Finalmente la sorte declinante della battaglia faceva accorto Buonaparte di quel che avesse a fare: si metteva alla opera del far gettare in copia fascine nell'alveo dell'Alpone verso la sua foce, con isperanza che avrebbero fatto un sodo sufficiente, perchè i suoi soldati potessero passare a man salva. Ma riusciva vano l'intento, perchè la corrente dell'acqua diveniva per quell'ostacolo tanto impetuosa, che il passare si trovò più difficile di prima. In questo mentre Alvinzi, volendo usar la occasione della diminuzione d'animo prodotta necessariamente nel nemico da tanti e sì mortali ribadimenti, usciva grosso da San Bonifacio, con intento di pruovare se gli venisse fatto di cacciar i Franzesi nell'Adige, od almeno costringerli a ripassare il ponte di Ronco. Ma fu pronto al riparo Buonaparte, e con alcune artiglierie piantate da lui in un luogo opportuno, faceva stare addietro i Tedeschi. Sopraggiungeva in fine la seconda notte, che faceva sosta al sangue ed alle morti.

Si avvicinava il giorno in cui doveva definirsi a chi dei due possenti nemici avesse a rimanere la possessione d'Italia. Non isbigottitosi Buonaparte a tante infelici pruove, usando l'oscurità della notte e la cessazione dell'armi, aveva fatto dar opera all'edificar del ponte con cavalletti ed assi sopra l'Alpone in poca distanza dal luogo dove mette nell'Adige. Si erano accorti i Tedeschi del disegno, e però, la mattina del 17, erano usciti di Arcole con intenzione di rituffare la duodecima nell'Adige. Ma le artiglierie franzesi trassero sì aggiustatamente che fu fatto abilità ai soldati di Buonaparte di racconciar il ponte, di conservare la duodecima e di varcare. Andavasi adunque alla battaglia terminativa.

Incominciava a colorirsi il disegno di Buonaparte: le cose succedevano come egli le aveva ordinate; perchè Provera non potè far frutto da Porcile, Augereau varcava l'Alpone, e la sessagesima quinta, condotta da Robert, rincacciava, marciando sull'argine, i Tedeschi sino al ponte d'Arcole. Ma gl'imperiali si scagliavano poi con tanto impeto contro di lei, che non solo fu risospinta fin là donde si era mossa, ma, disordinatamente fuggendo, già aveva dato indietro fino al ponte di Ronco. Seguitavano i Tedeschi questa parte di Franzesi che fuggiva, credendo di possedere la vittoria, mentre ella effettivamente già loro usciva di mano; imperciocchè Massena, che sapeva bene corre i tempi ed usarli con vigore, compariva improvvisamente sulla destra loro, la diciottesima li percuoteva di fronte, Gardanne, uscito dall'agguato in cui se ne stava, gli urtava sul fianco sinistro. Tanti contemporanei assalti disordinava la schiera tedesca, di cui parte si ritirava più che di passo verso Arcole, parte fu spinta nella palude vicina, dove divenne miserabile bersaglio e dell'artiglieria e dell'archibuseria di Francia.

Alvinzi manteneva tuttavia la battaglia contro Augereau che, varcato il ponte, si era condotto sulla sinistra dell'Alpone; ned era facile a Buonaparte di sforzarlo, quando gli sovvenne uno stratagemma, e fu di mandare una compagnia di soldati a cavallo, acciocchè girando velocemente dietro il fianco degli austriaci, andasse a romoreggiar loro alle spalle con le trombe e con quel maggiore strepito che potesse. Un luogotenente Ercole, cui fu dato questo carico, lo condusse con quella celerità ed avvedutezza che meglio si potevano desiderare. Certo è intanto che, o che il romore improvviso di quest'Ercole o gli altri casi del conflitto sel facessero, gli Austriaci incominciavano a declinare manifestamente, ed infine a cedere il campo, se non con fuga, almeno con ritirata molto presta. Occupavano con infinita allegrezza i Franzesi il tanto combattuto Arcole e vi pernottavano. Ritirava Alvinzi le sue genti ad Altavilla, poscia a Montebello sul Vicentino.

