Rispondeva gravemente il principe, non soccorrergli alla mente offesa alcuna contro la repubblica di Francia o contro i Franzesi: l'amicizia sua essere stata sincera, maravigliarsi del partito preso dal Direttorio; non opporrebbe la forza, ma sperare che, avute più vere informazioni, sarebbe per rivocare questa sua risoluzione; avere dato facoltà al governatore di Livorno per accordare le condizioni dell'ingresso.

Marciavano intanto i Franzesi celeremente verso Livorno condotti dal generale Murat, comparivano, passato l'Arno presso a Fucecchio, con una banda di cavalli alla Port'a Pisa. Come prima gl'Inglesi ebbero avviso del fatto, massimamente i più ricchi, lasciato con prestezza Livorno, trasportavano sulle navi, che a cotal fine erano state trattenute nel porto, tutte le proprietà loro: poi, quando i repubblicani arrivavano sotto le mura di Livorno, una numerosa conserva di sessanta bastimenti tra piccoli e grossi e sotto scorta di alcune fregate, salpava da Livorno verso la Corsica indirizzandosi. Entravano col solito brio ed aspetto militare i Franzesi. Poco dopo entrava Buonaparte medesimo, contento all'avere scacciato da quel porto tanto opportuno gli odiati Inglesi, e confidente che fra breve gli scaccerebbe eziandio dalla Corsica, sua patria. Furonvi teatri, applausi, luminarie, non per voglia, ma per ordine e per paura.

Incominciavano le opere incomportabili. Si staggivano le napolitane sostanze, si confiscavano le inglesi, le austriache, le russe: s'investigavano i livornesi conti per iscoprirle: si disarmavano i popoli, si occupavano le fortezze, e, per far colme le insolenze, si arrestava Spanocchi, governatore pel granduca. Si scuotevano al tempo stesso fortemente i negozianti affinchè svelassero le proprietà dei nemici, ed eglino, per lo men reo partito, offerirono cinque milioni di riscatto. Le conquistate merci si vendevano con molte fraudi e da coloro che stavano sopra alla vendita con grande discapito della repubblica conquistatrice che vinceva i soldati altrui e non poteva vincere i ladri propri.

Questi furono i rubamenti di Livorno; accidenti più gravi sovrastavano al granduca. Era intenzione di Buonaparte, siccome scrisse al Direttorio, di torgli lo Stato, a cagione ch'egli era principe di casa austriaca; e perchè il tradimento avesse in sè tutte le parti di un atto vituperoso, mandava pur al Direttorio, che conveniva starsene quietamente nè dir parola che potesse dar sospetto della cosa sino a che il momento fosse giunto di cacciar Ferdinando. Mentre in tal modo si espilavano dai repubblicani le proprietà dei nemici loro in Livorno, gl'Inglesi, signori del mare, serravano il porto ed impedivano il libero commercio. Livorno fiorente e ricco, divenne in poco tempo povero e servo.

Nè a questo si rimasero i repubblicani: perchè, usando l'opportunità, invasero i ducati di Massa e Carrara ed occuparono tutta la Lunigiana, chiamando i popoli a libertà e sforzandogli a grosse contribuzioni di denaro. Erano questi paesi caduti per eredità dalla casa Cibo, che li possedeva anticamente, nella figliuola del duca di Modena sposata all'arciduca Ferdinando, governatore di Milano. Non si era dal conte di San Romano, quando concluse la tregua per Modena, patteggiato per Massa e Carrara; per questo il generale della repubblica li trattò da nemico.

Il terrore delle armi repubblicane aveva spaventato tutta Italia; ma, parendo a chi le reggeva che ciò non bastasse a perfetto servaggio, stavano attenti i ministri del Direttorio presso i diversi potentati italiani nello spiare e nel rapportare il vero ed il falso a Buonaparte, continuamente rappresentandogli i principi della penisola non solamente come avversi alla Francia, ma ancora come macchinatori indefessi di cose nuove contro i Franzesi; nel che avevano per aiutatori, non che i pessimi fra gl'Italiani, anche personaggi di nome, offuscati il lume della ragione dalla gloria guerriera del generalissimo della repubblica.

