Intanto Joubert, al quale partendo aveva dato il carico di perseguitar l'inimico, mandava sui monti a sinistra Murat coi soldati più veloci, i quali, dato dentro negli Austriaci, li rompevano con grande terrore. Fu generale la sconfitta, e, se si eccettuino dieci battaglioni ed otto squadroni che il giorno innanzi aveva Alvinzi spedito a Bassano per assicurare quel passo, nissun reggimento si ritirava che intero ed ordinato fosse. Entrava poi Joubert in Trento con bella e lieta mostra guerriera.

Spente le speranze dell'Austria nei campi di Rivoli, si ravvivavano alcun poco, ma per breve tempo, nelle regioni vicine a Mantova. Erasi Provera accostato all'Adige coll'intento di varcarlo per accorrere prestamente al sussidio di Mantova. Simulava, per ingannare Augereau che stava schierato sull'altra riva, ora accennando a Ronco, ora a Porto Legnago. Ma finalmente, gittatosi improvvisamente ad Anghiari, e fatto star indietro con le artiglierie i Franzesi che dall'opposta riva lo oppugnavano, vi piantava il ponte, e varcava, come abbiam detto, il giorno 13 di gennaio. Non così tosto ebbe Provera effettuato il passo, che, chiamate a sè le bande spartite, marciava velocemente alla volta di Mantova; perciocchè nella celerità era riposta la vittoria. Passava per Cerea, Sanguineto e Nogara: alloggiava in questa ultima terra la notte del 14. Il dì 15, continuando a viaggiare molto per tempo e prestamente, passato Castellara, compariva in cospetto di San Giorgio, sobborgo di Mantova. Il seguitavano più che di passo Guyeux ed Augereau, e sebbene non potessero giungere il corpo principale, davano nondimeno addosso al retroguardo, e tutto lo ridussero, armi, soldati e munizioni, in potestà loro. Tuttavia era ancor Provera grosso di più di cinque mila soldati. Ma Buonaparte, con celerità, unica quasi nelle storie, marciando, arrivava contra di lui la notte del 15, e da ogni parte il circondava. Splendeva il giorno 16: Wurmser e Provera assaltavano la Favorita e Sant'Antonio. Fu tanto impetuoso l'assalto del maresciallo, che Dumas posto alla guardia di Sant'Antonio fu costretto a piegare, lasciando le trincee in mano dei Tedeschi. Mandava Buonaparte un rinforzo di genti fresche a Dumas, con le quali potè raffrenare l'impeto del nemico, ma non tanto che Wurmser non arrivasse sino in cospetto della Favorita; già anzi si accingeva ad assaltar alle terga i repubblicani che guardavano quelle fortificazioni. Ma non era passato con la medesima felicità l'assalto dato alla fronte della Favorita da Provera, perchè, ributtato aspramente da Serrurier, che stava dentro, non potè far frutto. Wurmser, combattuto validamente da Victor venuto con le genti da Rivoli, temendo di esser tagliato fuori da Miollis, che poteva uscire da San Giorgio, ed assalito a mano manca da Massena, si riduceva prontamente in Mantova.

I Franzesi, liberati dagli assalti di Wurmser, stringevano viemmaggiormente Provera. Percuotevanlo a fronte Serrurier, a stanca Victor, a destra Miollis, e già tempestando alle spalle Augereau, che arrivava da Castellare, gli faceva segno che l'arrendersi era più sicuro del combattere. Pure perseverava, volendo, se la malvagità della fortuna lo sforzava a depor le armi, averle almeno usate da guerriero franco e valoroso. Finalmente, costretto dalla forza sopravanzante, chiedeva i patti, e gli otteneva. Fecero conspicua la vittoria meglio di cinque mila prigionieri, dei quali non poca parte erano i volontarii di Vienna. Grave ed importante vittoria, perchè Mantova restava senza rimedio; tutta l'Italia in balia dei repubblicani: di una parte erano padroni per la presenza, dell'altra pel terrore.

Combatterono gli Austriaci in tutte le fazioni raccontate con molto valore; nè si può negare che i disegni dei capitani loro fossero bene ordinati; ma mancarono di effetto, primieramente perchè penetrati, secondariamente per l'incredibile celerità di Buonaparte e de' suoi soldati. Perdettero gl'imperiali in tutte le descritte battaglie, inclusa quella di Provera, tra morti, feriti e prigionieri circa venti mila soldati, con sessanta bocche da fuoco e ventiquattro bandiere. Tutti i volontarii viennesi furono o morti o presi. Scriveva Buonaparte essere mancati de' suoi, tra morti e feriti, solamente due mila; ma furono assai più, e se si noveravano i prigionieri, che però montavano a poca gente, fu perdita di più di sei mila soldati.

