Avute il granduca queste moleste novelle, comandava al governatore, protestasse della rotta neutralità, negasse la dimanda, solo cedesse alla forza. Ma già gl'Inglesi, procedendo dalle minaccie ai fatti, erano sbarcati sulle spiaggie d'Acquaviva, e, per sentieri montuosi marciando, erano giunti in cima al monte che sta a ridosso del forte di Porto-Ferraio; quivi piantarono una batteria di cannoni e di obici con le bocche volte verso la città. I soldati scendendo da quei siti erti e scoscesi nella strada che dà l'adito alla lerce, stavano pronti ad osservare quello che vi nascesse dentro, per le intimazioni e presenza loro. Mandava Orazio Nelson da parte del vicerè di Corsica intimando al governatore, volere gl'Inglesi Porto-Ferraio e i forti per preservarli dai Franzesi; porterebbe rispetto alle proprietà, alle persone, alla religione; se ne andrebbero, fatta la pace o cessato il pericolo dell'invasione; se il governatore consentisse, entrerebbero pacificamente; se negasse, per forza. Adunava il governatore gli ufficiali, i magistrati, i consoli delle potenze, i capi di casa più principali, acciocchè quello che far si dovesse deliberassero. Risolvettero di consentimento concorde, che si desse luogo alla forza, protestando di alcune condizioni; le quali accettate, entrarono nella toscana isola gl'inglesi. Poco dopo s'impadronirono anche dell'isola Capraia, di Stato Genovese.
In questo mezzo tempo bollivano le cose nella partigiana Corsica perturbata da grandissimi accidenti, ed andavano a versi di Buonaparte. Bonelli, condottosi nell'isola e spargendo voci di prossimi aiuti e detestando la superiorità inglese, e spargendo ogni dove faville d'incendio e turbando ogni villa, ogni villaggio, massime sui monti vicino a Bastia ed a San Fiorenzo, aveva adunato gente che apertamente resisteva al dominio del vicerè. A Bastia, sendovi ancora presenti gl'Inglesi, una congregazione di patriotti, o piuttosto di partigiani di Buonaparte e di Saliceti, nemicissimi del nome di Paoli e d'Inghilterra, avevano preso tanto ardire, che addomandarono al vicerè la libertà dei carcerati, e scrissero a Saliceti, già avesse Bastia in luogo di città franzese. Vedutosi da Saliceti e da Gentili che quello era il tempo propizio per restituire la patria loro alla Francia, mandarono innanzi Casalta, con una banda di fuorusciti corsi, affinchè, arrivando a Bastia, aiutasse quel moto, cagione probabile di cambiamento. Fu opportuno il disegno, non fu infelice il successo; perchè giungeva sul finire di ottobre Casalta e sbarcava le sue genti, alle quali vennero a congiungersi i partigiani in grosso numero. Occuparono i poggi che dominano Bastia. Intimava Casalta agl'Inglesi, che tuttavia tenevano il forte, si arrendessero; quando no, li fulminerebbe. Sopravvennero intanto le novelle che gran tumulti nascevano in tutta l'isola contro il nome britannico. Gl'Inglesi pertanto si risolvevano ad abbandonare quello che più non potevano conservare; e precipitando gli indugi dal forte di Bastia, lo spacciarono prestamente, e si ricondussero alle navi; ma perdendo, scontratisi con Casalta, cinquecento prigionieri, e i magazzini; dei cannoni parte trasportarono, altri chiodarono. A tale fatto i tumulti crescevano, gli alberi della libertà si piantavano. Intanto guadagnava Casalta, non però senza difficoltà, le fauci di San Germano, per cui si apre la strada da Bastia a San Fiorenzo, ed arrivava improvvisamente sopra quest'ultimo luogo cacciandosi avanti gl'Inglesi fuggiti da San Germano. Diedero tostamente opera a vuotare la piazza; vi entrarono con segni d'incredibile allegrezza i Corsi repubblicani. Tuttavia l'armata inglese stava sorta sull'ancore poco distante da San Fiorenzo in prospetto di Mortella; i soldati avevano fatto un forte alloggiamento sui monti a ridosso di Mortella medesima, non