La battaglia d'Arcole pose per allora in sicuro la fortuna franzese in Italia. Aveva bene Davidowich, calatosi da Ala il dì medesimo in cui Buonaparte vinceva ad Arcole, rotto e fugato Vaubois da Corona, poscia da Rivoli; scacciatolo dai monti di Campara con presa di undici cannoni e di due mila prigionieri, fra i quali si noveravano Fiorella e Lavallette; finalmente minacciato di riuscire alle spalle di Verona e di correre al riscatto di Mantova. Ma quello che sarebbe stato fatale ai Franzesi se fosse stato effettuato sei giorni avanti, non poteva partorire se non la ruina di Davidowich, effettuato essendo a questo tempo. E infatti, non così tosto ebbe Buonaparte vinto ad Arcole, che si rivoltava con le sue schiere vincitrici contro Davidowich, e, trovatolo a Campara, lo debellava. Si conduceva l'Austriaco prima a Dolcè, poi ad Ala, seguitato velocemente dai Franzesi che lo danneggiarono nella retroguardia. Essendo diventati novellamente i Franzesi padroni di tutto il Veronese, e la stagione correndo molto sinistra, condussero i due avversarii i soldati loro alle stanze. Fermossi Davidowich in Ala, Alvinzi in Bassano con la vanguardia a Vicenza ed a Padova, ed il grosso sulle rive della Brenta. Stanziò Buonaparte nel Veronese, rimandata però la schiera di Kilmaine al campo di Mantova per istringere viemaggiormente l'assedio, della piazza che, siccome priva dell'aiuto d'Alvinzi, credeva aver tosto a venir in sua possanza.

Le armi infelicemente usate dall'Alvinzi non avevano tanto sbigottito l'imperatore, che non confidasse di poter soccorrere con frutto le cose d'Italia. Perocchè le sue genti erano tuttavia quasi intere, e la devozione dei popoli grande, e la somma della guerra consisteva in una vittoria, alla quale la volubile fortuna avrebbe, quando meno si pensava, potuto aprire il varco.

Il pontefice che volea piuttosto incontrare una guerra pericolosa che accettare condizioni inonorate e contrarie alla purità delle fede; Napoli che se fortuna voltasse il viso più benigno a coloro ai quali fino allora era stata avversa, non si dubitava che non fosse per mutar fede, confortavano l'Austria a fare un nuovo sforzo anche prima che la stagione si fosse intiepidita. Solo dava timore la piazza di Mantova, che si sapeva essere ridotta agli estremi. Ma Wurmser non indugiava a torre in questo proposito ogni dubbio: assaltava i giorni 19 e 25 novembre con quasi tutto il presidio i repubblicani a Sant'Antonio ed alla Favorita, ed, avendoli fatti piegare, predava ed introduceva dentro la piazza non poca quantità di viveri; ed avendo poi avuto avviso che erano arrivate nel porto alcune barche cariche di munizioni da bocca ad uso dei Franzesi, usciva nuovamente molto grosso l'11 e 14 dicembre, e le predava: prezioso sussidio alla sue affamate genti.

L'imperatore, cui era gravemente spiaciuta la tardità di Davidovich, lo richiamava e gli dava lo scambio nel principe di Reuss. Malgrado l'infelice successo della guerra testè terminata con la sconfitta d'Arcole, serbava fede ad Alvinzi, il quale si deliberava a nuovi disegni, e che, per arrivare a' suoi, fini aveva cinquanta mila combattenti, se non tutti sperimentati, almeno tutti ardenti. Maravigliosa cosa è il pensare come l'Austria, dopo tante rotte, abbia potuto raccorre in sì breve tempo un esercito sì grosso. Ma dal Reno erano venuti più di tre mila soldati, quattro mila dall'Ungheria: gli altri Stati ereditarii fornivano a proporzione. Risplendè principalmente la fedeltà e l'ardore dei Viennesi, perchè quattro mila giovani delle prime famiglie, lasciati, in sì grave pericolo della patria, gli agi e le morbidezze, e prese le armi, accorrevano bramosamente fra le nevi del Tirolo, e fra i veterani dell'esercito al voler riconquistare al loro signore la perduta Italia; e benchè i maligni si facessero beffe di questa gente, giovinastri chiamandoli e ciamberlani, si vide alla pruova ch'erano valenti soldati.

MDCCXCVII

Anno di
Cristo
MDCCXCVII
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XV
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