Usciva Wurmser circondato da' suoi liberi soldati: ammiravano in lui la fortezza e la volontà egregia con un corso di fortuna troppo indegnamente contraria. Debbonsi lodare i vincitori che con più cortese dimostrazione il vecchio prode ed infelice guerriero onorarono. Buonaparte stesso non ommise di esaltare il guerriero austriaco, scrivendo al direttorio, con altre cose, avere con intento proprio voluto dimostrare la franzese generosità verso il vecchio Wurmser, generale di settant'anni, segno d'avversa fortuna, d'animo invitto. Così Mantova, combattuta dalla forza e dalla fame, venne in potestà della repubblica.

Torniamo ai travagli ch'erano in Roma. L'esercito pontificio si era, come abbiam narrato, accampato sulla destra dei Senio, pronto a difendersi, non ad offendere. Avevano i soldati del pontefice, in numero di sei in sette mila fanti e cinquecento cavalli, munito il ponte del Senio sopra e sotto con buoni ridotti e con quattordici pezzi di artiglieria. Un altro pezzo assicurava il ponte medesimo che guarda quasi per diritto la strada di Faenza. Avevano pur fatto un fosso ed altre fortificazioni ancora. Il generale di Francia, come prima giunse ad un quarto di miglio da Caslelbolognese, arrestava il passo a Lannes ed a Fiorella, e mandava avanti Junot con un buon reggimento di cavalleria ad ordinarsi in battaglia a sinistra della strada vicino al ponte, ma oltre il tiro delle artigliere pontificie. Robillard schierava, non fitti, ma larghi, duecento feritori alla leggiera lungo il fiume sulla riva sinistra. Voleva Victor che costoro facessero opera di passare a qualche agevole guado, poichè pei tempi secchi era il fiume guadoso in molti luoghi. Non così tosto si affacciarono al fiume, che pioveva loro addosso una tempesta di palle; già piegavano: ma incuorati dai capi, erano tutti soldati di Lombardia, tornavano al cimento, e non solamente sostenevano quel duro bersaglio, ma cacciatisi nel fiume, che correva molto rapido, il passarono. Del quale ardimento sbigottiti i soldati del papa, abbandonavano il fosso per ricoverarsi nei ridotti; al che tanto più volontieri ne vennero, quanto più Victor, accortosi del fatto, e non volendo lasciar soli al pericolo i primi feritori, aveva ordinato alla quinta dei leggieri che varcasse ancor essa. Ma i pontificii, siccome il fosso era stato scavato per diritto e perpendicolarmente ai ridotti, nè l'avevano munito con le necessarie traverse, si trovavano esposti a tutto il bersaglio dei feritori nemici; il che li fece disordinare e sbigottire vieppiù. In questo la cavalleria del papa, mossa da uno spavento repentino, si metteva in fuga. Victor, conosciuto che quello era il tempo buono per vincere, mandava a dar la carica al ponte due compagnie di Lombardi, due di Polacchi. Non contrastarono più a lungo le truppe pontificali il passo, e si ritirarono con grave disordine e precipitosamente a Faenza. Non poterono tostamente seguitarle i repubblicani per la difficoltà delle strade.

