colle armi in mano ancora grondanti di sangue franzese: uno solo fu fatto passare per l'armi in sul primo fervore in Pavia; poi altri tre, che, portati all'ospedale, già vi stavano, per le ferite avute, col mal di morte. Calaronsi dai campanili le campane, disarmaronsi le popolazioni, ordinossi che la prima terra che strepitasse, sacco, ferro e fuoco avrebbe.

Buonaparte, passato il moto di Pavia, che aveva interrotto i suoi pensieri, s'indirizzava di nuovo a colorire gli ultimi suoi disegni sulla riva sinistra del Mincio, per guisa che, essendo padrone dei ponti di Rivalta, di Goito e di Borghetto, aveva facilmente accesso sulla destra. Ora si avvicinavano gli estremi tempi della repubblica veneziana. La tempesta di guerra, stata finora lontana da' suoi territorii, doveva tra breve scagliarvisi, e due nemici adiratissimi l'uno contro l'altro erano pronti a combattervi battaglie, che ogni cosa presagiva aver a riuscir ostinate e micidiali. Vedeva il senato che la terra ferma, quieta allora da ogni perturbazione, sarebbe presto divenuta sedia di guerra, perchè sapeva che i Franzesi si erano risoluti d'andar ad assalire il loro nemico dovunque il trovassero, e che ambe le parti avendo a combattere fra di loro, avrebbero l'una e l'altra per primo pensiero di procacciarsi i proprii vantaggi anche a pregiudizio della neutralità veneziana.

Non avevano pretermesso i pubblici rappresentanti di Brescia e di Bergamo d'informare diligentemente il governo di quanto accadeva sui confini, e del pericolo che ogni giorno si faceva più grave; ma le instanze loro restarono senza frutto, perchè ed il tempo mancava ed i partigiani della neutralità disarmata tuttavia prevalevano nelle consulte della repubblica. Ma stringendo ora il tempo, e desiderando il senato che in un caso di tanta, anzi di totale importanza le cose di terraferma fossero rette con unità di consigli, aveva tratto a provveditor generale in essa Nicolò Foscarini, stato ambasciadore a Costantinopoli, uomo amatore della sua patria e di sana mente, ma di poco animo, e certamente non atto a sostenere tanto peso; del che diè tosto segno, perchè nell'ingresso medesimo della sua carica già si mostrava pieno di spaventi e di pensieri sinistri. Diessi, come moderatore a Foscarini, il conte Rocco Sanfermo, con quale prudenza non si vede, perchè Sanfermo parteggiava piuttosto pei Franzesi, ed era in cattivo concetto presso i Tedeschi per essere stata la sua casa in Basilea il ritrovo comune dei ministri di Prussia, di Spagna e di Francia, quando negoziavano fra di loro la pace. Avuto così grave mandato, se ne veniva il provveditor generale a fermar le sue stanze in Verona vicina ai luoghi dove aveva primieramente a scoppiare quel nembo di guerra. L'accoglievano i Veronesi molto volentieri, e gli fecero allegrezze, considerando che la sua presenza avesse pure ad operar qualche frutto a salute loro. Ma non conoscevano i tempi; il senato medesimo non li conosceva; perchè l'operare in tanta sfrenatezza di principii politici, ed in un affare in cui dalle due parti vi andava tutta la fortuna dello Stato, che si sarebbe portato rispetto al retto ed all'onesto, e che un magistrato privo d'armi potesse fare alcun frutto, era fondamento del tutto vano.

Ripigliando ora il filo delle imprese di Buonaparte, era suo pensiero, per rompere le difese del Mincio, di dar sospetto a Beaulieu ch'egli volesse, correndo per la sponda occidentale del lago di Garda, occupare Riva, e quindi gettarsi a Roveredo, terra posta sulla strada che dall'Italia porta al Tirolo. Perlochè, passato l'Olio ed il Mela, poneva gli alloggiamenti in Brescia, donde ad arte faceva correre le sue genti più leggieri verso Desenzano; anzi, procedendo più oltre, mandava una grossa banda, condotta da Rusca, fino a Salò, terra a mezzo lago sulla sua destra sponda. Per nutrire vieppiù nel nemico la falsa credenza che sua sola intenzione fosse di sprolungarsi sulla sinistra per correre verso le parti superiori del lago col fine suddetto di mozzar la strada agli Austriaci per al Tirolo, aveva tirato sul centro e sulla destra le sue genti indietro per guisa che, invece di star minacciose sulla destra del Mincio, si erano fermate alcune miglia lontano dal fiume nelle terre di Montechiaro, Solfarino, Gafoldo e Mariana, e le teneva quiete negli alloggiamenti loro.

