Preparata la strada alla rivoluzione delle altre parti della terraferma veneta situate sulla destra del Mincio, per mezzo massimamente della potente Brescia, innalzavano i sollevati l'animo a maggiori cose, proponendosi di turbare anche i paesi posti sulla riva destra dell'Adige, principalmente Verona tanto importante per la sua grandezza e per essere passo del fiume. Mentre ne tramavano gl'inganni, non erano le cose sicure pei Franzesi, che tuttavia si trovavano a fronte dell'arciduca sulle rive del Tagliamento. Il capitano Pico, che aveva anche avuto al medesimo tempo carico da Buonaparte di macchinare in Verona contro i Veneziani, gli rappresentava che il moto di lei sarebbe riuscito pericoloso e di esito molto incerto, stantechè l'arciduca gli stava ancora davanti molto poderoso: esortava pertanto, aspettasse tempo più propizio. Rispondeva, gisse pure e sommuovesse Verona. Nè in Brescia stavano oziosi i novatori rispetto a quella città.
Le insidie ordite per ribellar Verona erano venute a notizia del governo veneto, non solamente per le dimostrazioni tanto palesi dei Bresciani sollevati, ma ancora per segreti avvisi di alcuni fra quegli stessi che macchinavano. Pensava pertanto al rimedio contro sì grave pericolo. Vi mandava, con dar voce di cagioni diverse dai sospetti, parecchi reggimenti di Schiavoni; vi mandava due provveditori straordinarii, Giuseppe Giovanelli, giovane animoso e prudente, e Nicolò Erizzo, uomo di natura molto calda ed amantissimo del nome veneziano. Ma perchè le radici della forza erano nel paese, dava facoltà amplissima al conte Francesco degli Emilii, personaggio ricchissimo e di molto seguito, acciocchè armasse la gente del contado, promettesse e desse soldi, ogni e qualunque cosa che in poter suo fosse, facesse per isventare le macchinazioni dei repubblicani. Accettava volentieri il carico il conte Emilii, e tra per l'autorità del suo nome e l'efficacia delle sue ricchezze faceva non poco frutto, soldando gente, provvedendo armi, ammassando munizioni, traendo a sè buoni e cattivi per tenere in piedi la insidiata repubblica. Faceva compagni alla sua impresa il conte Verità ed il conte Malenza co' suoi due figliuoli, uomini anch'essi molto infiammati nel difendere l'antico dominio dei Veneziani. Il secondavano efficacemente i preti ed i frati con le esortazioni loro, alle quali maggior forza accrescevano lo strazio testè fatto del papa, e lo spoglio di Loreto: gli animi, già infieriti per tante ingiurie, di maggior veleno s'imbevevano per l'oltraggiata religione. Accresceva lo sdegno lo orribile governo che facevano delle provincie le truppe repubblicane, sì quelle che stanziavano, come quelle che viaggiavano. Vieppiù inaspriva i popoli una ingiustizia manifesta, perchè i bagagli rapiti dai Tedeschi in guerra erano fatti pagare dai comuni.
Dava nuovo animo ai Veronesi il fatto di Salò; perchè andata contro questa terra una grossa squadra di Bresciani, mista di Polacchi e di qualche Franzese, fu rotta con non poca strage dai Salodiani aiutati dagli abitatori della valle di Sabbia. Queste erano le masse ordinate dall'Ottolini ai tempi del suo ufficio in Bergamo. Lodevole esempio di fedeltà e di ardire dava nello fazione di Salò il provveditore Francesco Cicogna. I prigioni fatti a Salò, che arrivarono a più di cento, furono condotti a trionfo per Verona; i sudditi, carcerati come rei di Stato. La vittoria dei Salodiani rinvigoriva gli animi sbigottiti in tutta la terra ferma. Armavansi a gara i popoli e protestavano della fede loro verso il senato. E questo moto fu apposto a delitto ai Veneziani dai Franzesi e da' lor partigiani.
