Deputava il senato per alleggerire i sospetti e per intrattenere Buonaparte dall'estremo fato della patria, Francesco Donato e Leonardo Giustiniani. Intanto funeste novelle, consentanee all'aspetto delle cose presenti ed annunziatrici di ultima ruina, arrivavano da Vienna e da Parigi. Simili cose scriveva il nobile Querini pur da Parigi, ma come se velate da maggior dissimulazione alle orecchie sue pervenissero; perchè ora erano minacciose le parole del direttorio ed ora dolci; ora accusava Venezia ed ora la scusava; e da tante ambagi niuna cosa certa poteva ritrarre l'ambasciatore veneto, se non che si macchinava qualche gran trama contro la repubblica. Ma perchè non mancasse alcuna lagrimevole condizione in così grave e così vicino pericolo, fu provato da gente vendereccia di sottrarle denaro sotto promessa di salute. Un certo Viscovich, di nazione Dalmata, si appresentava al nobile Querini, dicendo che era in mano sua il salvare la repubblica; che in quel punto stava deliberando il direttorio se convenisse spegnere le rivoluzioni della terraferma con dar mano forte al senato, o di condurle a compimento con dare fomento ed aiuto ai ribelli; che due Direttori erano in favore della repubblica, due contro, il quinto in pendente; che quello era il tempo di spendere per la salute comune; che ove il senato volesse dar sette milioni di franchi, Venezia sarebbe preservata; che di presente abbisognavano seicentomila franchi pel direttore titubante con altri centomila pei beveraggi agl'intromettitori. Rispondeva Querini, non avere autorità di obbligare il pubblico per tanta somma. E brevemente, pressato poi dal Viscovich, che la cosa era alle strette, che quello non era tempo da perdere, che se non prometteva, in quel giorno stesso si statuiva la morte della repubblica, si lasciava tirare al dir del sì per somma sua divozione verso la patria e sottoscriveva biglietti per seicentomila franchi sopra Pallavicini di Genova, con patto che stessero in deposito finchè non avesse in sua mano una lettera scritta dal direttorio a Buonaparte, intimatrice del dover frenare i faziosi della terraferma e ridurre le città sotto il dominio. La lettera non potè avere Querini; bensì gli fu consegnata una carta col titolo in fronte e con la marca del direttorio esecutivo e sottoscrizione del segretario di Barras, per cui si affermava, che la lettera del descritto tenore era stata scritta dal direttorio a Buonaparte. Fu il trattato approvato dal governo a Venezia: mandavasi al console di Genova, s'intendesse con Pallavicini perchè obbedisse le cambiali del Querini. Stava in aspettazione l'ambasciadore di quello che avesse a succedere: ma, vedendo le cose della terraferma andar sempre di male in peggio, richiedeva Viscovich della restituzione dei biglietti. Negava il Dalmata la restituzione. Furono presentati a Querini nel mese di luglio in Venezia, dopo il cambiamento dello Stato, acciocchè ne effettuasse il pagamento: li protestava; fu carcerato ed esaminato per ordine del direttorio per querela di aver voluto corrompere il governo franzese. Questa fu veramente un'arte cupa; perchè se vi fu corruzione, e certamente in qualcuno fu, ella non andò già da Querini ad altri, ma da altri a Querini.
Intanto un accidente, frutto di una vituperevol fraude da una parte, accompagnato da un'estrema crudeltà dall'altra, famoso al mondo per l'importanza sua e pel paragone di un altro fatto rinomato nelle storie, era vicino a sorgere nella principale città della veneta terraferma. Abbiamo già raccontato come i repubblicani si erano messi in punto di far rivoltare contro il senato lo Stato veneto. Insidiarono principalmente Verona. I suoi agenti non lasciavano alcuna cosa intentata, e la popolazione veronese contaminavano con promesse agli avidi, con istimoli agli ambiziosi, con mostra di libertà, con abbominazione di tirannide agli amatori del vivere libero. Il senato, all'incontro, avendo avuto sentore anzi certezza delle trame di Verona, vi aveva mandato, come già dicemmo, provveditori straordinari, uomini di fede e di virtù, con un forte polso di genti schiavone. Vi arrivavano oltre a ciò i villani dei contorni, ai quali erano state messe in mano le armi: erano una massa considerabile. Stavano anche le parti vigilanti, l'una per impedire gli effetti delle suggestioni e delle sommosse d'oltre Mincio, l'altra per aiutarli. Gli animi infiammati dall'un canto, arrabbiati dall'altro, insospettiti tutti, si mostravano pronti non solo ad usare le prime occasioni gravi, ma ancora a prorompere per le più leggieri, ed una voce, un suono, un segno che uscisse, potevano partorir una generale commozione. In tanta concitazione reciproca le cagioni potevano nascere egualmente dall'una e dall'altra parte.