Intanto agli occhi degli agenti di Francia le chimere diventavano corpi, le visite congiure, i gemiti stimoli a ribellione, i desiderii delitti, ed era l'Italiano ridotto a tale che se non amava il suo male, era riputato nemico. Il papa, secondochè scrivevano questi spaventati o spaventatori, Venezia, il re di Sardegna, il granduca di Toscana, la repubblica di Genova, tutti conspiravano contro la Francia, tutti s'intendevano coll'Austria, tutti prezzolavano gli assassini per uccidere i Franzesi. Buonaparte, che non era uomo da lasciarsi spaventare da questi rapporti, fatti o per adulazione o per paura, era uomo da valersene come di pretesto per peggiorar le condizioni dei principi vinti e per giustificare contro di loro i suoi disegni. Gl'Italiani intanto, in preda a mali presenti e segno a calunnie facili, perchè venivano da chi più poteva, non avevano più speranza.

Ma già le cose di Lombardia non mediocremente travagliavano, e la condizione dei repubblicani in Italia diveniva di nuovo pericolosa. Aveva l'imperatore ardente disposizione di ricuperare le belle e ricche sue provincie, non potendo tollerare che fossero scorporate da' suoi dominii. Aveva egli adunque applicato l'animo a voler ricuperare il Milanese; nè indugiandosi punto affinchè l'imperio de' suoi nemici non si solidasse, la rea stagione non sopravvenisse, Mantova non cedesse, aveva voltato con grande celerità al Tirolo tutte le genti che stanziavano nella Carintia e nella Stiria. I Tirolesi medesimi, gente armigera e devota al nome austriaco, fatta una subita presa d'armi, si ordinavano in reggimenti armati alla leggiera; nè questo bastando alla difficile impresa, si ricorreva ad un più forte sussidio: conciossiachè l'imperatore ordinava che trenta mila soldati, gente eletta e veterana che militavano in Alemagna, se ne marciassero velocemente verso il Tirolo per quivi congiungersi con le reliquie delle genti d'Italia e le altre sopraddette; erano circa cinquanta mila. Perchè poi ad un'oste tanto grossa e destinata a compire una sì alta impresa non mancasse un capitano valoroso, pratico e di gran nome, mandava a governarla il maresciallo Wurmser, guerriero di provato valore nelle guerre germaniche. Stavano gli uomini in grande aspettazione di quello che fosse per avvenire, essendo vicini a cimentarsi due capitani di guerra, dei quali uno era forte, astuto ed attivo, l'altro forte, astuto e prudente. Nè gli eserciti rispettivi discordavano; perchè nè la costanza tedesca era scemata per le sconfitte, nè il coraggio franzese aveva fatto variazione pel tempo. Oltre a questo se erano ingrossati gl'imperiali, anche i repubblicani avevano avuto rinforzi notabili dall'Alpi.

Era il maresciallo Wurmser giunto, sul finire di luglio, in Tirolo, e tosto dava opera al compire l'impresa alla virtù sua stata commessa, scendendo in Italia per la strada più agevole che da Bolzano per Trento e Roveredo porta a Verona; ma il principal suo fine era di liberar Mantova dall'assedio, donde, fatto un capo grosso, potesse o starsene aspettando o correre subitamente contro il Milanese. E sapendo che i Franzesi erano segregati in diversi corpi, gli uni separati dagli altri per molto spazio, per modo che in breve tempo non avrebbero potuto rannodarsi, si deliberava a spartire i suoi in tre schiere: la prima sotto guida del generale Quosnadowich, doveva assaltare Riva e Salò, dove stava a guardia il generale Sauret coi generali Rusca e Guyeux, ma che però non aveva forze sufficienti per resistere. La mezza schiera o la battaglia, condotta dal maresciallo, s'incamminava alla volta di Montebaldo per potere, scendendo vieppiù, assaltare il nervo dei repubblicani tra Peschiera e Mantova. La sinistra, confidata al generale Davidowich, scendeva per Ala e Peri a Dolcè, dove, fatto un ponte, varcava l'Adige con intento di concorrere più da vicino all'opera della schiera Wurmseriana. Ma una parte di quest'ala sinistra, guidata dal generale Mezaros, continuando a scendere per la sinistra sponda del fiume, s'indrizzava verso Verona, donde potea, secondo le occorrenze, o condursi per Villafranca a Mantova o, non discostandosi dall'Adige, marciare a Portolegnago. Di tutte le parti dell'esercito franzese, quella di Massena, che aveva i suoi alloggiamenti a Verona, a Castelnuovo e luoghi adiacenti, si trovava in maggior pericolo, perchè là appunto si dovevano accozzare tutte le forze austriache sulla sinistra del lago.