Era Brescia possessione dei Veneziani. Però volendo Buonaparte giustificare questo atto del tutto ostile verso la repubblica, perchè gli Austriaci avevano passato pei territorii veneti, ma non occupato le terre grosse e murate, mandava fuori da Brescia, il dì 29 maggio, un bando, promettitore, secondo il solito, di quello che non aveva in animo di attenere; tra le altre cose dicendo: passare i Franzesi per le terre della veneziana repubblica, ma non essere per dimenticare l'antica amicizia da cui erano le due repubbliche congiunte; non dovere il popolo avere timore alcuno; rispetterebbesi la religione, il governo, i costumi, le proprietà; pagherebbesi in contanti quanto fosse richiesto; pregare i magistrati ed i preti informassero di questi suoi sentimenti i popoli, affinchè una confidenza reciproca confermasse quell'amicizia che da sì lungo tempo aveva congiunto due nazioni fedeli nell'onore, fedeli nella vittoria.

Come Beaulieu ebbe avviso avere i repubblicani occupato Brescia, pose presidio in Peschiera, fortezza veneziana situata all'origine dell'emissario del lago di Garda; poichè temeva che Buonaparte non portasse più rispetto a Peschiera che a Brescia, ed era la prima, se fosse stata bene munita, principale difesa del passo del Mincio. Bene aveva il colonnello Carrera, comandante, rappresentato al provveditor generale la condizione della piazza, domandato soldati, armi e munizioni, avvertito il pericolo dell'indifesa fortezza in tanta vicinanza di soldati nemici. Ma Foscarini, che aveva più paura del difendersi che del non difendersi, aveva trasandato le domande del comandante. La quale eccessiva continenza gli fu poi acerbamente rimproverata da Buonaparte, il quale affermava che se il provveditor generale avesse mandato solamente due mila soldati da Verona a Peschiera, sarebbe stata la piazza preservata.