In modo tanto misero si terminava il quarto sforzo dell'Austria a difesa e a ricuperazione de' suoi Stati italiani. Ma Buonaparte non era di natura tale che volesse lasciare l'opera imperfetta. Per la qual cosa, risolutosi a non dar posa al nemico, se non quando ei fosse giunto in luoghi del tutto insuperabili, e volendo anche avere un campo più largo a cibare i soldati nelle veneziane pianure, si spingeva oltre, perseguitando le reliquie dei vinti, i quali, incalzati da tutte le parti, più non ebbero altro rimedio che di ritirarsi, come fecero, alle regioni più rotte e quasi del tutto chiuse appresso a Bolzano. I soldati dell'imperatore, abbandonate intieramente le rive della Brenta, e financo le sue sorgenti, si riposarono nelle invernali stanze, avendo la fronte loro distesa dai luoghi più alti della riva destra del Lavisio, passando per le fonti della Piave vicino a Cadore e per la sinistra di questo fiume fino alla sua foce. Quivi stavano aspettando ciò che fossero per portare con sè la stagione migliore e la fortuna fino allora vittoriosa dello arciduca Carlo, che già si vociferava avere ad essere fra breve capo dell'esercito italico. I Franzesi, signori di Bassano e di Treviso, attendevano anch'essi, essendo, pel sopravvenire della vernata, divenuti i tempi sinistri, dall'un de' lati a riposarsi, dall'altro a ridurre in potestà loro Mantova, a soggezione il papa.

Buonaparte, conoscendo che dopo la rotta tanto compiuta degli Austriaci, era Mantova divenuta sua certa preda, si voltava incontanente contro il pontefice per condurre a fine con l'armi quello che aveva incominciato col terrore per la rivoluzione di Modena e delle due legazioni di Bologna e di Ferrara. Era entrato in Roma uno spavento grande dopo la sconfitta degl'imperiali; se ne stava dubbio il pontefice del partito che avesse ad abbracciare. Pure si deliberava a mostrar il viso alla fortuna, perchè con un vincitore fantastico forse la pace non sarebbe stata peggiore dopo che prima del combattimento. Colli dava speranza di poter opporsi con qualche frutto, prendendo i luoghi e fortificando gli alloggiamenti. Fors'anche credeva Pio che Buonaparte non si sarebbe ardito di precipitar Roma agli estremi. Oltre a tutto questo, non si ingnorava pel pontefice che, quantunque il governo da Francia fosse divenuto tanto potente per le armi, una debolezza interna il rendeva vacillante, e questa consisteva nelle credenze cattoliche, che per le persecuzioni e per le disgrazie, erano ripullulate in Francia: il che rendeva necessario il venire ad una composizione con Roma.

I consiglieri del Vaticano si prevalevano dell'efficacia di queste opinioni, e si mettevano al fermo di non voler accettare le condizioni proposte dal direttorio. Ma a Buonaparte, che ora obbediva al suo governo ed ora no, piaceva la guerra col pontefice, per ampliazione di fama, malgrado le dolci parole che indirizzava ora al cardinal Mattei, ora al pontefice medesimo. E se si considerano le scritture in numero quasi infinito che ogni giorno si pubblicavano nei paesi conquistati contro il papa e contro le romane cose, non si potrà in alcun modo dubitare dei pensieri sinistri che il generale repubblicano nutriva contro Roma. Anzi procedeva tanto oltre in questo la sfrenatezza, che sul gran teatro di Milano, a ciò stimolando i capi franzesi che comandavano in questa città, si dava un ballo in cui erano sconciamente scherniti il papa ed i cardinali. Costoro adunque, che per tutti i modi s'ingegnavano d'ingannare e di distruggere il papa, si recavano poi a male ch'egli tentasse di assicurarsi per mezzo di un'alleanza coll'Austria. Una lettera che il cardinal Busca, segretario di Stato, scriveva al prelato Albani mandato dal papa a Vienna, ed intrapresa da Buonaparte, dava occasione al generalissimo di levar rumore.

Buonaparte, usando la occasione della lettera intercetta, e liberato dal timore delle armi austriache, sdegnosamente dichiarava a Bologna: essere rotta la tregua col papa; si apparecchiava a fargli la guerra. Allegava, avere il pontefice ricusato l'esecuzione de' capitoli ottavo e nono della tregua; gridato la crociata contro i Franzesi; mandato le sue genti a minacciar Bologna; intavolato un trattato con l'Austria; condotto generali ed ufficiali austriaci al suo soldo; ricusato di rispondere alle proposizioni di Cacault, ministro di Francia a Roma. Delle quali cose si può dire che se Buonaparte pretendeva che il pontefice fosse in condizione ostile contro i Franzesi, aveva ogni ragione, ed anche aveva ragione di correre alle armi contro il pontefice, giacchè il pontefice se ne stava armato contro Francia. Ma accusarlo di non aver mandato ad esecuzione certi capitoli della tregua, non può esser altro se non una seduzione d'intelletto o un abuso di forza; perchè que' capitoli in ciò consistevano: che il pontefice desse milioni di denari e vettovaglie ai repubblicani. Ora il trattato proposto o, per meglio dire, imposto dal direttorio al pontefice, non essendo stato accettato, non si sa comprendere com'ei dovesse somministrar mezzi al suo nemico di nuocere a sè medesimo. Delle altre accuse date a Pio questo si può affermare, che, poichè l'immoderanza del direttorio avea fatto la pace impossibile, e la guerra inevitabile, non solo poteva, ma doveva usare ogni modo per restare assicurato delle cose contro la prepotenza altrui.

