Rispondeva pacificamente il senato, le armi che si apprestavano essere a difesa, non ad offesa; voler solo tutelare l'estuario, non correre la terra ferma; pacifica esser Venezia, volere vivere amicizia con tutti; in mezzo ad opinioni tanto diverse, a discorsi tanto infiammativi, a moltitudine sì grande di forastieri che abbondavano nella città, dovere il governo pensare alla quiete ed alla sicurezza del pubblico: a questo fine essere indrizzati i nuovi presidii ed a fare che, siccome l'intento suo era di non offendere nissuno, così ancora nissuno il potesse offendere: sperare che il governo franzese meglio informato dei veri sensi della repubblica, deporrebbe qualunque pensiero ostile contro di lei e persevererebbe, ora che la Francia tanto era divenuta potente, in quella stessa amicizia che il senato le aveva costantemente ed a malgrado di tutte le suggestioni ed instigazioni contrarie conservata, quando la Francia medesima era pressata da tutte le potenze d'Europa; che finalmente pel senato non istarebbe che un sì desiderato fine si conseguisse: a questo tutti i suoi pensieri, a questo tutti i suoi consigli, a questo tutte le sue operazioni dirizzare.

Mostravasi il ministro di Francia appagato della risposta, avendo affermato a Francesco Pesaro, destinato dalla repubblica a conferire con esso lui sulle facende comuni, ch'egli era grato al senato per la gentile e soddisfacente risposta fattagli; ch'ella non poteva essere nè più sincera nè più appagante; che incontanente l'aveva spedita a Buonaparte, e che sperava che una sì solenne manifestazione dei pubblici sentimenti avesse ad essere una pruova irrefragabile di quanto egli aveva sempre rappresentato: insomma egli si chiamava contento intieramente e tranquillo. A questo modo parlava Lallemand il 10 luglio; eppure questo medesimo giorno egli scriveva al ministro degli affari esteri a Parigi, che il senato armava gli stagni col fine di far odiar dal popolo i Franzesi; che il generale Buonaparte, richiesto di rimborsi, aveva con ragione risposto che i Franzesi erano entrati nei diritti dei Ferraresi sopra i paesi della repubblica, e che avevano per cosa propria Peschiera, Brescia e gli altri luoghi occupati. Tanta poi è la forza della verità anche in coloro che vorrebbero servire ad interessi contrarii, che il medesimo Lallemand, scrivendo pochi giorni dopo a Buonaparte, affermava che era verissimo che il governo veneziano si era mostrato molto avverso alla rivoluzione franzese ed aveva nutrito con molta cura nel cuore dei sudditi l'odio contro i Franzesi; ma che in quel momento era vero del pari che sincere erano le sue protestazioni di neutralità e di buona amicizia verso la Francia; che le male impressioni lasciavano poi luogo alla considerazione de' suoi veri interessi; che quanto all'armare, quantunque dubbiosi potessero essere i motivi, pareva a lui che, tale qual era, non potesse far diffidare della fede veneziana; che troppo le armi apprestate erano deboli da dare giustificata cagione di temere; che con gli occhi suoi proprii vedeva, che i preparamenti che si facevano, non avevano altro fine che di custodire le lagune ed i lidi vicini, e che insomma tutto quell'apparato non aveva in sè cosa che fosse ostile contro la Francia. Quest'era il testimonio di Lallemand che ocularmente vedeva. Pure gridossi per questo medesimo fatto dell'armamento delle lagune, guerra e distruzione a Venezia. Così Venezia, segno di tanti inganni, se armava era stimata nemica, se non armava, perfida; i tempi tanto erano perversi che anche in chi conosceva la verità, si annidava la calunnia; la pace non le era più sicura della guerra, nè la guerra della pace; l'estremo fatto già la chiamava.

Tali erano i pensieri e le opere di Buonaparte e del direttorio verso la repubblica di Venezia; ma questi insidiosi disegni furono interrotti da una nuova calata d'armi imperiali in Italia.

Sempre più si scoprivano i pensieri del vincitore generale della repubblica indiritti a turbare tutta l'Italia. Si è già descritto, come per quel principal fine dell'aver la pace coll'imperadore il direttorio di Parigi e Buonaparte, mandato Clarke, offerivano patti di diversa natura ora all'imperadore medesimo, ora alla repubblica di Venezia, ora a quella di Genova, ed ora al re di Sardegna. L'Austria, inquieta per le calamità a cui era stata sottoposta, non si mostrava aliena se non di conchiudere, almeno di negoziare, e per questo aveva mandato a Vicenza il generale San Giuliano, acciocchè si abboccasse con Clarke. Anche l'Inghilterra, mossa dal pericolo dell'imperadore e dalla forza della repubblica franzese, che ogni di più pareva insuperabile, si era piegata, benchè mal volontieri, a voler trattare, ed aveva mandato a questo fine lord Malmesbury in Francia. Tutti pretendevano voci di voler rimuovere tanto incendio dalla Europa afflitta e di aver a cuore lo stato salutifero dell'umanità. Ruppero questi negoziati le vittorie dell'arciduca Carlo in Germania, che compensarono le sconfitte di Beaulieu e di Wurmser in Italia. Imperò gli alleati si fecero più renitenti, e di nuovo convenne venire al cimento delle armi. Solo la Sardegna, che era ridotta piuttosto in potestà della Francia che nella propria, aveva concluso un trattato di lega difensiva, avendo il re costantemente ripugnato ad una lega offensiva a motivo della guerra imminente col papa; il quale trattato il direttorio non volle ratificare.