Occupatasi Peschiera dagli Alemanni, vi fecero a molta fretta quelle fortificazioni che per la brevità del tempo poterono. Intanto Buonaparte, sicuro di aver ingannato il nemico, si apparecchiava a mettere ad esecuzione il suo disegno, ch'era di sforzare il passo del Mincio a Borghetto. Non era stato il generale austriaco senza sospetto di ciò, quantunque, per le dimostrazioni del suo avversario, avesse ritirato parte dello sue genti ai luoghi superiori. Però aveva munito il ponte con le opportune difese, avendo ordinato che quattro mila soldati eletti si trincerassero sulla destra alla bocca del ponte, e che sulla sponda medesima diciotto centinaia di cavalli stessero pronti a spazzare all'intorno la campagna ed a calpestare chi s'accostasse. Il resto delle genti alloggiava sulla sinistra accosto al ponte per accorrere in aiuto della vanguardia, ove pericolasse. Muovevansi improvvisamente, la mattina del 29 maggio, i repubblicani da Castiglione, Capriana, Volta, e s'indirizzavano al ponte di Borghetto. Successe una battaglia forte, perchè gli Austriaci, già tante volte vinti, non si erano perduti d'animo, anzi, valorosamente combattendo, sostenevano l'impeto dei Franzesi. Restavano superiori sulla prima giunta, perchè, non essendo ancora arrivate tutte le genti di Francia, la vanguardia, che prima aveva ingaggiato la battaglia, cominciava a crollare e ritirarsi. Ma sopraggiungendo squadroni freschi, massimamente cavalli ed artiglierie, furono gli Austriaci risospinti, nè, potendo più resistere alla moltitudine che gli assaltava virilmente da tutte le parti, abbandonata del tutto la destra del fiume, si ricoveraron sulla sinistra, guastato un arco del ponte, perchè il nemico non li potesse seguitare. Ma erano le battaglie dei Franzesi di quei tempi più che d'uomini. Ed ecco veramente che il generale Gardanne, postosi a guida d'una mano di soldati coraggiosissimi, si metteva in fiume, non curando nè la profondità di esso, perciocchè l'acqua gli arrivava infino a mezzo petto, nè la tempesta delle palle che dall'opposta riva si scagliavano: già varcava ed alla sinistra sponda si avvicinava. A tanta audacia, il timore occupava gli Austriaci; si ricordarono del fatto di Lodi, rallentarono le difese, e fu fatto abilità ai repubblicani non solo di passare a guado, ma ancora di racconciare il ponte. La qual cosa diede la vittoria compiuta ai Franzesi; e, come l'ebbero, così l'usarono; perchè, avendo passato, si davano a perseguitar l'inimico, sì per romperlo intieramente e sì per impedire, se possibil fosse, che gittasse un presidio dentro Mantova, fortezza di tanta importanza. Ma Buonaparte, che sapeva bene e compiutamente far le cose sue, per tagliar la strada al nemico verso il Tirolo, aveva celeremente spedito Augereau contro Peschiera, comandandogli che s'impadronisse a qualunque costo della fortezza, e corresse a Caslelnuovo ed a Verona. Così, impossibilitati a ricoverarsi in Mantova ed a ritirarsi in Tirolo, gl'imperiali sarebbero stati in gravissimo pericolo. Beaulieu, che aveva pe' suoi corridori avuto avviso dell'intenzione del nemico, conoscendo che, poichè i repubblicani avevano passato il Mincio, non poteva più avere speranza di resistere, aveva del tutto applicato l'animo al ritirarsi ai passi forti del Tirolo; nè per lui si poteva indugiare, perchè il tempo stringeva. Laonde, introdotto in Mantova un presidio di dodici mila soldati con molte munizioni sì da bocca che da guerra, s'incamminava con presti passi alla volta di Verona. Gli convenne ancor fare, per dar tempo a' suoi di raccorsi, una testa grossa e sostenere una stretta battaglia tra Villeggio e Villafranca, sulla sponda di un canale largo e profondo che congiunge le acque del Mincio con quelle del Tartaro. Infatti, mentre si combatteva a riva del canale, Beaulieu faceva spacciare prestamente Peschiera e Castelnuovo, e, per tal modo, raccolto in uno tutto l'esercito, si difilava velocemente, avendo la notte interrotto la battaglia del canale, verso l'Adige: quindi, passato questo fiume a Verona, guadagnava i luoghi sicuri del Tirolo. Augereau trionfante e minaccioso entrava nell'abbandonata Peschiera.

Questa fu la conclusione della guerra fatta da Beaulieu in Italia, da cui si rende manifesto, che se le armi franzesi di tanto riuscirono superiori alle sue, debbesi, non a mancanza di valore ne' soldati dell'imperatore attribuire, ma bensì all'arte ed all'astuzia militare, per cui il giovine generale di Francia di sì gran lunga superò il vecchio generale d'Alemagna.

S'incominciavano intanto a manifestare i maligni segni di quel veleno che il direttorio e Buonaparte nutriano contro la repubblica di Venezia, meno forse per odio che per utile: il che per altro è più odioso. Due erano i principali fini a cui si tendeva: il primo che l'esercito acquistasse per sè tutti i mezzi di perseguitar l'inimico e d'impedire il suo ritorno; era il secondo di turbare lo stato quieto della repubblica veneziana, perchè pel presente si aprissero le occasioni di vivervi a discrezione, e per l'avvenire sorgessero pretesti di disporne a lor grado. All'uno e all'altro fine conduceva acconciamente l'occupazione di Verona, perchè il suo sito, dove sono tre ponti, è padrone del passo dell'Adige, ed è, a chi scende dall'Alpi Rezie, principale impedimento a superarsi. Da un'altra parte l'acquisto di una piazza tanto principale non poteva farsi da' Franzesi senza un grande sollevamento d'animi in quelle provincie.