che volessero continuare nell'intenzione di conservare la Corsica, ma solamente per acquare, vettovagliarsi, e raccorre gli sbrancati sì magistrati del regno che soldati, che per luoghi incogniti e per tragetti arrivavano ad ogni ora, fuggendo il furore corso che li cacciava. Partiva frattanto da Livorno Gentili, conducendo con sè nuove armi e munizioni, ducento soldati spigliatissimi, trecento fuorusciti di Corsica. Arrivato a Bastia, dato riposo alla truppa, squadronati nuovi Corsi che accorrevano, si metteva in viaggio per a San Fiorenzo con animo di cacciar gl'Inglesi da quell'ultimo nido di Mortella. Urtava l'oste britannica, ne seguitava una mischia mortalissima: fuggirono finalmente gl'Inglesi, ricevendo per viaggio molti danni, e si ridussero, prestamente camminando e tutti sanguinosi, alle navi. Conseguito quest'intento, saliva Gentili sopra certi monti, donde speculando vedeva l'armata inglese che continuava a starsene con l'ancore aggrappate in poca distanza: preparava una forte batteria per fulminarla. Non aspettarono l'ultimo momento; che anzi, date le vele ai venti, si allargarono in alto mare alla volta di Gibilterra, lasciando tutta l'isola in potestà di coloro che la vollero restituire all'antica madre di Francia. Al tempo stesso abbandonarono gl'Inglesi le testè conquistate isole d'Elba e Capraia brevissimo frutto di violata neutralità.
Fatte tutte queste cose, arrivava Saliceti in Corsica con facoltà di perdonare. Parlava ai Corsi con benigne e incitate parole, conchiudendo: «giurate sull'are vostre, e per l'ombre dei compagni morti nelle battaglie a difesa della repubblica, giurate odio eterno alla monarchia.» I quali violenti parlari, che producevano frutti conformi, dimostravano quanto gli uomini si soddisfacciano meglio delle esagerazioni che della temperanza.
Fertilissimo di avvenimenti, e tutti di sommissima importanza, è quest'anno e chi volesse registrarli giorno per giorno come apparvero sulla scena, produrrebbe una confusione da non potersi così agevolmente strigare. Miglior consiglio sarà dunque il tendere più fila e venirle seguendo di mano in mano, ripigliando i tempi secondo l'opportunità, come si è fatto finora, perchè da ciò la narrazione acquisterà quella chiarezza e quella connessione che altrimenti le mancherebbero all'in tutto.
Le vittorie dei repubblicani in Italia erano splendidissime; l'avere ridotto a condizione servile il re di Sardegna, ad accordi poco onorevoli quel di Napoli ed il papa, l'avere non solo vinto, ma anche spento due eserciti nemici, l'essere disarmata la repubblica di Venezia, l'aver cacciato dalla Corsica gl'Inglesi col solo sventolar di una bandiera, davano argomento che la potenza franzese metterebbe radici in Italia e che questa provincia sarebbe per cambiare e di signori e di reggimento. Queste condizioni erano cagione che sorgessero ogni dì nuovi partigiani a favore del nuovo stato contro il vecchio. E, vedute tante vittorie, si accostavano a voler secondare le mutazioni molti uomini savii e prudenti, i quali opinavano che, poichè la forza aveva partorito movimenti di tanta, anzi di totale importanza, era oramai venuto il tempo del non dover lasciare portar al caso sì gravi accidenti; che anzi era debito di ogni amatore della patria italiana di mostrarsi e di dar norma con l'intervento loro, per quanto fra l'operare disordinato dell'armi possibil fosse, a quei moti che scuotevano fin dal fondo la tormentata Italia. Si persuadevano che se era scemato il pericolo delle armi avversarie, era cresciuta la necessità di soccorrere alla patria coi buoni consigli; credevano male accetti essere ai popoli gl'Italiani intemperanti che avevano prevenuto o troppo ardentemente o troppo servilmente secondato i primi moti dei Franzesi, e però non doversi a loro abbandonare la somma delle cose.
