Adunque al fine d'impossessarsi di Verona indrizzò Buonaparte, dopo la vittoria di Borghetto e la presa di Peschiera, i suoi pensieri; e però incominciò a levare un rumore grandissimo e ad imperversare, sclamando che Venezia, per aver dato ricovero nei suoi Stati al conte di Lilla, si era scoperta nemica alla Francia, e che l'aver lasciato occupare Peschiera dagl'imperiali dimostrava la parzialità del governo veneziano verso di loro. E così, tempestando e moltiplicando ognora più nello sdegno e nelle minacce, affermava volersene vendicare. Di tratto in tratto prorompeva anzi con dire che non sapeva quello che il tenesse che non ardesse da capo in fondo Verona, città, soggiungeva, tanto temeraria che si era creduta capitale dell'impero franzese. Nel che intemperantemente ed assurdamente alludeva al soggiorno fattovi dal già detto conte di Lilla, pretendente alla corona di Francia; soggiorno pel quale soltanto credettero i Veronesi aver fatto opera pia, dando dentro le loro mura ricovero ad un principe perseguitato ed infelice.

Quanto al fatto di Peschiera, dal già detto intorno al suo stato non difendevole, si vede se potessero i Veneziani in un caso tanto improvviso impedire che i Tedeschi vi entrassero. Bene sapeva egli cosa vi fosse in fondo di tutto questo, stantechè scriveva al direttorio, il dì 7 giugno, che Beaulieu aveva vituperosamente ingannato i Veneziani, avendo solamente domandato il passo per cinquanta soldati, e che con questo pretesto si era impadronito della terra. Ma queste querele faceva in primo luogo per accennare, come abbiamo detto, a Verona, nella quale, per esser munita di tre fortezze ed assicurata da una grossa banda di Schiavoni, non poteva entrar di queto senza il consenso de' Veneziani; in secondo luogo per fare dar denaro a Venezia, conciossiachè scriveva egli al direttorio il dì suddetto in proposito di questo medesimo fatto di Peschiera, a bella posta avere aperto questa rottura, perchè, se volessero cavar cinque a sei milioni da Venezia, sì il potessero fare.

Gl'imperversamenti e le minacce di Buonaparte pervennero alle orecchie del provveditor generale Foscarini, che le udì con grandissimo terrore. E però, per dare al generale repubblicano le convenienti giustificazioni che dalla sua bocca propria e non da quella di altrui voleva udire, si mise in viaggio col segretario Sanfermo per andarlo a visitare a Peschiera. Giunto al cospetto del giovane vincitore, e ristrettosi con esso lui e con Berthier, protestava ed asseverava, avere sempre la repubblica veneta ed in ogni accidente seguitato i principii della più illibata neutralità. Rispondeva minacciosamente Buonaparte, il quale non voleva esser convinto, ma bensì intimorire, che male aveva corrisposto Venezia all'amicizia della Francia, che i fatti erano diversi assai dalle parole, che per tradimento avevano i Veneziani lasciato occupar da' Tedeschi Peschiera, il che era stato cagione che egli avesse perduto mille e cinquecento soldati, il cui sangue chiamava vendetta; che la neutralità voleva che si resistesse agli Austriaci; che se i Veneziani non bastassero, sarebbe egli accorso; che doveva la repubblica con le sue galere vietar loro il passo pel mare e pei fiumi; che in somma erano i Veneziani amici stretti degli Austriaci. Quindi, trascorrendo dalle minacce alla barbarie, rimproverava con asprissime parole ai Veneziani l'aver dato asilo negli Stati loro ai fuorusciti franzesi ed al conte di Lilla, nemico principale della repubblica di Francia; procedendo finalmente dalla crudeltà alle menzogne, sclamava che prima del suo partire aveva avuto comandamento dal direttorio di abbruciar Verona, e che l'abbrucierebbe; che già contro di lei marciava con cannoni e mortai Massena; che già forse le artiglierie di Francia la fulminavano, e che già forse ardeva; che tal era il castigo che i repubblicani davano pel ricoverato conte di Lilla; che aspettava fra sette giorni risposta da Parigi per dichiarar la guerra formalmente al senato; che Peschiera era sua, perchè conquistata contro gli Austriaci; che di tutte queste cose aveva informato il ministro di Francia in Venezia, quantunque, aggiungeva, queste comunicazioni diplomatiche tenesse in poco conto, acciocchè il senato ne ragguagliasse.

Spaventato in tal modo l'animo del provveditore, stette Buonaparte un poco sopra di sè; poscia, come se alquanto si fosse mitigato, soggiunse che della guerra e di Peschiera aspetterebbe nuovi comandamenti dal direttorio; sospenderebbe per un giorno il corso a Massena, ma il seguente si appresenterebbe alle mura di Verona; che se quietamente vi fosse accettato e lasciato occupar i posti da' suoi soldati, manterrebbe salva la città ed avrebbero i Veneziani la custodia delle porte; i magistrati il governo dello Stato; ma che se gli fosse contrastato l'ingresso, sarebbe Verona inesorabilmente arsa e distrutta.