Era debole il presidio franzese in Verona nè atto per sè a tanta mole: ma si sperava nei maneggi segreti e nell'opera de' novatori, ed, oltre a ciò, incominciava a scoprirsi nel Padovano la schiera di Victor. Si accostava inoltre Lahoz coi Lombardi e Polacchi, accostavansi le masse repubblicane di Brescia e di Bergamo ed il forte presidio di Mantova poteva dare da luogo vicino nervo all'impresa. Intanto il capitano Carrere, comandante di Verona, soldato amantissimo della repubblica, ma probo e religioso, vedendo il pericolo, tratteneva ogni Franzese che da Francia venisse o in Francia ritornasse, per modo che riuscì a raccorre circa ottocento soldati. Arrivavano poco stante duecento Cisalpini, valorosa gente capitanata in gran parte da Franzesi ed assai disposta a secondarli. Già segni annunziatori di quanto doveva succedere si spargevano per le campagne; erano in ogni luogo minaccie, mischie ed uccisioni. Incessantemente si predicava, volere i Franzesi fare una rivoluzione per impadronirsi delle sostanze de' popoli, e singolarmente del monte di pietà, dov'erano grandissime ricchezze. Succedevano in Verona stessa ad ogni momento minaccie tra Franzesi e Schiavoni, succedevano altercazioni frequenti tra Franzesi e Veronesi, ed allora gli Schiavoni si allontanavano. Godeva il provveditore nel vedere animi sì pronti e tante difese apprestate; raccomandava l'ordine e la quiete, comandava non offendessero persona; solo stessero armati e pronti. Preparavansi i magistrati a propulsare qualunque assalto; il generale Balland, surrogato a Kilmaine nel governo militare di Verona, sollevato d'animo a tanti romori, scriveva al provveditore, esortandolo a provvedere che i disordini cessassero. Rispondeva il Veneziano che il farebbe, sempre anzi averlo fatto, ma toccava rimproverando i maneggi degl'insidiatori, mandati a posta per sommuovere le provincie.
Era il dì 17 aprile, secondo giorno di Pasqua, quando, alle ore quattro meridiane, scoppiava ad un tratto la terribil sollevazione veronese. Incominciava da insulti e da minori fatti da' soldati veneziani e da' Veronesi armati, contro le guardie franzesi sparse in varii luoghi della città. Il comandante Carrere, veduto quanto il tempo fosse minaccioso, ristringeva i suoi sulla piazza d'armi, pronto a correre dove bisogna fosse. In cotal guisa stava armato e raccolto lo spazio di un'ora, quando Balland fece trarre, erano le cinque della sera, qual segno di guerra, cannonate da' castelli. A quel rimbombo si conduceva spacciatamente Carrere con la sua schiera nel Castel-Vecchio, contro il quale già combattevano i Veronesi dalle case vicine. Il rumore inaspettato delle artiglierie franzesi diè cagione di credere ai Veronesi già tanto infiammati che fosse intenzione di Balland di trattare ostilmente Verona. Nè s'ingannarono punto; perchè poco dopo traeva furiosamente contro il palazzo pubblico, che ne fu lacero e guasto in molte parti. Diroccarono al primo trarre le creste del palazzo degli Scaligeri. Cambiavasi in un momento lo aspetto della città; perchè vi sorgeva una rabbia, un gridare, un correre contro i Franzesi da non potersi raccontare degnamente con parole. Un suonare di campana a martello continuo e precipitoso accresceva terrore alla cosa. Dei Franzesi, coloro che si trovavano più vicini ai castelli, massime al Castel-Vecchio, in loro si ricoveravano a tutta fretta: ma non fu senza pericolo, perchè rabbiosamente li seguitava il popolo che li voleva ammazzare e bersagliandoli