Questa fu un'epoca seconda nelle rivoluzioni di Italia, in cui uomini prudenti per la necessità dei tempi vennero partecipando delle faccende pubbliche. In questo concorsero e nobili e popolani, e dotti ed indotti, e laici ed ecclesiastici, desiderando tutti di cavare da quelle acque tanto torbide fonti puri e salutari per la patria loro. Tra costoro non tutti pensavano alla stessa maniera; perciocchè alcuni amavano i governi spezzati, altri desideravano l'unità d'Italia: fra i primi si osservavano i più attempati, fra i secondi i più giovani; i primi moderavano, i secondi incitavano; i primi più manifestamente operavano, i secondi più nascostamente, ed i Franzesi chiamavanli la lega nera, e di essa i capi dell'esercito avevano più paura che del nemico.
Quanto al reggimento interno di ciascuna parte o di tutta Italia, amavano i più, fra coloro di cui parliamo, la repubblica, ma la volevano ridurre al patriziato, instituito con la moderazione della potenza popolare prudentemente ordinata, governo antico all'Italia. A questo consiglio si opponevano le operazioni disordinate dell'armi, l'assurdo capriccio de' Franzesi di quei tempi di voler applicare il modo del loro governo a tutti i paesi che conquistavano, la volontà di Buonaparte, finalmente gl'Italiani servili imitatori delle cose d'oltremonti ed incapricciti ancor essi de' governi geometrici. Ma quegli altri confidavano che la società si sarebbe fermata al governo patrizio misto di democrazia.
Questi sentimenti principalmente sorgevano nell'Emilia, e più particolarmente in Bologna, ma non potevano impedire che la fazione democratica, pazza e servile imitatrice di quanto si era fatto in Francia, non vi producesse una grande inondazione. Nè essa operava da sè, quantunque ne avesse voglia, ma suscitata a bella posta dagli agenti di Buonaparte e dal direttorio. Il duca di Modena solo e senza amici, e, quel che era peggio, ricco o in voce di essere, si trovava esposto ai tentativi di questi uomini fanatici e sfrenati; nè rimaneva, per la forza delle opinioni e degli esempi che correvano, fedele disposizione ne' popoli. Furono le prime mosse date da Reggio, città scontenta, per le emulazioni con Modena, del governo del duca. La notte del 25 agosto vi si levarono improvvisamente a romore i partigiani della democrazia. Era il presidio debole, i magistrati timidi, l'infezione grande. Laonde, senza resistenza alcuna crescendo il tumulto, in poco d'ora fu piena la città di lumi, di canti repubblicani, di voci festive del popolo, di un gridar continuo di guerra al duca. Piantarono il solito albero, inalberarono le tricolorite insegne. La mattina nissun segno era in piede del ducale governo: i soldati del duca, impotenti al resistere, se ne tornarono di queto a Modena. Si accostarono ai primi motori uomini riputati per ricchezze e per dottrina per dar norma a quell'impeto disordinato. Condotto a fine il moto, crearono un reggimento temporaneo con torma repubblicana, moderarono l'autorità del senato, instituirono magistrati popolari, descrissero cittadini per la milizia. Questi erano i disegni interni. Ma, desiderando di rendere partecipi i vicini di quanto avevano fatto, mandavano uomini a posta nel contado, in Lunigiana ed in Garfagnana, acciocchè, parlando e predicando, muovessero a novità. Inviarono Paradisi e Re ad affratellarsi, come dicevano, coi Milanesi. L'importanza era di far muovere Modena. Nè in questo mancarono a sè stessi i Reggiani, perchè spacciarono gente attiva a sollevare con segrete insinuazioni e con incentivi palesi quella città. Tanto operarono, che già una banda di novatori, portando con sè non so che albero, il volevano piantare in piazza; gridavano accorruomo e libertà. Ma fu presto il governo ad insorgere contro quel moto, e fatta andare innanzi la soldatesca con le armi, risospingeva i libertini non senza qualche uccisione. Rendè Ercole Rinaldo da Venezia solenni grazie a' Modenesi per la conservata fedeltà. Pagherebbe, aggiunse, del suo gran parte delle contribuzioni, scemerebbe le gravezze de' comuni.