Superato il Senio, s'appresentavano i repubblicani alle porte di Faenza, le quali atterravano coi cannoni, ed entrarono nella terra abbandonata dal presidio pontificio. Fu notabile in Faenza, città nobile e ricca, la moderazione del vincitore; conservò intatte ed inviolate le proprietà e le persone; anzi Buonaparte, fatti venire a sè i preti ed i frati, li confortava a star di buona voglia, dimostrando volere che da tutti la religion si rispettasse ed i suoi ministri si beneficassero. Davansi facilmente, discorrendo i Franzesi per tutto il paese come folgore, Forlì, Cesena, Rimini, Pesaro, Fano, Sinigaglia, quantunque il passo di quest'ultima fosse munito di buoni difensori. Si era Colli tirato indietro fino ad Ancona, sperando di poter quivi fare qualche resistenza. Prevedendo intanto il pericolo della Casa di Loreto, intorno alla quale non ignorava i pensieri rapaci manifestati già fin dal principio dell'anno precedente dal direttorio, aveva spacciatamente comandato che, posti sui carri gli arredi e le reliquie più preziose, s'indrizzassero alla volta di Roma. Stava Colli accampato sulla Montagnola con cinquemila soldati e sette pezzi di buone artiglierie. Ordinava Victor agl'Italiani ed ai Polacchi andassero all'assalto: le genti grosse, girando a destra, facevano sembianza di voler riuscire alle spalle dei pontificii. Fu debole la difesa, perchè i soldati di Colli, spaventati dalla rotta precedente, si ritirarono in gran fretta: appena Colli fu a tempo di vuotare Ancona e la cittadella. Se ne impadronirono i repubblicani. Il generale della Chiesa, come prima potè raccorre i soldati disordinati, anduva a porre il campo tra Foligno e Spoleto. La Marca, tutto il ducato di Urbino, eccettuata la metropoli, la più gran parte dell'Umbria venivano sotto l'obbedienza della repubblica. Espilavasi Loreto. La statua della Madonna, con alcuni altri capi più singolari trascelti dai commissari Monge, Villetard e Moscati, si avviavano alla volta di Parigi. Del resto si mostrava assai continente Buonaparte, minacciando morte ai soldati che facessero sacco. Piantava Victor il suo principale alloggiamento a Foligno.

Andando tanto impetuosamente in precipizio lo Stato pontificio, un alto terrore assaliva Roma. Già pareva ai Romani che quel primo seggio della cristianità dovesse andare a sacco ed a fuoco. L'erario, le suppellettili preziose, le lauretane ricchezze si avviavano a gran pressa verso Terracina. Nè i ricchi se ne stavano, perchè ancor essi incamminavano le suppellettili più nobili e più care, e così le persone al medesimo viaggio. In mezzo a sì grave precipizio, uscivano ad ora ad ora, come suol accadere in simili casi, voci più spaventose ancora, che già i nemici fossero alle porte, e chi diceva di averli uditi, e chi di averli veduti. Raddoppiavansi il terrore, le grida, la confusione, la fuga: pareva ad ognuno che già spenta fosse ogni salute, che già Roma, l'antica madre, rovinasse.

In caso tanto lagrimevole e spaventoso, potendo i Franzesi a volontà loro correre per tutto lo Stato ecclesiastico, non era più luogo ad altra deliberazione se non di piegarsi a quella dura necessità. Si mostrava costante il pontefice nel non voler consentire a quelle condizioni che nel modello del trattato imposto dal direttorio erano a lui parute contrarie alle dottrine della sedia apostolica ed alla consuetudine della Chiesa. Quanto agl'interessi temporali, preponendo il titolo della salvezza di Roma a qualunque altro rispetto, si preservasse con opportune concessioni, sclamava, la città; alla concordia con Buonaparte si provvedesse. Aveva sempre il generale della repubblica veduto molto volontieri il cardinale Mattei: parve mediatore opportuno a piegare lo sdegno del vincitore. Cresceva tuttavia il pericolo, cresceva il terrore. Destinava il pontefice quattro legati al generale; il cardinale Mattei, monsignor Galeppi, il duca Luigi Braschi, il marchese Camillo Massimi; concludessero ad ogni modo la pace, salva però la religione e la sedia apostolica. Incontravano per viaggio il corriere portatore delle lettere di Buonaparte al cardinale: erano molto benigne, recatrici di tregua, promettitrici d'accordo; questa fu la consolazione di Roma. Arrivarono i legati a Tolentino, dove Buonaparte aveva le sue stanze. Accolti con dimostrazioni cortesi dal generale, si restringevano tostamente con lui a negoziare in una faccenda che oggimai non aveva più in sè difficoltà di importanza, perchè nè Buonaparte voleva toccare lo spirituale, nè il papa aveva più, pel terrore e per l'estremità del caso, arbitrio del temporale, essendo già posto in balia del vincitore.

