Entrato per tal modo in Verona il generalissimo di Francia, ed animati di nuovo i suoi con un manifesto, li conduceva alle fazioni del Tirolo. Salendo egli contro Wurmser, Sauret contro Quosnadowich e il principe Reuss, dovevano entrambi raccozzarsi in su quel di Roveredo per andarsene poscia ad occupar Trento, metropoli del Tirolo italiano. Furono da Sauret cacciati gli Austriaci da tutti i posti sul lago; dal canto suo Buonaparte, superati, mentre Vaubrissi alloggiava in Torbole, tutti i siti forti, compariva in mostra vittoriosa in cospetto di Roveredo. I Tedeschi, già rotti a Mori, e spaventati da un furioso assalto di Rampon in Roveredo, abbandonarono frettolosamente la terra con andare a posarsi nel sito fortissimo che chiamano il Castello della Pietra o di Caliano. Speravano, se non di arrestare l'impeto del nemico in questo luogo, almeno di starvi forti tanto che potessero ogni cosa mettere in sicuro alle spalle. Ma quei presti repubblicani ebbero assai presto superati tutti gli ostacoli che e la natura del sito e l'arte del nemico aveva loro opposto. Imperciocchè il generale Dammartin, allogate con incredibile fatica alcune artiglierie in un luogo creduto per lo innanzi inaccessibile, donde feriva di fianco, ed i feritori alla leggiera, destrissimi ed animosissimi, arrampicatisi per luoghi dirupati e precipitosi, togliendo sicurezza a quel forte passo, tempestavano contro i difensori molto furiosamente. Vedutosi da Buonaparte il successo di queste cose, comandava a tre battaglioni di disperato valore, dessero dentro a precipizio senza trarre alla forra che conduce al castello, e questo assaltassero. Nè fu meno pronta l'esecuzione di quanto fosse risoluto il comandamento; perchè, messisi i battaglioni a quello sbaraglio, in meno tempo che uomo concitato a presti passi farebbe, passarono la forra, menando grande strage degli Alemanni, che cedendo allo audacissimo nemico si ritirarono a gran fretta in Trento. Nè credendosi sicuri, ritiraronsi più oltre sulla destra del Lavisio su la strada per a Bolzano. Tale fu l'esito della battaglia di Roveredo, combattuta il dì 4 settembre. Vi perdettero gli Austriaci con venticinque cannoni, tre in quattro mila soldati morti, feriti o prigionieri. Dei Franzesi pochi mancarono per la speditezza del fatto.

Perduto il forte sito di Calliano, restava Trento senza difesa. Infatti il 5 settembre entravano i Franzesi vittoriosi, prima Massena, poi Vaubois, di fresco venuto dalla Toscana al campo. Divenuto Buonaparte signore di Trento, veniva tosto in sulle lusinghevoli parole, dichiarando volere che la città e principato di Trento fossero per sempre liberati dalla superiorità tedesca e posti in libertà. Del rimanente poco importava al generale della repubblica lo stato de' popoli trentini; bensì gli premeva di sollevare con dolci discorsi i popoli della vicina Germania, affinchè tumultuando contro i principi loro, gli rendessero facile l'impresa di congiungersi coi soldati di Ferino mandati avanti da Moreau con questo intento.

