Questo parlare e questa proferta tanto secondo il bisogno potevano essere la salvazione di Venezia, ed ogni motivo di Stato concorreva a far deliberare che si accettasse. Ben si era fino allora consigliato il senato, seguitando il suo antico costume, di non congiungersi nè con questa nè con quella parte; ma certamente fu pur troppo timorosa risoluzione quella di non aver voluto accettare la lega tanto necessaria e tanto opportunamente esibita dalla Prussia; abbenchè, come trovasi scritto, questo rifiuto non sia stato colpa del senato, ma sì piuttosto degl'inquisitori di Stato, checchè a ciò fare li movesse, e dei savii, che avuto il dispaccio del Querini, nol rappresentarono, avendo da loro medesimi deliberato di scrivergli che non entrasse in questo trattato.

Intanto si laceravano dai belligeranti i sudditi veneziani con ogni maniera di più immoderata barbarie. Pretendendo parole soavi di amicizia, rapivano nei miserandi territorii veneti, non solo per necessità, ma anche per capriccio, non solo per forza, ma anche con violenze, non solo con comando ma anche con ischerno, le vite, l'onore e le sostanze di coloro che amici chiamavano. Quello poi che era involato per forza era profuso per iscialacquo; il paese desolato, i soldati sì vincitori che vinti si consumavano per mancamento di ogni genere necessario; chi per ufficio o per grado aveva debito di provvedere ai soldati e di ritirarli dalia barbarie, si arricchiva; il perchè si vedevano capi ricchi, soldati squallidi. Le case s'incendevano, gli alberi fruttiferi si atterravano, le ricolte preziose si sperdevano da questi sfrenati. Pubblicavansi dai generali ordini e regole per frenare tanta rabbia; ma vano era il proposito, perchè quando si veniva alla esecuzione, si andava molto rimessamente, essendo i capi intinti. A questo tempo medesimo gli eserciti di Francia governati sul Reno da Moreau e da Jourdan, assai diversi erano dal buonapartiano per moderazione e per rispetto ai vinti. In fatti venne in Italia dal Reno la schiera di Bernadotte, che temperatamente portandosi, e con maggior disciplina delle altre procedendo, era cagione che a gara le città italiche in presidio la chiamassero. Per questo le compagne la chiamavano la schiera aristocratica, e vi furono delle male parole e dei peggiori fatti in questo proposito. Di tante enormità si lamentava il veneziano senato con tutti e da per tutto; le giustissime querele non facevano frutto.

Nè meglio erano rispettate da coloro che accusavano Venezia di non esser neutrale, le sostanze pubbliche che le private. Verona massimamente era segno della repubblicana furia. Vi rompeva a capriccio suo Buonaparte le porte delle fortificazioni, toglieva per forza le chiavi della porta di San Giorgio all'ufficiale veneto, portava via dalle mura le artiglierie di San Marco, poneva le sue là dove voleva, prendeva l'armi, prendeva le munizioni ammassate nell'armeria e nelle riposte veneziane, demoliva i molini, ardeva le ville della campagna quando credeva che a' suoi bisogni importasse; occupava finalmente i forti, vi ordinava mutazioni e lavori e vi piantava le insegne franzesi. Chiodava poi a Porto-Legnago le artiglierie veneziane, tagliava i ponti levatoi, rompeva i ponti del fiume; occupava forzatamente il castello di Brescia, e postovi presidio, a grado suo il fortificava. Quindi, mandato innanzi a Bergamo Cervoni per ispiare e per sopravvedere i luoghi, quantunque nessuna strada fosse aperta per quelle valli a calate di Tedeschi, occupava improvvisamente con sei mila soldati la città ed il castello di Bergamo, dove attese, come a Brescia, a fortificarsi. Involava, armata mano, una cassa dell'arciduca di Milano depositata in casa del marchese Terzi sul territorio bergamasco; e finalmente levava le lettere dalle poste veneziane, aprendole per vedere che cosa portassero.

Considerando l'aspro governo fatto degli Stati veneziani, non si sa con qual nome chiamare l'enormità di quel Rewbel, uno dei quinqueviri di Parigi, il quale si lamentava che i Veneziani non amassero i Franzesi.