Le insidie contro Venezia alle raccontate cose non si rimanevano. I moti della terraferma erano spontanei e solo cagionati dalla rabbia concetta dai popoli infastiditi delle insolenze e sdegnati dalle ingiurie dei forastieri. Perciò il senato li poteva qualificare come opera non sua e sempre protestare, quanto spetta alla direzione dei governo, della perfetta neutralità. Ma i capi delle rivoluzioni in Italia, secondando il talento proprio, e, credendo di far cosa grata al generalissimo, pensarono di fabbricare una menzogna, ed apponendo un atto falso ad uno dei magistrati più principali, far in modo che il governo veneziano egli medesimo paresse colpevole di ree instigazioni contro i Franzesi. Inventarono adunque e pubblicarono un manifesto attribuendolo a Battaglia, provveditore straordinario per la repubblica in terra ferma, col quale si stimolavano i popoli a correre contro i Franzesi e ad ucciderli. Fu questo manifesto composto per opera di un Salvadori, novatore molto operativo di Milano e rapportatore palese e segreto di Buonaparte, poi caduto in miseria tale che, gittatosi in fiume a Parigi, terminò con fine disperato una vita poco onorevole. Tornando al manifesto, fu egli stampato in un giornale che si scriveva in casa del Salvadori da patriotti molto migliori di lui, ma portati ancor essi dalla illusione e dalle vertigini di quell'età. Quantunque astutamente gli sia stata apposta la data del 20 marzo, uscì veramente al 5 aprile, tempo opportuno perchè Buonaparte arrivato a Judenburgo a questo tempo, e già fatto sicuro della pace con l'imperadore, non aveva più timore delle masse veneziane. Non daremo nè il manifesto nè le parole gravissime nelle quali in tale proposito proruppe uno storico famoso; ma dobbiam dire che il manifesto si spargeva in copia dai patriotti e dai capi franzesi, massimamente da Landrieux. Nè credendo i macchinatori di questa fraude, che tutto l'operato fin qui bastasse, perchè i popoli vi prestassero fede, Lahoz, capo e guida di tutte le genti Lombarde e Polacche, gli avvertiva con bando pubblico che la neutralità era stata rotta dai tradimenti di Battaglia, il quale, soggiungeva, si era pazzamente persuaso che «Voi altri contadini, privi in tutto di arte militare, sareste, i vincitori dei Franzesi, la prima nazione dell'universo pel coraggio e la scienza della guerra. Sappiate adunque che il generale Buonaparte ha ordinato che Battaglia sia messo in ferri ed impiccato; che saranno pure impiccati coloro che v'inciteranno alla ribellione; le vostre case saranno arse, le famiglie desolate; uscite d'errore e presto; deponete le armi, portatele al comando di Brescia, mandategli deputati; quando no, perirete tutti.»
Queste ingannevoli dimostrazioni si facevano dagli autori stessi del manifesto per far vedere ai popoli ch'ei fosse vero; e que' ferri e quelle forche erano trovati bugiardissimi, perchè Battaglia, trovandosi allora in Venezia, non era in podestà loro nè di farlo arrestare nè di farlo impiccare. Allontanava da sè Battaglia l'infamia del manifesto con ismentirlo; lo smentiva solennemente il senato. Ma nulla giovava; perchè i tempi erano più forti delle protestazioni.
Rivoltate le regioni d'oltre Mincio dall'antico dominio de' Veneziani, era spianata la strada alla distruzione di quel nobile ed innocente Stato. Restava che le condizioni divenissero tanto sicure rispetto agli Austriaci, che si potesse senza pericolo mandar fuori quello che già da lungo tempo si era il generalissimo nell'animo concetto. A questo gli dava occasione la tregua sottoscritta coi legali dell'imperadore il dì 7 aprile a Judenburgo. Ed in fatti non così tosto l'ebbe firmata, che incominciò le dimostrazioni ostili contro i Veneziani; il che mandò ad esecuzione in varii modi, ma che tutti tendevamo al meedesimo fine. Primieramente mandò il suo aiutante Junot con amare condizioni a fare un violento ufficio a Venezia non senza grave ferita alla dignità della repubblica. Arrivato Junot, altieramente richiedeva per parte del generalissimo di essere udito incontanente in pien collegio dal serenissimo principe. Correvano allora i giorni santi; era il sabbato, in cui per antico costume non sedevano i magistrati, intenti in quel giorno a celebrar nelle chiese i divini misteri. Ne avvertivano Junot; ma egli, giovane impaziente