Gli rompeva questi disegni l'antico Wurmser, il quale, invece di difendere per que' luoghi alpestri del Tirolo con le reliquie de' suoi i passi della Germania, deliberassi, con animoso e ben ponderato consiglio, di voltarsi di nuovo all'Italia, sperando che per la sua presenza inopinata in queste provincie, aggiuntovi qualche rinforzo che testè gli era giunto dal Norico, avrebbe potuto farvi qualche variazione, od almeno ritirarsi al sicuro nido di Mantova. Qualunque avesse ad essere, o prospero od avverso l'esito di questa fazione, bene era certo l'effetto di tirare nuovamente Buonaparte in Italia e di stornare per questo mezzo quella terribile tempesta dalla nativa Germania. Adunque il maresciallo, già fin quando si combatteva a Roveredo ed a Calliano, s'incamminava, scendendo a gran passi, per la valle Brentana, intento suo essendo di congiungersi a Bassano con gli aiuti che, venuti dal Norico, si erano ridotti ad aspettarlo in quella città. Si era persuaso che il suo avversario, udita la strada presa da lui, non solamente deporrebbe il pensiero di assaltar la Germania, ma ancora scenderebbe a gran passi a seconda dell'Adige per andar a far argine a quel nuovo impeto nelle vicinanze di Verona. Effettivamente Buonaparte, abbandonata l'impresa di Germania, si rivoltava verso l'Italia, ma bene non prese la via dell'Adige, anzi sprolungata per la valle medesima della Brenta la destra de' suoi, seguitava frettolosamente le genti Alemanne. Erano guidatori principali di questi soldati, secondo il solito, que' due folgori di guerra Massena ed Augereau. Marciarono tanto speditamente che giunsero gl'imperiali a Primolano e li vinsero con presa di molti soldati. Si combattè poscia a Cismone, si combattè a Selagno, e sempre felicemente pe' Franzesi. Già quel nembo era vicino a scoccare contro Bassano dov'era il corpo principale di Wurmser. L'assaltarono correndo Augereau a sinistra, Massena a destra, e tosto il ruppero, con grande ammirazione e sconforto di Wurmser, che si era confidato nella fortezza di quel passo posto alla sboccatura della valle della Brenta. Ora nissun altro partito restava al maresciallo d'Austria, poichè sì presti l'avevano sopraggiunto i Franzesi, se non quello di ritirarsi per far pruova di guadagnare le sicure muraglie di Mantova. Adunque, velocemente marciando e velocemente ancora seguitato da' repubblicani, passava l'Adige a Porto Legnago, batteva Massena a Cerea, Buonaparte a Sanguineto, entrava coi soldati tutti sanguinosi, ma con aver fatto sanguinosa la vittoria anche al nemico, dentro i ripari della forte Mantova.

Questo fu il fine dell'impresa di Wurmser in Italia e del poderoso esercito che vi condusse. Ne fu afflitta la Germania, ne fu lieta la Francia, e pendè di nuovo incerta l'Italia del destino che la aspettasse; perchè nè Mantova era piazza che si potesse facilmente espugnare, nè l'imperador d'Alemagna era tale che non fosse per fare un nuovo sforzo per riconquistare le rive tanto infelicemente feconde dell'Adda, del Ticino e del Po.

Siede Mantova, città antica e nobile, in mezzo ad un lago che il fiume Mincio forma, ed in tre parti si divide, separate una dall'altra da due ponti. Ma non tutta la città è circondata da acque libere e correnti; conciossiachè il Mincio, a stanca verso la cittadella precipitandosi, lascia i terreni a dritta o del tutto scoperti o di poche acque velati, ma limacciosi tutti ed ingombri di erbe e di canne palustri. Questa è la palude che si dilata e circuisce in gran parte le mura. Oltre poi le acque e la palude, le principali difese di Mantova consistono nella cittadella, nel forte San Giorgio, ne' bastioni di porta Pradella e di porta Ceresa, ed in altri propugnacoli, che da luogo a luogo sorgono tutti all'intorno nel recinto delle mura, e finalmente nelle trincee del Te del Migliaretto.

Tutte queste difese fanno la fortezza di Mantova, ma più ancora l'aria pestilente, che, massimamente a' tempi caldi, rende quei luoghi infami per le febbri e per le molte morti, e fa le stanze pericolosissime, principalmente ai forastieri non assuefatti alla natura di quel cielo. Non è però che nel complesso delle dette fortificazioni non vi sia una parte di debolezza, perchè nè la cittadella nè il forte San Giorgio sono tali che possano resistere lungo tempo ad una valida e regolata oppugnazione; ed a porta Pradella, non meno che nelle mura a mano manca di porta Ceresa sono altri tratti difettosi. Sapevanselo i Franzesi quanto a questo ultimo tratto, che prima dell'arrivo di Wurmser avevano assaltato questa parte, e già tanto si erano condotti avanti, che, aperta la breccia, stavano in punto di entrarvi. A tutto questo pensando Buonaparte, era venuto nell'opinione, che in venti giorni di trincea aperta si potesse prender Mantova; ed era pur solito a dire, ed ei se n'intendeva, che con sette mila soldati, stante la difficoltà delle sortite per la strettezza degli argini, e la facilità di tenerli dagli assedianti guardati, se ne possono bloccar dentro Mantova venti mila.