Trattati a questo modo gli Stati della repubblica di Venezia, apparivano interamente mutati da quello che erano prima che quella feroce illuvie li sobbissasse. Intanto gli atroci fatti inasprivano gli animi e gli riempivano di sdegno parte contro il senato, come se senza difesa desse in preda i popoli a nemici crudeli, porle contro i commettitori di tanti scandali. Da tutto questo ne nacque, che le popolazioni della terra ferma, tocche da quel turbine insopportabile, domandavano al senato ordini, armi e munizioni per difendersi con la forza da coloro, presso ai quali l'amicizia era mezzo, non impedimento, al danneggiare. Il senato piuttosto rispettivo che prudente cercava di mitigar gli animi, e quanto all'armi, andava temporeggiando, sperava che qualche caso di fortuna libererebbe i dominii da ospiti tanto importuni, e perchè temeva che chiamati i popoli all'armi, non fosse più padrone di regolare e frenare i moti incominciati, con grave pregiudizio e pericolo della repubblica.

Peraltro non così tosto il senato ebbe avviso delle minacce fatte da Buonaparte il di 31 maggio in Peschiera al provveditor generale Foscarini, si accorse che non vi era più tempo da perdere per apprestar le difese, non già per la terra ferma quasi tutta disarmata ed occupata dai repubblicani, ma almeno pel cuore stesso della repubblica, con assicurare tutte le parti dell'estuario con armi sì terrestri che marittime. Si è narrato, come il generale repubblicano avesse affermato, con modi peggio che amichevoli, che aveva ordine dal direttorio di ardere Verona e d'intimare la guerra ai Veneziani. A tale gravissimo annunzio, pervenuto celerissimamente per messo apposta spedito da Foscarini, si adunava il senato a tutta fretta e con voti unanimi decretava, si comandasse al capitano del golfo che si riducesse tosto con tutta l'armata della repubblica nelle acque di Venezia; si levassero incontanente in Istria, in Dalmazia ed in Albania in quanto maggior numero si potessero le cerne ed ai veneziani lidi si avviassero; i reggimenti stessi già ordinati, che avevano le stanze in quelle province, senza indugio alla volta di Venezia s'indrizzassero; si chiamassero nelle acque dell'Istria tutte le navi che si trovavano nell'Ionio sotto il governo del provveditor generale da mare e con queste anche le due destinate a portare il nuovo bailo della repubblica a Costantinopoli. Queste deliberazioni furono prese il dì primo di giugno. Siccome poi l'unità dei consigli è il principale fondamento dei casi prosperi, così trasse il senato, il dì 2 dello stesso mese, provveditor delle lagune e lidi Giacomo Nani, dandogli autorità e carico di armare nel modo che più acconcio gli paresse tutto l'estuario. Gli diede per luogotenente Tommaso Condulmer, affinchè avesse cura particolare delle navi sottili allestite per custodia dei lidi e delle bocche dei fiumi. Ebbero queste provvisioni del senato presto effetto; perchè in poco tempo si videro fortificati e presidiati i posti principali di Brondolo, Chiozza, Portosecco, San Pietro in Volta, San Nicolò di Lido, Malamocco. A Brondolo specialmente, dove mettono foce i fiumi Adige, Canalbianco e Brenta, furono fatti stanziare i bastimenti più sottili. Già arrivavano, siccome quelle che erano state mandate con molta sollecitudine, in Venezia e nei circonvicini luoghi le soldatesche del mare Ionio, dell'Albania, e della Dalmazia; piene ne erano le case, pieni i conventi dei lidi, piene le isole vicine alla metropoli. Perchè poi l'erario potesse bastare a questo nuovo stipendio, fu posta una tassa sui beni stabili di Venezia e del dogado a cui diedero il nome di casatico. Per cotal modo Venezia, spinta dalla vicina guerra, si apprestava a difendere l'estuario, nel quale consisteva la vita della repubblica.