Adunque il direttorio, trovata tanta fermezza nell'Austria, nell'Inghilterra e nel papa, che continuamente si preparava alla guerra, e dubitando che questo modo potesse estendersi più oltre, perchè non si fidava di Napoli, si consigliava di voler provare se il timore delle rivoluzioni potesse sforzare i potentati a far quello che il timore dell'armi non aveva potuto.

A questo fine erano indirizzati i moti dell'Emilia e le instigazioni di Trento. Ma, per parlar de' primi, si voleva da Buonaparte che a quello che da principio aveva potuto parere frutto disordinato della guerra succedesse uno stato regolato ed un assetto più giusto di costituzione. Anche sperava il generalissimo di accendere con questo allettativo d'independenza talmente que' popoli già di per sè stessi tanto accendibili, che un fanatismo politico avesse a pareggiare gli effetti di quell'ardore religioso che per difesa propria il pontefice facea sorgere in Italia contro i conquistatori.

Erasi inditto il congresso de' quattro popoli dell'Emilia, Modenesi, Reggiani, Bolognesi, Ferraresi il dì 27 dicembre, malgrado di Buonaparte, che avrebbe desiderato che più presto si adunassero per dar cagione di temere al papa in tempo, in cui bollendo ancora le pratiche, non aveva ancora il pontefice rifiutato la pace. Convennero in Reggio i legati dei quattro cispadani popoli, trentasei Bolognesi, venti Ferraresi, ventidue Modenesi, ventidue Reggiani. Avevano mandato amplissimo di fare quanto alla salute della repubblica si appartenesse; l'unione massimamente de' quattro popoli in un solo stato procurassero. Grande era il calore, grande l'entusiasmo di quegli spiriti repubblicani. Ordinarono, ad alta voce, non a voti segreti si squittinassi. Poi fecero una congregazione d'uomini eletti dalle quattro provincie, affinchè proponessero i capitoli della unione. Fu l'unione accettata con tutti i voti favorevoli. Accrebbero la giubbilazione gli uomini deputati di Lombardia Milanese venuti ad affratellarsi; erano Porro, Sommariva, Vismara da Milano, Visconti da Lodi, Gallinetti da Cremona, Mocchetti da Casalmaggiore, Lena da Como, Beccaria da Pavia. Orarono conforme all'occasione; fu fatto risposta da Facci presidente con gratissime parole.

Aprivansi in questo le porte del consesso; il reggiano popolo, bramoso di vedere e di udire, lietamente entrava. Gravemente Fava da Bologna a nome della congregazione degli uomini eletti intorno all'unione de' quattro popoli favellava. Chiamarono di nuovo con segni d'inudita allegrezza la cispadana confederazione, chiamarono la unità della repubblica. Fu piena la città di giubbilo; credevano che quel giorno fosse per essere principio di felici sorti. Ed ecco in mezzo a tanta allegrezza sopraggiungere l'aiutante generale Marmont, mandato da Buonaparte ad incitare ed a sopravvedere. Introdotto al cospetto del congresso, gli applausi, le grida, le esultazioni montarono al colmo. Postergata la dignità, tanta era l'ardenza, avevano i legati piuttosto sembianza di energumeni che di uomini gravi chiamati a far leggi.

L'entusiasmo de' Cispadani piaceva a Buonaparte, perchè sperava di cavarne denaro, gente armata, spavento al papa. Infatti aveva il congresso statuito, che una prima legione italica si formasse; nè questa truppa oziosamente si ordinava: correvano gli uomini volentieri sotto le insegne; il generalissimo gli squadronava e faceva reggere da' suoi ufficiali. Ma se dall'un lato egli era contento della disposizione degli animi nella repubblica Cispadana, dall'altro non si soddisfaceva della composizione del congresso; perchè avrebbe voluto vedere in lui, per quel suo intento di far paura al papa, nobili, preti, cardinali ed altri cittadini di maggior condizione, che patriotti fossero stimati; e quantunque alcuni e nobili e preti vi sedessero, non era il numero nè il nome di quella importanza ch'egli desiderava. Per questo, si lamentava che Garreau e Saliceti, commissarii del direttorio, gli guastassero i suoi disegni, procedendo con soverchio calore in queste instigazioni, e chiamando al reggimento dello Stato uomini di poca entità, o troppo risentitamente repubblicani. Spesso ei si querelava con questi commissarii e gli ammoniva con forti riprensioni, ma essi, se non apertamente, almeno nascostamente continuavano ad incitare ogni sorte di persone.

Scriveva il congresso il di 30 dicembre a Buonaparte, essersi i cispadani popoli costituiti in repubblica, e ne lo invocava padre, protettore. A queste lettere, ricevute con lieta fronte dal conquistatore, rispondeva egli, aver udito con molto contento l'unione delle quattro repubbliche, ma inculcare loro soprattutto d'ordinarsi alle armi, perchè senza la forza le leggi non valgono. Il congresso annunziava quindi ai popoli la creazione della repubblica, lodando Francia, lodando Marmont, lodando Buonaparte vincitore.