dalle finestre con palle, con sassi, con ogni sorta d'armi faceva loro il ritirarsi difficile e mortale. Il furore aveva preso non solo gli uomini ed i forti, ma ancora i vecchi, le donne, i fanciulli, ognuno volendo ricompensare con un sangue odiato le ingiurie ed i patimenti. Molti de' Franzesi in tal modo fuggenti restarono uccisi, plaudendo all'intorno il popolo inferocito. Chi non potè ripararsi a tempo nei castelli, cercava salvezza ne' più segreti nascondigli delle case; ma non però tutte, anzi poche erano loro sicure; perciocchè non pochi, rottasi da' padroni la ospitalità, vi restarono miseramente uccisi. Alcuni furono gittati ne' pozzi, altri trafitti da' pugnali, altri risospinti fuori delle porte, perchè fossero segno alla rabbia popolare, che tuttavia fra le grida orribili, fra il rimbombo delle artiglierie dei castelli, fra i tocchi incessanti del suonare a stormo andava crescendo. Molti amministratori dell'esercito, molte donne, molti fanciulli, molti erano ammalati in Verona, e questi furono, la maggior parte, condotti a miserabil morte da un popolo che pagava con eccessiva crudeltà contro gl'innocenti le ingiurie, le ruberie, le fraudi, i tradimenti usati da chi aveva contro di lui contaminato il nome di Francia. Ma la pressa, le minaccie, la crudeltà, che il cielo serbi condegno castigo agli autori veri di tanta infinita barbarie, erano intorno all'ospedal militare. Degli ammalati alcuni furono uccisi, parecchi malconci e spogliati. Nè le preghiere, nè la debolezza, nè l'aspetto medesimo della morte già vicina in un ferocissimo morbo potevano piegare a misericordia questi uomini, nei quali null'altra cosa di uomo restava che il volto. Se per assenza di vittime pareva un poco acquetarsi il furore, tosto si riaccendeva più fiero di prima ove fosse scoperto un Franzese; e di nuovo si dava mano alle stragi. Non in meno pericolosa condizione si ritrovavano i patriotti o veronesi o forastieri: che anzi maggiore contro di loro si mostrava la rabbia del popolo che con più diligenza li cercava, e quanti potè aver nelle mani, tanti uccise. Ma i più si erano ricoverati ne' castelli, altri conficcati ne' nascondigli passarono fra la speranza ed il timore parecchi giorni.
Ma non tutto fu barbarie in questo lagrimevole accidente. Non pochi Veronesi, ed il conte Nogarola medesimo, quantunque fosse uno dei capi degli insorti, conservarono, nascondendoli, a molti Franzesi, la vita, atto tanto più degno di commendazione quanto nel salvare la vita altrui correvano pericolo della propria. Spargevasi intanto per le campagne il grido del caso di Verona: incominciavasi a toccar lo stormo; i villici accorrevano a torme armate nella tormentata città; e se il vecchio furore già languiva, l'accostamento del nuovo il rinfrescava. Le grida e le stragi ricominciavano, nè cessarono le uccisioni se non quando non vi fu più uomo da uccidere. Mancata la materia dello ammazzare, si veniva in sul saccheggiare. Già il ghetto, essendo gli Ebrei, oltre l'antico rancore, riputati partigiani di Francia, andava a ruba: già i fondachi del pubblico pericolavano; e non fu poco che i provveditori potessero impedire che coloro i quali sì ferocemente combattevano per Venezia le sostanze pubbliche di Venezia non rubassero. Correva il sangue per le case, correva per le contrade, i castelli tuonavano, gli Schiavoni infuriavano: anzi uniti al popolo, volevano dar l'assalto a quei nidi, come dicevano, dove si erano confinati i tiranni d'Italia.