Era giunto, come abbiam narrato, il maresciallo Wurmser in Mantova con un grosso corpo di genti avanzate alle stragi di Castiglione e di Bassano. Questo sussidio, mentre dava maggior forza alla guernigione già stanca da molte battaglie e da troppo frequenti vigilie, induceva nondimeno una più grande necessità di vettovaglia. Difettava particolarmente di erba e di strame per pascere i cavalli, che erano, rispetto ai fanti, in numero assai considerabile. Adunque il capitano austriaco, vedendosi potente per la moltitudine dei soldati, massime di cavalleria, sortiva spesso con grosse cavalcate a foraggiare alla campagna, il che tanto più facilmente poteva fare quanto più, essendo tuttavia padrone della cittadella e di San Giorgio, avea le uscite spedite, senza essere obbligato a restringere le genti in lunghe file per passare i ponti o gli argini. Queste cose infinitamente nuocevano a Buonaparte, il quale sapendo che l'Austria non avrebbe omesso di mandare nuovi soldati in Italia, desiderava di venirne presto alle strette per aver Mantova in mano sua anzichè gli aiuti arrivassero. A questo fine, essendo giunto alla metà del suo corso il mese di settembre, comandava a' suoi andassero all'assalto di San Giorgio, perchè quello era il principale sbocco degli Austriaci alla campagna. Nel tempo medesimo il generale Sahuguet dava l'assalto alla Favorita, sito fortificato dagli Austriaci e posto a tramontana tra San Giorgio e la cittadella. Attraversò questi disegni il vivido e sagace Wurmser; perchè, cacciatosi di mezzo con la cavalleria, e represso l'impeto dei repubblicani, gli sbaragliava. Ma l'audace Buonaparte non era uomo da interrompere i suoi pensieri per un piccolo tratto di fortuna contraria. E però avvisandosi che il suo avversario, fatto confidente dalla prosperità della fazione, cercherebbe ad allargarsi viemmaggiormente nella campagna, volendo nutrire in lui questa baldanza nuova, ritirava i suoi più lontano dalla piazza. Eransi gli Austriaci ingrossati, coll'intenzione di conservarsi libera la campagna, a San Giorgio ed alla Favorita; avevano anzi spinto molto avanti le loro guardie fuori degli alloggiamenti. Ordinate le cose sue con opportuni comandamenti ad Augereau, a Sahuguet, a Pigeon, ed a quel pronto e valoroso Massena, fu l'industria e la virtù del generale di Francia aiutata dal benefizio della fortuna; perchè Wurmser essendosi di soverchio allargato nella campagna, come Buonaparte prevedeva, non fu difficile a Pigeon di congiungersi con Sahuguet ad interrompere le strade fra San Giorgio e la Favorita, ed Augereau arrivava tempestando a rompere l'ala dritta degl'imperiali. Il maggior danno fu quello recato da Massena; poichè fu tanto forte l'impeto suo, che prostrando ogni difesa, entrava per viva forza in San Giorgio, e se ne faceva padrone. Nè in alcun modo soprastando, per non corrompere colla tardanza il corso della fortuna favorevole, metteva anche in suo potere il capo del ponte che dal sobborgo porta alla città. A questo modo gli Austriaci rotti e dispersi, parte furono presi o morti in numero di circa tre mila, e parte si ritirarono fuggendo alla cittadella: perdettero venti bocche da fuoco. Questa fazione, avendo posto in poter dei Franzesi i luoghi più opportuni all'ossidione e fiaccando l'ardire degli Austriaci, restrinse molto la piazza; e sebbene di quando in quando il generale dell'imperio, condotto dal proprio coraggio e tirato anche dalla necessità, per fuggire la molestia della fame, facesse, per andar a saccomano, sue sortite, non si affidava però più di correre così liberamente la campagna, il che rendè in breve tempo le sue condizioni peggiori; perciocchè cominciava a patire maravigliosamente di vettovaglia. Già sorgevano segni di mala contentezza che obbligavano Wurmser a star vigilante così dentro come fuori. Munivano i Franzesi con fossi e con trincee il conquistato San Giorgio, e dimostravano grandissima confidenza d'entrar presto in Mantova.