Queste arti usava Buonaparte, il dì 31 maggio, per ottenere pacificamente il possesso di Verona; dal che si vede qual fede prestar si debba al suo manifesto dato da Brescia il dì 29 del mese medesimo, e quale fosse la sincerità delle sue promesse.

Da queste insidie e da queste minacce si rendeva chiaro quali dovessero essere le deliberazioni del provveditor veneziano; posciachè, prescindendo anche dagli oltraggi, quel dire di voler arder sul fatto una città nobilissima del veneziano territorio, quell'affermare che fra sette giorni poteva venir caso ch'ei dichiarasse formalmente la guerra a Venezia, della verità o falsità della quale affermazione non poteva a niun modo il provveditore giudicare, non solo rendevano giusta, ma ancora necessaria una subita presa d'armi dal canto de' Veneziani. Quello era il momento fatale della veneziana repubblica, quello il momento fatale d'Italia e del mondo; e se Foscarini avesse avuto l'animo e la virtù di Piero Capponi, non piangerebbe Venezia il suo perduto dominio, non piangerebbe Italia il principale suo ornamento, non piangerebbe il mondo tante vite infelicemente spente per fondare il dispotismo di un capitano.

Ma Nicolò Foscarini, invece di gridar campane, come Pietro Capponi, corse, pieno di paura, a Verona, e diede opera che gli Schiavoni, nei quali consisteva la principal difesa, l'abbandonassero, e che così i magistrati come i cittadini ricevessero pacificamente i soldati di Buonaparte.

Come prima si sparse in Verona che i Franzesi vi sarebbero entrati per alloggiarvi, vi nacque nelle persone di ogni condizione e grado uno spavento tale che pareva che la città avesse ad andare a rovina. Più temevano i nobili che i popolani, perchè sapevano che i repubblicani li perseguitavano. Il popolo, raccolto in gran moltitudine sulle piazze e per le contrade, pieno di afflizione e di terrore, accusava la debolezza di Foscarini e le perdute sorti della repubblica. Lo stare pareva loro pericoloso, l'andarsene misero. Pure il pericolo presente prevaleva, e la maggior parte fuggivano. Fu veduta in un subito la strada da Verona a Venezia impedita da lungo ingombro di carrozze, di carri e di carrette che le atterrite famiglie trasportavano con quelle suppellettili che in tanta affoltata avevano a molta fretta potuto raccorre. Nè minor confusione era sull'Adige fiume; perchè insistevano i fuggiaschi occupati nel caricare sulle navi a tutta pressa le masserizie più preziose dei ricchi, e gli arnesi più necessarii dei poveri: navigavano intanto a seconda per andar a cercare in lidi più bassi, od oltre le acque del mare, terre non ancora percosse dalla furia della guerra.

Entrarono il dì primo giugno i Franzesi in Verona. Quivi Buonaparte lodava l'aspetto nobile della città, i magnifici palazzi, le spaziose piazze, i templi, le pitture, insomma ogni cosa, e più di tutto l'arena, opera veramente mirabile dei Romani antichi. Si rendevano anche padroni di Legnago e della Chiusa. A Verona non solo occuparono i ponti, ma ancora le porte e le fortificazioni. Nè così soltanto mancavasi al convenuto; ma contro alle promissioni fatte nel manifesto di Brescia, di voler pagare in contanti tutto che si richiedesse in servigio dei soldati, si facevano, nelle campagne testè felici del Bergamasco, del Bresciano, del Cremasco e del Veronese, tolte incredibili che, non che si pagassero, non si registravano; seguivano mali tratti e scherni ancor peggiori; nè le cose rapite bastavano od erano d'alcun frutto, perchè si dissipavano con quella prestezza medesima con cui si rapivano. Quindi era desolato il paese, nè abbondante l'esercito, nè mai si fece un dissipare di quanto all'umana generazione è necessario così grave e così stolto come in questa terribil guerra si fece. I popoli intanto, vessati in molte forme, e cadendo da una tanta agiatezza in improvvisa miseria, entravano in grandissimo sdegno e si preparavano le occasioni a futuri mali ancor più gravi.

A questo tempo si udirono le novelle della dedizione del castello di Milano; il comandante austriaco Lamy, perduta per le vittorie di Buonaparte ogni speranza di soccorso, si arrese a patti il dì 29 giugno, salve le robe e le persone, eccettuati solo i fuorusciti franzesi, che dovevano essere consegnati ai repubblicani. Fu questo acquisto di grande importanza ai Franzesi, perchè era il castello come un freno ai Milanesi, e molto assicurava le spalle ai repubblicani.