Un famoso storico franzese dei nostri tempi, lasciandosi trasportare ad una parzialità tanto più degna di riprensione quanto è diretta contro il misero, si lasciò uscir dalla penna, troppo incomportabilmente scrivendo, che queste provvisioni del senato veneziano furono fatte prima delle minaccie dei Franzesi. Al che un altro non men famoso storico italiano giustamente si oppone in questo modo: «Eppure è chiaro e manifesto a chi vorrà solamente riscontrare le date che le provvisioni medesime furono fatte dopo ed a cagione delle minaccie intimate da Buonaparte al provveditor generale Foscarini: imperciocchè minacciò Buonaparte il dì 31 maggio, deliberò il senato il dì primo e secondo di giugno. Il perchè l'allegazione dello storico è contraria alla verità, e crudele a Venezia; che se poi egli pretendesse che Venezia, sentite le mortali minaccie di Buonaparte, non doveva armarsi, staremo a vedere s'ei dirà che la Francia non doveva armarsi sentite le minaccie di Brunswick e di Suwarow. Quanto poi ai sommi geografi così franzesi come italiani, i quali sostengono l'opinione del citato storico, saria bene che ci dicessero quale maggiore distanza vi sia, o qual maggiore difficoltà di strade tra Peschiera e Venezia che tra Parigi e Roano. Saria anche bene che ci dicessero, caso che nascesse oggi in Roano un accidente che minacciasse di totale ruina lo Stato della Francia, se il governo non delibererebbe in proposito il dimane a Parigi. Veramente quando l'uomo vuol impugnare la verità conosciuta, diventa ridicolo...........

«Il medesimo storico, a fine di pruovare la parzialità de' Veneziani verso l'Austria, narra come non così tosto dimostrò l'imperatore desiderio che la repubblica non conducesse a' suoi stipendii il principe di Nassau, il governo veneziano se ne rimase. Ma la verità è, che il consiglio di condurre il principe fu dato dal provveditor delle lagune Nani, e che questo consiglio era già stato rifiutato, non già dal senato, al quale non fu mai riferito dai Savi, ma sibbene dai Savi medesimi, molto innanzi che l'imperator d'Austria manifestasse il suo desiderio. Ma volontieri mi sono io indotto a parlare di questo fatto, perchè quando anche fosse vero, che è falso, non si vede come per una condiscendenza di Venezia verso l'imperatore si dovesse venire alla distruzione di lei.»

Al tempo stesso in cui il senato ordinava l'apparato militare delle lagune, temendo che la Francia s'insospettisse con credere ch'ei pensasse di portar più oltre di una legittima difesa, in caso di assalto, i suoi provvedimenti, scriveva un dispaccio al governo franzese, col quale andava esponendo che mentre la repubblica di Venezia se ne viveva tranquilla all'ombra della più puntuale neutralità e della sincera e costante sua amicizia verso la repubblica Franzese, erano gli animi del senato rimasti vivamente trafitti dal colloquio avuto dal generale Buonaparte col provveditore generale Foscarini, dal quale si poteva argomentare un'alterazione nell'animo del direttorio contro Venezia; che dal canto suo il senato si persuadeva di non aver dato occasione a tale alterazione: che era conscio specialmente di non meritare alcun rimprovero per l'occupazione di Peschiera contro di cui non era restato alla repubblica disarmata e solo fondantesi sulla buona fede delle nazioni sue amiche, altro rimedio che la più ampia e solenne protesta e la più efficace domanda della restituzione, siccome infatti non aveva omesso nel momento stesso di fare; potere lo stesso generale Buonaparte rendere testimonio dello aver trovato inermi e tranquille le città veneziane, e della prontezza con la quale i governatori veneziani ed i sudditi somministravano, anche in mezzo alle angustie dei viveri, quanto era necessario al suo esercito. Aggiungeva a tutto questo il senato, essere suo costante volere il conservare la più sincera amicizia colla Francia, e pronto a dare quelle spiegazioni ed a fare quelle dimostrazioni dei sentimenti proprii, che fossero in suo potere per confermare quella perfetta armonia che felicemente sussisteva fra le due nazioni.

Frattanto il ministro Lallemand, e questa fu una nuova ingiuria fatta a Venezia, domandava al senato perchè ed a qual fine si apprestassero quelle armi, come s'ei non sapesse che il perchè erano le minacce di Buonaparte a Foscarini, e che il fine era il difendersi in una guerra che lo stesso Buonaparte aveva dichiarato dover fare fra pochi giorni a Venezia. Si maravigliava inoltre il ministro che simili apprestamenti guerrieri allora non si fossero fatti quando instavano presenti gli Austriaci sul territorio della repubblica, come se egli non sapesse, che l'Austria non aveva mai minacciato di guerra Venezia come la Francia per mezzo di Buonaparte aveva fatto. Richiedeva finalmente si cessassero quelle armi dimostratici di una diffidenza ingiuriosa e contraria agl'interessi ed alla dignità della repubblica Franzese; il che significava che si voleva far guerra a Venezia, e che non si voleva ch'ella si difendesse.