Intanto Buonaparte intendeva alle sue preparazioni: circa venti mila soldati stavano pronti a correre contro il papa; e fra i buonapartiani erano molti soldati italiani delle due repubbliche transpadana e cispadana. Buonaparte richiamava da Roma Cacault. Erano nell'oste destinata a far la guerra al papa cinque legioni di fanti franzesi, due di cavalli, tre battaglioni di fanti lombardi, altrettanti di cispadani, con pochi cavalleggieri delle due repubbliche. Comparivano inoltre due compagnie di fanti polacchi, raccolte di disertori e prigionieri austriaci: questo fu il primo principio di quella legione polacca che condotta da Dombrowsky, si acquistò poscia nome nelle guerre italiche. Adunato il generalissimo tutte queste genti in Bologna, le spingeva oltre contro lo Stato ecclesiastico, partite in tre schiere, alle quali aveva preposto Victor, testè fatto chiaro per la vittoria della Favorita. Guidava la prima Lannes, la seconda Fiorella, la terza La-Salcette. Ordinavasi una banda di corridori e feritori alla leggiera, che, composta di Lombardi, aveva, sotto il colonnello Robillard, carico di sopravvedere il paese ed ingaggiare le prime battaglie. Marciavano il dì primo febbraio; occupata facilmente Imola, si avviavano alla volta di Faenza per combattere i pontificii che stavano accampati sulle rive del Senio. Tenevano Lannes e Fiorella la strada maestra per a Castelbolognese, La-Salcette i colli a destra. L'intento loro era d'assaltar di fronte il nemico, e nel tempo medesimo, esplorando i luoghi sul fiume, riuscirgli alle spalle. Ma siccome Buonaparte più temeva i popoli che i soldati, così mandava fuori un bando, parte amichevole, parte minaccioso, col quale dall'un canto annunziava alle terre pacifiche pace ed amicizia, dall'altro alle ostili rigore e vendetta.

Intanto a Mantova l'infelice battaglia della Favorita aveva persuaso a Wurmser che, per la carestia de' viveri, la dedizione era inevitabile. Ciò nonostante, quel suo invitto animo non ancora si sgomentava, deliberato a patire qualunque estremità, prima di arrendersi. Eppure le cose sue erano ridotte in angustissimo luogo: il presidio scemato per morti frequenti, infievolito da febbri mortalissime gli ospedali, le case tutte piene di soldati moribondi, chi non inabilitato dalla malattia, inabilitato dalla disperazione; la ultima fame già tormentava, oggimai erano consumati tutti gli alimenti, gl'infermi si moltiplicavano ogni momento, mancavano per loro i rimedii. A tale era giunta la penuria della piazza, che un uovo si vendeva uno scudo, un pollo quattro, e non se ne trovava; solo pane era di saggina, sola carne di cavallo, fresca e poca pei ricchi, salata e poca pei poveri. Si appiccavano i morbi dai soldati ai cittadini: era in ogni luogo uno squallore, un fetore, una miseria, che male si potrebbe con le parole descrivere. Ecco intanto arrivare le acerbe novelle a Wurmser, essere state predate sul lago trentadue barche cariche di vettovaglie, che Alvinzi, quand'era in possessione delle rive, aveva inviato in soccorso della travagliata Mantova. Questo accidente, che toglieva al capitano dell'Austria la speranza con la quale si sostentava nella estremità della fame, il fece accorto che gli era oggimai necessità di mandar a prendere accordo co' Franzesi, poichè certamente il poteva fare senza macchia dell'onor suo. Mandò dunque dicendo a Serrurier che darebbe la piazza con certe condizioni che non volle il generale repubblicano consentire, parendogli troppo alte; pure finalmente si convenne tra Wurmser e Serrurier in questa sentenza: darebbe il maresciallo ai Franzesi la città, la fortezza e la cittadella; uscirebbe il presidio onoratamente secondo gli usi di guerra, deporrebbe le armi fuori della barriera, restasse prigioniero fino agli scambii; uscisse libero Wurmser, e con lui liberi i suoi aiutanti, duecento soldati a cavallo, cinquecento altre persone a sua elezione; solo contro la Francia per tre mesi non militassero; gissene securamente il presidio a Gorizia per Legnago, Padova e Treviso; curassersi umanamente i malati ed i feriti; fosse data venia a ciascuno delle cose fatte, e niun Mantovano potesse esser ricerco, nè molestato per opinioni o per fatti a favor dell'imperadore: condizioni onorate conformi all'onorata difesa.