Successe nel regno a Vittorio Amedeo III Carlo Emmanuele IV di questo nome, principe ammaestrato in molte belle discipline, ornato di tutte le virtù che in uomo capir possono, e devotissimo alla religione. Ma con l'animo ottimo aveva il corpo infermo; perciocchè pativa straordinariamente di nervi, e questo male, al quale non era rimedio, gli rappresentava spesso di strane fantasie, che il facevano parere assai diverso da quello ch'egli era veramente. Essendo gli Stati del re frapposti tra Francia ed Italia, e provveduti tuttavia di buone armi, sebbene infelicemente usate, molto importava alla prima di averlo per amico; perciò il direttorio nissuna cosa lasciava intentata per congiungerselo in amicizia stabile per un trattato di alleanza. Si aggiungeva la tenerezza di Buonaparte pel re, cui fu sempre primario intendimento di trasportare il dominio del re dal Piemonte nello Stato di Milano, e d'incorporare alla Francia il Piemonte e l'isola di Sardegna. Questo pensiero stesso ei si volgeva in mente, quando più con le istigazioni tentava di accalorare lo spirito repubblicano in Milano. Ma non andava a grado del direttorio, o fosse che non avesse ancor deposto il pensiero di restituire, se bisognasse, il Milanese allo imperatore, o fosse che per una tal quale ambizione di repubblica credesse che con tante vittorie potesse alzar l'animo a maggiori cose, con fondare una nuova repubblica negli Stati dell'imperatore in Lombardia. Amava meglio di compensare il re a spese di Genova. Ambidue cercavano con queste speranze di adescar tanto Carlo Emmanuele, ch'ei venisse a concludere con la repubblica la confederazione. E siccome queste pratiche non si potevano tenere tanto segrete che le altre potenze non le subodorassero, confidavano che l'imperatore intimorito si sarebbe più facilmente inclinato a fare la volontà della repubblica. Ma il re non volle a questo tempo consentire al trattato, perchè gli pareva che, se congiunto fosse in lega difensiva ed offensiva con Francia, sarebbe stato costretto a volgere le sue armi contro il papa, al quale sapeva che i repubblicani macchinavano allora di far guerra, nè gli poteva sofferir l'animo di offendere il capo della Chiesa che non gli aveva fatto alcuna ingiuria.

In questo mentre Carlo Emmanuele aveva chiamato ai consigli dello Stato, invece del conte d'Hauteville, il cavaliere di San Damiano di Priocca. Inoltre, avendo il direttorio ripudiato il conte di Revel, come fuoruscito franzese, dall'ambasciata di Parigi, il re gli aveva surrogato il conte Balbo, uomo di alto lignaggio, di molte lettere e di non poca dottrina. Del rimanente, quanto al politico, era il conte piuttosto amatore di mettere l'Italia in Piemonte, che il Piemonte in Italia, ed aveva ottimamente conosciuto di che qualità fosse la libertà di quei tempi. Arrivato come ambasciatore di Sardegna a Parigi, gli furono date gratissime parole; ed egli, siccome quello che era accorto e buon conoscitore degli uomini, si mise tosto in sul negoziare, non disperando di trovar modo di far servigi importanti al re fra quei repubblicani amatori di denaro e di nomi illustri. Intromesso al cospetto del direttorio, disse non essere mai stato il re suo signore nemico a Francia nè al governo di lei; tempi fatali avergli posto in mano l'armi.... non aver mai cessato di desiderare la pace.... consigliarlo il rispetto dell'interesse suo, che era quello stesso del suo popolo, che restasse affezionato alla Francia: naturale adunque essere, soggiungeva, l'amicizia dei due Stati; avere lui carico di nudrirla; e perchè nissuna cattiva impressione restasse, avere carico di disdire i fatti accaduti in Piemonte contro l'ultimo ambasciatore di Francia; presentare le sue credenziali; vedrebbero per loro quanta fede avesse il re posta in lui; stimerebbe meritarla, se quella del direttorio meritasse.

Rispose magnificamente il presidente, la moderazione del principe del Piemonte (quest'era la qualità di Carlo Emmanuele prima della sua assunzione) avere preparato la strada alla stima del popolo franzese verso il re; accrescersi la contentezza del direttorio alle nuove protestazioni; renderebbe il governo di Francia amicizia per amicizia; desiderare che l'esempio di un re amatore della pace piegasse tutti i nemici della repubblica ad accettarla; rallegrarsi il popolo franzese per le vittorie acquistate ad assicurazione della sua libertà, ma vieppiù essere per rallegrarsi, quando tutte le nazioni vivessero in amicizia con lui; non conoscere la repubblica l'astuzia politica; stipulare i trattati con lealtà, osservarli con fede, difenderli con coraggio; soddisfarsi il direttorio al vedere che il re l'avesse eletto a nutritore di concordia, sperare si sforzerebbe in adempir bene il quieto mandato.