Eransi nell'isola di Corsica maravigliosamente sollevati gli animi a cagione delle vittorie dei Franzesi in Italia: il quale moto tanto si mostrava più grande, quanto più alla contentezza dei prosperi successi dell'armi si aggiungeva quella che principalissimo operatore fosse quel Buonaparte, che, quantunque mandato in tenera età a crearsi in Francia, era peraltro nato e cresciuto fra di loro. Questi umori erano anche ingrossati dalle insolenze degl'Inglesi e dalle taglie che avevano poste. Queste erano le cagioni, per cui la parte franzese in Corsica andava ogni dì acquistando nuove forze e nuovo ardire, mentre la inglese perdeva continuamente di forza e di riputazione: già il dominio d'Inghilterra vi titubava. Queste cose si sapevano da Buonaparte; e siccome quegli che era sempre pronto ad usare le occasioni, aveva posto piede in Livorno, non solamente col fine di serrare questo porto agl'Inglesi, ma ancora per muovere la Corsica a danno loro. Laonde indotto in isperanza di poter tosto farvi rivoltar lo Stato a favore della Francia, aveva mandato a Livorno, aspettando tempo di insorgere più vivamente, un colonnello Bonelli, Corso, con alcuni altri soldati del medesimo paese, e, provvedutolo di denari, d'armi e di munizioni, gli comandava andasse in Corsica, e con la presenza e con le esortazioni desse speranza di maggiori sussidii. Era il passaggio di mare assai pericoloso per le navi inglesi che continuamente il correvano; ma Buonaparte, confidando nell'opera di Sapey, un Delfinate molto sagace ed attivo, che aveva il carico di quel passo, gliene commetteva l'impresa. A questi primi principii, crescendo vieppiù le speranze del felice fine, mandava a Livorno, perchè fossero pronti a salpare, i generali Gentili, Casalta e Cervoni, nativi dell'isola, e che potevano pel credito e dipendenza loro aiutare l'impresa. Preponeva ad essa, come capo, Gentili, uomo d'intera fama e savio per natura e per età. I Corsi fuorusciti per intenzione di Buonaparte concorrevano a Livorno e si ordinavano in compagnie. Una compagnia di ducento, più attivi e più animosi degli altri, doveva essere il principal nervo dei conquistatori di Corsica. S'aggiungevano alcuni pezzi d'artiglierie di montagna e cannonieri pratichi per governarli. Erano vicine a mutarsi in pro della Francia le sorti della patria di Buonaparte.

Avevano molto per tempo gl'Inglesi avuto avviso di tutti questi preparamenti, e stavano vigilanti nell'impedire il passo del mare. Nè parendo loro che ciò bastasse alla sicurezza dell'isola dopo il perduto Livorno, applicarono l'animo al farsi signori di Porto-Ferraio, terra forte e principale dell'isola d'Elba. Pervenuto sentore di questo tentativo a Miot, ministro di Francia a Firenze, richiedeva con viva instanza dal gran duca, desse lo scambio al governatore di Porto-Ferraio, sospetto, secondo l'opinione sua, di essere aderente agl'Inglesi; ricercandolo altresì mettesse in quel forte un presidio sufficiente ad assicuravelo; e voleva finalmente che si aggiungessero ducento soldati franzesi. Soddisfece alla prima domanda il principe, scambiando il governatore; ma fondandosi sulla neutralità, legge fondamentale della Toscana, accettata dalla repubblica di Francia, e confermata da tutte le potenze amiche e nemiche, non consentì al rimanente.

Intanto non portarono gl'Inglesi maggior rispetto a Porto-Ferraio, che i Franzesi a Livorno portato avessero. S'appresentavano il dì 9 di luglio in cospetto di Porto-Ferraio, con diciassette bastimenti che portavano due mila soldati; richiesero la piazza. Scriveva il vicerè di Corsica al governatore, volere occupare Porto-Ferraio, perchè i Franzesi avevano occupato Livorno, e macchinavano di occupare anche Porto-Ferraio; ma non volere, negando con le parole quello che faceva coi fatti, solito costume di quella perversa età, offendere la neutralità. I capi della flotta poi minacciavano, se non fossero lasciati entrar di queto, entrerebbero per forza.