Adunaronsi i comizii nella chiesa di San Petronio; il fine era di accettare o rifiutare la costituzione. Per voti concordi nominarono presidente Aldini avvocato raccolto il partito, trovossi avere squittinato quattro cento ottantaquattro; quattro cento trentaquattro pel sì, cinquanta pel no. Bandì il presidente, il popolo bolognese avere accettata la costituzione. Intuonossi l'ambrosiano canto, al tempo stesso udissi un suonar di campane, un dar nei tamburi, una musica guerriera, un cantar repubblicano per tutta Bologna. Godeva il popolo; la notte fuochi artificiali, luminarie, teatri, e quanto si usa fare dai popoli nelle grandi allegrezze.
Nè con minore caldezza procedevano le faccende in Ferrara. Vi si creavano i magistrati popolari; vi si bandiva la repubblica. Mandavano deputati a Buonaparte per ringraziarlo, ai Milanesi per affratellarsi; tutta l'Emilia commossa.
In questo mentre arrivava Buonaparte a Modena. Concorrevano in folla i popoli per vederlo, Ferraresi, Bolognesi, massime Reggiani, che in questi moti con maggiore ardenza camminavano. La sua presenza in Modena fruttava altro che parole. Chiamati a sè i primi, fece loro intendere, con un'arte esortatoria che era in lui molto efficace, si unisse tutta l'Emilia in una sola repubblica, e si facesse forte sull'armi. Questi consigli trovavano disposizioni conformi in popoli esaltati. Però si adunavano, il dì 16 ottobre, in Modena ventiquattro deputati per parte di Ferrara, venti per Modena, venti per Reggio. Decretava il consesso, tutta l'Emilia in una sola repubblica sotto protezione della Francia si unisse; la nobiltà feudataria si abolisse; fossero salve e sicure a tutti i pacifici uomini le proprietà; un magistrato si creasse che avesse carico di levare, ordinare, armare quattro mila soldati a difesa comune; un altro congresso di tutta l'Emilia si tenesse il dì 27 dicembre; questo secondo congresso statuisse la costituzione che avesse a reggere la nuova repubblica. Questo muoversi dei Cispadani all'armi molto piaceva a Buonaparte, perchè serviva di esempio ai Milanesi, che la medesima volontà non dimostravano. In fatti questi ultimi, per non parer da meno, offerirono dodici mila soldati. Già si dava opera a Milano ad ordinare la legione lombarda, in cui entrarono Italiani di ogni provincia, e la legione polacca, in cui si scrissero molti Polacchi, o disertori o fuorusciti, e parte anche uomini raccolti in tutta Germania. I Reggiani più infiammati non si contentarono nè delle parole nè delle mostre. Dato dentro ad una squadra d'Austriaci usciti per fazione militare da Mantova, e tagliati fuori dai Franzesi, li facevano prigioni a Montechiarugolo, non senza fatica e sangue da ambe le parti. Presentarongli in una modenese festa trionfalmente a Buonaparte, gratissimo dono, perchè ed agguerriva gl'Italiani e li faceva intingere contro lo imperatore.
Tutte queste cose affliggevano e spaventavano il pontefice, che si vedeva restar solo esposto alle percosse delle armi repubblicane. Aveva fatto quanto per lui si era potuto per adempire le condizioni, ancorchè gravissime fossero, della tregua. La pace che si trattava a Parigi non veniva a conclusione. Voleva il direttorio che il papa recedesse da qualunque lega contro Francia; negasse il passo ai nemici, il desse ai Franzesi; serrasse i porti agl'Inglesi; rinunziasse a Ferrara, a Bologna, a Castro, a Benevento, a Ronciglione, a Pontecorvo; proibisse l'evirazione dei fanciulli. Quanto alla religione, il direttorio richiedeva che il papa rivocasse qualunque scritto od atto emanato dalla santa Sede rispetto alle faccende ecclesiastiche di Francia dall'89 in poi. Posto il partito dal pontefice, opinò con consentimento unanime il collegio dei cardinali, doversi rifiutare tutte le pratiche, non potersi accettare i patti, alla forza si resistesse colla forza. Quando così deliberarono, già sapevano essere in ordine una terza mossa austriaca per l'Italia, e per questa cagione speravano di aver seco congiunte le armi imperiali.