Tali furono i vicendevoli parlari tra Francia e Sardegna. Quantunque il re non potesse amare un governo che l'opprimeva, la sua amicizia politica verso di lui era nondimeno sincera, perchè credeva che ciò importasse alla salute ed agl'interessi del suo reame. Dall'altro lato il direttorio mostrava il viso benigno al re, per aver seco congiunte le sue armi, sebbene avesse disegni di distruzione del governo regio in Piemonte.

Ma quel che faceva ricercare il re della sua amicizia in questo momento cagionava il pericolo della repubblica di Genova. Vennesi pertanto in sui cavilli e sulle superbe parole. Ricominciaronsi le querele pel fatto della Modesta già composto tante volte. Esortava Faipoult Buonaparte a venire armato a Genova per cacciare dai magistrati gli avversi a Francia, a bandirli, a cambiare le forme delle deliberazioni del governo.

Mandava la signoria all'alloggiamento di Buonaparte Francesco Cattaneo, uno dei più gravi e più riputati cittadini della repubblica, affinchè s'ingegnasse di mitigare quella superbia; ma si tirava più su colle richieste: serrassero, imponeva, tutti i porti agli Inglesi, sei mila Franzesi il golfo della Spezia occupassero, apprestasse la repubblica quanto abbisognasse alla Francia; venti milioni pagasse a compenso dei danni inferiti dagl'Inglesi e dagli Austriaci sui mari; per impedire l'entrata agl'Inglesi nel porto di Genova, un presidio franzese la lanterna munisse, gli abitatori della Polcevera si disarmassero. Il senato, siccome quello, a cui le condizioni parevano intollerabili, mandava con autorità d'inviato straordinario a Parigi Vincenzo Spinola patrizio veduto volontieri dagli agenti franzesi. Si faceva lo Spinola avanti, parte con le parole, parte con fatti più efficaci delle parole.

Intanto il dì 11 settembre venivano gl'Inglesi ad un fatto che fece precipitar Genova alla parte franzese. Nelson, viceammiraglio d'Inghilterra, rapì sulla spiaggia di San Pier d'Arena una nave franzese: fu il caso tanto improvviso, che nè le artiglierie della Lanterna furono a tempo di romperne il disegno. Faipoult, usando l'occasione, ed acceso in gravissima indegnazione, domandava che Genova, dal cui porto era uscito Nelson per quella prepotente fazione, intercludesse i porti agl'Inglesi e desse, in compenso della nave rapita, in mano di Francia tutte le navi loro sorte ne' suoi porti: quando no, sarebbe tenuta del fatto verso la repubblica.

Le insolenze d'Inghilterra e le minaccie di Francia fecero facilmente andar innanzi la mutazione nelle deliberazioni di Genova. Per la qual cosa, tacendo o poco contrastando nelle consulte coloro che inclinavano alla parte inglese, sorse più potente la parte franzese. Però fu risoluto nel consiglio grande, ed approvato nel piccolo, che si chiudessero tutti i porti ai bastimenti inglesi sì da guerra che da commercio; si ritenessero quelli che nei porti stanziassero.

Il serenissimo governo, datosi tutto alla parte del nome franzese, pubblicava, per giustificare la sua deliberazione, un manifesto, in cui, raccontate tutte le ingiurie ricevute, da poi che aveva incominciato la guerra, dagl'Inglesi, concludeva che poichè la lunga pazienza ed i frequenti ricorsi erano stati indarno, nè alcuna speranza si aveva che gl'Inglesi fossero per venirne a termini più temperati, si era risoluto ad escludere infino a nuova deliberazione dai porti genovesi le navi britanniche, la presenza delle quali, sotto colore di non adempita neutralità per gli altrui fatti violenti, aveva dato occasione a tanti incomodi ed a tanti pericoli.

Intanto si stipulava, il dì 9 ottobre, a Parigi tra il direttorio ed il plenipotenziario Spinola una convenzione, con la quale si fermarono le condizioni, a norma delle quali i due Stati dovevano vivere tra di loro. L'accettarono i Genovesi, sperando che con lei sarebbe confermato lo Stato. L'accettarono il direttorio e Buonaparte, perchè procurava loro denaro. Fu convenuto fra i due Stati che il decreto del governo di Genova, per cui si serravano i porti agl'Inglesi, avesse la sua esecuzione fino alla pace; proibisse Genova il soccorrere di viveri e di munizioni gl'Inglesi; presidiasse sufficientemente i porti; se non potesse, la Francia la servirebbe di presidii; se la Gran Bretagna intimasse la guerra a Genova, la difenderebbe la Francia; annullasse Genova i processi fatti ai sudditi per opinioni, discorsi o scritti politici; i nobili processati nel grande e nel piccolo consiglio si redintegrassero; la Francia promettesse di conservar intero il territorio della repubblica, di agevolarle la pace con le potenze barbaresche, di far libere e franche le terre vincolate per dritti di feudo all'impero germanico; i Genovesi accettassero la mediazione della Francia per comporre le loro differenze colla Sardegna; pagassero alla Francia, per prezzo dell'amicizia e della conservazione dei territorii, due milioni di franchi, e le facessero un prestito di altri due milioni. Furono i due milioni di taglia estratti dal banco di San Giorgio, i due del prestito pagati dai più ricchi.