mandato da un giovane impazientissimo, insisteva dicendo o l'udissero subito o appiccherebbe le cedole della guerra ai muri. Credettero i padri che il derogare all'uso antico fosse minore scandalo di quanto era capace di commettere quel soldato, e consentirono ad udirlo la mattina del sabbato. Introdotto in collegio, dov'erano adunati il doge, i suoi sei consiglieri, i tre capi della quarantia criminale, i sei savi grandi, i cinque di terraferma ed i cinque agli ordini, leggeva una lettera che scriveva Buonaparte al doge il dì 9 aprile da Judenburgo, ed era questa: «Tutta la terraferma della serenissima repubblica di Venezia è in armi: in ogni parte sollevati ed armati gridano i paesani morte ai Franzesi; molte centinaia di soldati dell'esercito Italico già sono stati uccisi, invano voi disapprovate le turbe raccolte pei vostri ordini. Credete voi che nel momento in cui mi trovo nel cuore della Germania, io non possa far rispettare il primo popolo dell'universo? Credete voi che le legioni d'Italia sopporteranno pazientemente le stragi che voi eccitate? Il sangue de' miei compagni sarà vendicato: a sì nobile ufficio sentirà moltiplicarsi a molti doppii il coraggio ogni battaglione, ogni soldato franzese. Con empia perfidia corrispose il senato di Venezia ai generosi modi usati da noi con lui. Il mio aiutante, che vi reca la presente, è portatore o di pace o di guerra. Se voi subito non dissolvete le masse, se non arrestate e non date in mia mano gli autori degli omicidii, la guerra è dichiarata. Non è già il Turco sulle frontiere vostre, nissun nemico vi minaccia, d'animo deliberato voi avete inventato pretesti per giustificar le masse armate contro l'esercito: ma ventiquattr'ore di tempo e non saran più: non siamo più ai tempi di Carlo VIII. Se, contro il chiaro intendimento del governo franzese, voi mi sforzate alla guerra, non pensate per questo che, ad esempio degli assassini che voi avete armati, i soldati franzesi siano per devastar le campagne del popolo innocente e sfortunato della terraferma. Io lo proteggerò, ed egli benedirà un giorno sino i delitti che avranno obbligato l'esercito franzese a liberarlo dal vostro tirannico governo.»
Qui non è bisogno d'aggiugner discorsi per giudicare di così fatta intimazione. Solo si debbe avvertire che i paesani, che difendevano il loro sovrano, non si sarebbero mossi e non avrebbero ucciso i soldati franzesi se gl'insidiatori non avessero seminato la ribellione. Del resto alcuni pur troppo furono uccisi, ma non a centinaia come la solita gonfiezza ebbe allegato. Ridotto il principe di sì antica e nobile repubblica a condizione tanto abbietta, rispose pacatamente, delibererebbe il senato; avere sempre nodrito sentimenti di lealtà e di amicizia verso la nazione franzese. Intanto le crudeli calunnie, l'incredibile insulto, le disgrazie imminenti avevano riempito l'animo de' circostanti di orrore e di terrore.
Acerbe lettere scriveva il dì medesimo del 9 aprile il generalissimo a Lallemand: non potersi più dubitare che lo armarsi de' Veneziani non avesse per fine di serrare alle spalle l'esercito di Francia; non aver mai potuto restar capace del come Bergamo, città fra tutte le altre degli Stati di Venezia dedita al senato, si fosse armata contro di lui; meno ancora potuto comprendere come per calmare quel piccolo ammutinamento abbisognassero venticinque mila armati, nè perchè quando si era Pesaro abboccato con lui in Gorizia, avesse rifiutato la mediazione di Francia per ridurre ad obbedienza i paesi sollevati; gli atti dei provveditori di Brescia, Bergamo e Crema, in cui si affermava essere la sollevazione opera de' Franzesi, esser bugie inventate a disegno per giustificare in cospetto dell'Europa la perfidia del senato veneziano; avere il senato usato la occasione in cui egli, inoltratosi nelle fauci della Carintia, aveva a fronte il principe Carlo, per mandar ad effetto una fraude che sarebbe priva d'esempio se non fossero quelle ordite contro Carlo VIII ed i Vespri Siciliani; essere stati i Veneziani più accorti di Roma, poichè avevano usato il momento in cui i soldati erano alle mani con gli Austriaci; ma non aver ad essere i Veneziani più fortunati di Roma; la fortuna della repubblica Franzese, stata a fronte di tutta Europa, non si romperebbe nelle lagune veneziane.