Sapeva Pio VI a quale pericolo sottoponesse sè medesimo e tutto lo Stato ecclesiastico col rifiutar la pace. Perciò non ometteva alcuno di quegli aiuti che pei tempi confermare lo potessero. Scriveva un breve a tutti i principi cattolici, col quale, gravissimamente favellando, gli esortava a non abbandonare dei sussidii loro la santa Sede in così imminente pericolo; corressero, ammoniva, in soccorso di quella religione che con tanta pietà professavano, e che era cagione che i sudditi con tanto amore e soggezione a loro obbedissero; dimostrando quindi di quanto danno fosse minacciata, sorgessero adunque, esortava, accorressero, pruovassero aver cura di quanto ha posto il cielo quaggiù di più sociale, di più salutevole, di più sacro; darebbe egli, tanto vicino al pericolo, l'esempio della costanza, nè potere o il romore di sì perniziosa guerra o l'età sua oramai cadente, o le instigazioni dei mali affezionati tanto operare, ch'egli non sorgesse con animo invitto a difesa di quella religione che, scesa da Cristo Dio pel ministero dei santi Apostoli sino a questi miseri tempi incorrotta e pura, doveva parimente ai posteri pura ed incorrotta tramandarsi.
Queste voci mandava ai principi cattolici il pontefice ottuagenario, primo sostenitore, e con le parole e con l'esempio, dell'autorità e della dignità dei principi.
Non aveva il re di Napoli intermesso per mezzo del principe di Belmonte Pignatelli i suoi negoziati a Parigi, ora con più vivezza procedendo, ora allungando il dichiararsi, secondochè gli accidenti d'Italia succedevano o più prosperi o più avversi alle armi franzesi. Lo stimolavano dall'un de' lati l'Austria e l'Inghilterra a mantenersi in fede; dall'altro il ritraeva il timore dei Franzesi saliti in tanta potenza. Il direttorio, che si accorse dell'arte, volle stringere; ma in tal fatto meritossi riprensione dell'aver tacciato, accennando alle tergiversazioni del principe di Belmonte, d'infame nota la fede italica, come la chiamò; perchè niun vede come si possa accusare una nazione dell'infedeltà de' suoi governi, e nemmeno vede come le arti usate dal principe napolitano, ora di stringere, ora di allargarsi, possano chiamarsi arti fedifraghe e da chiamarsi con nome odioso; perciocchè di simili arti usarono tutti i governi in tutti i loro negoziati politici, e la Francia stessa le usò in ogni tempo, e più ancora a quei del direttorio. L'udire poi accusarsi la fede italica come infedele da coloro che a bella posta cercavano lite ai principi italiani per cavarne denaro e per distruggerli, non si potrà certamente senza sdegno comportare da chi, libero da ogni anticipata opinione essendo, è solo amatore del giusto e dell'onesto.
Intanto, tra per la mediazione di Spagna e per le nuove che ogni dì più si moltiplicavano del venire i Tedeschi verso l'Italia, fu concluso fra la Francia e Napoli un trattato di pace il dì 10 ottobre, molto onorevole, secondo i tempi, al re; perchè nè gli si comandava di serrare del tutto i porti alle potenze nemiche della repubblica, nè gli s'imponeva l'obbligo di scarcerare i mescolati in congiure. Le principali condizioni furono: che il re rinunziasse a qualunque lega coi nemici della Francia; si mantenesse puntualmente in neutralità con le potenze belligeranti; vietasse l'entrata nelle sue marine alle navi armate in guerra di esse potenze, così franzesi, come di altre nazioni, se più di quattro fossero; si restituissero tutti i beni sì mobili che stabili sequestrati e confiscati, tanto in Francia, quanto nel regno, a motivo della presente guerra; si stipulasse un trattato di commercio; avesse luogo nella pace la repubblica batava.
Anche la tregua tra la Francia e Parma si convertiva in accordo, per verità non troppo superbo pel duca, per la protezione in cui l'aveva la Spagna, sicchè la pace gli recò minor danno che la tregua: accidente insolito, perchè le paci del direttorio erano per l'ordinario peggiori delle tregue.
Udissi a questi giorni la morte (16 ottobre) di Vittorio Amedeo III, re di Sardegna, principe che avrebbe avuto in sè tutte le parti che in un reggitore di popoli si possono desiderare, se non fosse stata quella smania di guerra che notte e dì il tormentava. Quindi consumò l'erario per mantenere i soldati, ed i soldati consumarono il paese: lo soggettarono anche alla forza, che sarebbe stata intollerabile, se la natura buona del principe e le vecchie abitudini di governo regolato non l'avessero temperata. Restano e sempre resteranno le memorie delle onorate cose fatte da lui in pace e nel riposo de' suoi popoli; ma fatalmente Vittorio Amedeo lasciò morendo un regno servo che avea ricevuto intero, un erario povero che aveva ereditato ricchissimo, un esercito vinto che gli era stato tramandato vittorioso. Così le sue virtù, che furono molte e grandi, non partorirono pe' suoi sudditi tutto quel benefizio che promettevano.