Si concludeva il giorno 19 febbraio a Tolentino il trattato di pace fra il papa e la repubblica di Francia. Si obbligava il pontefice a recedere da qualunque lega segreta o palese contro la repubblica; a non dar soccorsi nè d'armi, nè di soldati, nè di viveri, nè di denaro, nè di navi a chi nemico ne fosse; a licenziare i reggimenti nuovi; a serrare i porti ai nemici di Francia, ad aprirgli ai Franzesi; al cedere alla Francia Avignone, il contado e le dipendenze; al cedere ugualmente le legazioni di Bologna e di Ferrara, con ciò però che non vi si facessero novità pregiudiziali alla religione cattolica; al consentire che la città, la cittadella ed il territorio d'Ancona sino alla pace si depositassero in mano della repubblica. Oltre a questo si obbligava il papa a pagare fra un mese ai Franzesi quindici milioni di tornesi, dieci in contanti e cinque in diamanti; fra due mesi altrettanti, parte pure in pecunia numerata, parte in diamanti. Consentiva inoltre a somministrare ottocento cavalli, bestie da tiro altrettante, buoi, bufali ed altri animali dello Stato della Chiesa; a dare i manoscritti, i quadri, le statue pattuite nel trattato di Bologna; a disapprovare la uccisione di Basseville, ed a pagare pel ristoro dei danni alla famiglia dell'ucciso trecento mila tornesi; a liberare i prigionieri per cause di Stato; a restituire ai Franzesi la scuola delle arti in Roma; volle finalmente il vincitore, e consentiva il papa, che il trattato fosse obbligatorio per lui e pei successori nella cattedra di San Pietro per sempre.

Così finiva la romana guerra.

Il generale fortunato, domati i grandi, volle far mostra di onorare e rispettare i piccoli. Mandò, trovandosi agli alloggiamenti di Pesaro, a dì 7 febbraio, Monge a certificare la repubblica di San Marino della fratellanza ed amicizia della repubblica franzese. Andò Monge sulla cima del monte Titano. Introdotto in cospetto dei padri, disse, enfaticamente parlando, dappoichè Atene, Tebe, Roma e Firenze avevano perduto la libertà, quasi tutta l'Europa essere venuta in servitù; solamente in San Marino essersi ricoverata la libertà; ma pur finalmente il popolo franzese, del proprio servaggio vergognandosi, essersi vendicato in libertà: l'Europa, posti in non cale i proprii interessi, posti in non cale gl'interessi del genere umano, essere corsa all'armi contro di lui; la civil guerra avere aiutato la forestiera; pure essersi avventato lui alle frontiere, avere debellato i suoi nemici: avere trionfato, venuti i suoi eserciti in Italia, avervi vinto quattro eserciti austriaci, recatovi la libertà, acquistatosi gloria immortale quasi fin sotto gli occhi della sanmarinese repubblica; avere la repubblica di Francia, abborrente dal sangue, offerto pace, ma averla anche offerta indarno; perseguitare intanto i suoi nemici, passare presso a San Marino per perseguitarli; ma vivessero sicuri che Francia era amica a San Marino. A questo passo veniva Monge offerendo alla repubblica da parte del generalissimo territorii di stati vicini. Troppo squisito e magnifico parlare e troppo inconveniente offerta era questa a quegli uomini semplici ed ammisurati; nè si sa perchè Monge, che uomo temperato era anch'egli, la facesse. Il torre e l'accettare erano ugualmente brutti e pericolosi per una repubblica che era vissa sì lunga età innocente e pura da quel d'altrui. Buonaparte venne poscia in sull'offerire egli stesso: darebbe quattro cannoni, darebbe fromenti; riceverebbe in sua protezione San Marino, e farebbe portar rispetto ovunque e quandunque a' suoi cittadini.

Rispose il consiglio, accetterebbe i cannoni volontieri, accetterebbe anche i fromenti, ma pagandoli; dei territorii contento agli antichi, non volerne nuovi; solo pregare qualche maggior larghezza di commercio, e di ciò richiedere l'eroe invincibile. Il seguito fu che i cannoni non furono dati e che non si parlò più di San Marino. Continuò nella solita quiete e libertà; continuò a rispettare i diritti degli uomini senza vantarli, il che è meglio che il vantarli, senza rispettarli; continuarono dall'altra parte intorno al felice monte gli strepiti e la licenza dei popoli e dei soldati.

Rimoveva Buonaparte appoco appoco le sue genti dallo Stato ecclesiastico: poscia si conduceva a Bologna intento a nuove imprese, perchè già l'Austria un'altra volta ingrossava.