Dette queste cose, annunziava le accuse contro i Veneziani: avere una nave veneziana, a fine di tutelare una conserva tedesca, combattuto la fregata franzese la Bruna; essere stata arsa la casa del console a Zante, insultato il console stesso; averne mostrato allegrezza il governatore; dieci mila paesani armati e pagati dai senato aver ucciso tra Milano e Bergamo cinquanta Franzesi; piene essere, malgrado delle promesse di Pesaro, di soldati Verona, Padova e Treviso; arrestarsi in ogni luogo gli amici della Francia; gridarsi per ogni parte morte ai Franzesi; furibondi i predicatori pubblicare da ogni cattedra la volontà del senato, stimolare contro la Francia; vera ed effettiva condizione di guerra essere tra Francia e Venezia; saperlo Venezia stessa, che altro modo non trovava di giustificarsi, che il disapprovare con parole quelle masse che coi fatti armava e pagava: domandasse adunque Lallemand, conchiudeva, a Venezia, che risolutamente rispondesse se avesse pace o guerra con Francia: se guerra, partisse incontanente; se pace, domandasse che i carcerati per opinione e di non altro rei che di amare i Franzesi, fossero rimessi in libertà; che tutti i presidii, salvo gli ordinarii quali erano sei mesi prima, uscissero dalle piazze di terraferma; che tutti i paesani si disarmassero e si riducessero alla condizione di un mese prima; provvedesse il senato, che le cose fossero in terraferma tranquille e sicure, e non pensasse solo alle lagune: gl'incenditori della casa del console a Zante si punissero, e la casa si ristorasse a spese della repubblica; il capitano, che aveva combattuto la Bruna, si punisse, ed il costo della conserva nemica, protetta contro i patti della neutralità, si rimborsasse: quanto alle turbazioni di Bergamo e di Brescia, offerisse la mediazione della Francia per ridur di nuovo le cose allo stato quieto.
Faceva Lallemand l'ufficio, i comandamenti di Buonaparte al senato rappresentando. Rispondeva per bocca del doge il senato a Buonaparte: «Nella somma amaritudine che ha sentito il senato nel conoscere dalle vostre lettere avere l'animo vostro concetto sinistre impressioni sulla ingenuità della nostra condotta, ci riesce di qualche conforto il vederci aperta la via di poterle pienamente dileguare con le pronte e precise nostre risposte. Vuole il senato ed ha sempre voluto vivere in pace ed amicizia con la repubblica di Francia, e piacergli in questo punto ratificare solennemente questa sua risolutissima volontà. Nè potrebbe certamente una così aperta e così solenne dichiarazione venir oscurata da accidenti, che con lei non hanno correlazione alcuna: poichè, sorta la fatale e del tutto inaspettata rivoluzione nelle città nostre oltre Mincio, la fede e l'amore delle popolazioni le fece correre spontaneamente all'armi col solo intento di frenar la ribellione, e di respingere le violenze dei sollevati. A questo unico fine implorarono esse dal proprio governo assistenza e presidii; che se in tanto turbamento di cose sorsero alcuni accidenti disgustosi, alla confusione inevitabile debbono unicamente non alla volontà del governo attribuirsi. Tanto è alieno da essi il senato che, per allontanare anche il più rimoto pericolo, ha con recente manifesto comandato ai sudditi, che contro i sollevati non istessero ad usar le armi, se non nel caso della propria difesa. Ma essendo noi su tale argomento disposti a secondare con le opportune risoluzioni i vostri desiderii, bene conoscerà l'equità vostra che al tempo medesimo diventa necessario che l'amore volontario delle popolazioni fedeli verso di noi e la comune nostra tranquillità siano guarentite da insulti esterni e da perturbazioni interne. Vuole ed è pronto il senato a soddisfarvi dell'altra richiesta, per castigo e consegna di coloro che han commesso uccisioni sulle persone dei vostri soldati, e sarà per noi diligentemente ordinato che siano conosciuti, arrestati, secondo i meriti loro, castigati. Per conseguire più acconciamente ed a contentezza d'ambe le parti tutti i raccontati effetti, mandiamo due legati a voi, dai quali intenderete la somma compiacenza nostra e quanto grato ci sarebbe, che voi interponeste l'efficace vostra autorità verso il vostro governo per ricondurre all'ordine ed al primiero stato le città d'oltre Mincio che si sono da noi allontanate. Con questo vi confermiamo di nuovo e protestiamo la costanza e la sincerità dei nostri sentimenti verso la vostra repubblica, in un con la molta osservanza in cui abbiamo la vostra illustre e riputata persona.»