Era giunto al suo fine il mese di luglio, quando in tale modo ordinati marciavano gl'imperiali all'impresa loro. Già erano vicini alle prime scolte dei Franzesi, che questi, dispersi tuttavia nei diversi campi loro, principalmente in quello che cingeva Mantova, non avevano ancora fatto moto alcuno per mettersi all'ordine di resistere a quella nuova innondazione del nemico. Ma per verità Buonaparte poco poscia con mirabile maestria si riscosse dal pericolo in cui si trovava. Assaltavano gli Austriaci ferocemente l'antiguardo di Massena, governato dal generoso e buon Joubert, che era ai passi di Brentino e della Corona. Fu fortissima e lunga la difesa contro un nemico, che molto superava di numero. Finalmente furono quei forti passi sforzati dagli Austriaci, che, ritirandosi Joubert e Massena verso Castelnuovo, marciavano contro la Chiusa e Verona. Da un'altra parte Quosnadowich, urtato Sauret, che custodiva Salò, l'aveva vinto non però senza una valorosa resistenza, quantunque i Franzesi in questo luogo fossero deboli e non pari a tanto peso. S'impadronivano gli Austriaci di Salò dopo la fazione, e quivi risplendeva chiaramente la virtù di Guyeux, il quale, circondato da ogni banda dal nemico, elesse, piuttosto che arrendersi, di gittarsi dentro una casa, dove, sebbene già gli mancassero le munizioni sì da guerra che da bocca, si difendè con incredibile fortezza due giorni. Occupato Salò, correvano i Tedeschi a Brescia, e se ne impadronivano. I vinti si ritiravano a Lonato e a Desenzano. Avanzavasi intanto minacciosamente Wurmser medesimo e già si avvicinava alle cercate rive del Mincio. Così avevano le cose franzesi fatto una grandissima variazione, ed erano cadute in grave pericolo prima che Buonaparte avesse mosso un soldato per opporsi a tanta ruina. Gli giunsero al tempo medesimo le novelle della rotta di Sauret e della ritirata di Massena. Ordinava incontanente ad Augereau, che già marciava verso Verona per frenar l'impeto, se ancor fosse in tempo, di Mezaros, tornasse indietro prestamente, venisse a Roverbella, rompesse i ponti di Portolegnago, ardesse i carrelli dei cannoni più grossi, trasportasse dai magazzini quanto in sì subito tumulto potesse. Arrivava Augereau a Roverbella; scoverse in tutti una grande confusione mista ad un gran terrore. Vi giungeva ancora Buonaparte al quale Augereau rivoltosi, con parole animosissime il confortava; ed egli con un'arte e con un vigore non comune ordinava quanto alla difficoltà del tempo si convenisse. Avvisandosi che non poteva combattere con vantaggio se non unito, e che anche unito non era abbastanza forte per cimentarsi con l'esercito tedesco intero, se gli desse tempo di rannodarsi, come evidentemente Wurmser aveva in pensiero di fare, si risolveva a raccorre le sue genti in uno, per correre così grosso contro una parte sola del nemico, innanzi che questa avesse potuto congiungersi con le compagne, perchè la speranza, che non aveva di vincerle unite, l'aveva di vincerle separate.