Questo intoppo interruppe i pensieri di Buonaparte. Ma egli, che non voleva che gli fossero interrotti, fece con la forza propria quello che le reggiane non avevano potuto. Per la qual cosa mandava fuori un manifesto da Milano, pieno di querele contro il duca: non avere pagato ai tempi debiti le contribuzioni di guerra; starsene tuttavia lontano dagli Stati; lasciare interi gli aggravii di guerra ai sudditi, nè volervi partecipar del suo; avere somministrato denari ai nemici della repubblica; incitare i sudditi con perniciose arti e per mezzo di genti contro Francia; avere vettovagliato Mantova a pro degli Austriaci. Dichiarava pertanto non meritare il duca più alcun favore dalla Francia; essere annullati i patti della tregua; l'esercito italico ricoverare sotto l'ombra sua, e ricevere in protezione i popoli di Modena e di Reggio; chiunque offendesse le proprietà ed i diritti de' Modenesi e de' Reggiani sarebbe riputato nemico di Francia. Buonaparte non era uomo da minacciare con le parole prima che eseguisse coi fatti. E però, non ancora comparso il manifesto, già i suoi soldati s'impadronivano del ducato. Due mila entravano in Modena, prendevano la fortezza, sconficcavano le case, cacciavano i soldati, afferravano le insegne, chiamavano i popoli a libertà. Al medesimo tempo occupavano Sassuolo, Magnano ed altre terre del dominio ducale, facendo variare lo Stato e ponendo mano in tutto che al pubblico si appartenesse. Pure le allegrezze furono molte; piantossi l'albero, cantossi, ballossi; furonvi conviti, teatri, luminarie. Fatte le allegrezze, si venne alle riforme: annullaronsi i magistrati vecchi, crearonsi i nuovi, giurossi alla repubblica di Francia; dello stato politico si aspettavano i comandamenti di Buonaparte.
Or si torni alle cose di Bologna, che non era vacua nè di sospetti nè di fatiche. Aveva il senato fatto, per conservarsi lo stato, quanto pei tempi abbisognava, cattivatosi il generale repubblicano, fatto restituir Castelbolognese, promesso riforme. Ma l'aristocrazia era odiosa ai più ardenti instigatori, la democrazia trionfava. Perlochè voci subdole si spargevano contro gli aristocratici; li chiamavano tirannelli; il popolo sempre era di mezzo, e lo dicevano sovrano. Imperversavano gridando che, scacciato quel tiranno del papa, così lo chiamavano, era mestiero scacciare anche que' tiranni de' senatori, e tutto dare in balìa del popolo sovrano; il popolo adombrava, perchè non sapeva che cosa tutto questo si volesse significare; i capi repubblicani volevano consuonare con Modena e con Reggio. Vide il senato il tempo tempestoso per le condizioni tanto perturbate del paese, e volle rimediarvi con dare speranze di riforme, non accorgendosi che se il resistere alla piena era impossibile, il secondarla era insufficiente. Pubblicava si creasse una congregazione d'uomini dotti e probi, affinchè proponessero un modello di costituzione consentanea ai tempi, ma conforme a quel modo di reggimento che sussisteva in Bologna prima della signoria de' pontefici. Non parve compito il disegno, perchè quell'antica forma non piaceva, ed i nominati della congregazione si tacciavano d'aristocrazia. La verità era, che niuna forma buona, se non la democratica, pareva a coloro che menavano più romore. Compariva intanto il modello della costituzione tutto democratico e, secondo il solito, levato di peso dalla costituzione franzese, ma contenente altre parti: si abolisse la tortura, si moderassero le pene, si abbreviassero i processi.