Il provveditor Giovanelli, in mezzo a tanta confusione e tanti sdegni, avrebbe voluto, non far deporre le armi, perchè nè la tempera degli animi veronesi nè il trarre continuo dei castelli il comportavano, ma frenare la barbarie ed introdurre ordine e misura là dov'era solamente confusione e trascorso. Tanto si adoperava in questo lodevole pensiero, che per poco il popolo non l'aveva per sospetto e si proponeva, posposta l'autorità di lui, di voler fare da sè. Importava intanto l'impadronirsi, per aprir l'adito agli aiuti esterni, delle porte che tuttavia si trovavano in possessione dei Franzesi. Il maggior presidio era in quella di San Zeno. Il conte Francesco degli Emilii, che alloggiava nella terra di Castel Nuovo con due pezzi di cannone, seicento Schiavoni, due mila cinquecento contadini, e fronteggiava un grosso corpo di Franzesi e d'Italiani affinchè non corressero contro Verona, udito il pericolo della sua patria, correva subitamente in suo aiuto, e dopo un sanguinoso conflitto, fatto prigioniero il presidio, recava in sua potestà la porta di San Zeno, entrando con tutti i suoi, il che dava nuovo animo ai cittadini. Facevano lo stesso della porta Vescovo il capitano Caldogno, e di quella di San Giorgio il conte Nogarola. Così gli abitatori del contado potevano entrare liberamente e soccorrere Verona. Giunto il rinforzo del conte degli Emilii, assalivano i Veronesi più fortemente i castelli, massimamente il Vecchio, e più fortemente dentro di essi si difendevano i Franzesi, certi essendo, che in tanta rabbia popolare, per cui già erano stati morti i non combattenti, da quella difesa non solo dipendeva la possessione dei luoghi, ma ancora la salute e la vita loro.
Il maggior propugnacolo che avessero era il castello montano di San Felice. Per questo i Veronesi, principalmente contadini, avevano fatto un grosso alloggio a Pescantina, luogo opportuno per recarsi a battere quel castello; che anzi, più oltre procedendo, avevano piantato due cannoni in San Leonardo, donde per essere il sito sopraeminente al castello, continuamente il fulminavano. Dalla parte loro i Franzesi uscivano frequentemente a combattere fuori dei castelli. Seguivano stragi, incendii, ruine. I villici avevano di volontà propria spedito corrieri al generale austriaco Laudon; Balland aveva dato avviso a Chabran, a Brescia, ed a Kilmaine, in Mantova; Victor medesimo era stato da lui avvertito del pericolo: anche da Bologna s'accostava una schiera per istringere la città combattente. Giovanelli, considerato il nembo che da ogni parte gli veniva addosso, aveva aperto una pratica d'accordo con Balland, la quale però non ebbe effetto, perchè il generale di Francia richiedeva, per prima ed indispensabile condizione, che i villani deponessero le armi, si riaprissero le strade alle comunicazioni dello esercito, il presidio veneziano alle poche genti di prima si riducesse. Non erano alieni i magistrati della repubblica dallo accettar queste condizioni; ma le turbe di campagna, tuttavia infiammate, non volevano a patto nissuno udire che avessero a deporre le armi: viemmaggiormente s'infuriavano.
Nè erano senza frutto le esortazioni degli uomini di chiesa che rappresentavano essere mescolata con la causa dello Stato la causa della religione. Generavano i discorsi loro effetti incredibili. Stupivano massimamente e s'infiammavano le genti ad uno spettacolo maraviglioso che sorse in mezzo a quella avviluppata tempesta, e questo fu di un frate cappuccino che predicava ogni giorno sulla piazza, stando attentissimo il popolo affollato ad ascoltarlo. Le parole sue, dette e replicate più volte, destavano negli animi già tanto concitati degli ascoltanti uno sdegno incredibile. Provocavansi gli uni gli altri; già i castelli stessi parevano debole ritegno al loro furore. Mentre tanto disperatamente si combatteva in Verona, succedeva in Venezia un caso pieno di insolenza ad un tempo e di crudele risentimento.
Aveva il senato comandato, seguendo un antichissimo istituto ed a cagione dei romori presenti, che nissuna nave forestiera, che fosse armata, potesse entrare nell'estuario; il quale divieto era stato significato a tutti i ministri delle potenze estere residenti in Venezia, ed il Franzese ne aveva come tutti gli altri avuto notizia. Eranvisi uniformati gl'Inglesi stessi, parendo a tutti giusta e conveniente cosa, com'era veramente, che non si dovesse turbare con la presenza d'armi forastiere la sede del governo. Ma ecco la sera del 20 aprile avvicinarsi al Lido di san Nicolò un legno armato in forma di corsaro con intenzione evidente di entrar nel porto. Si scoverse legno Franzese condotto dal capitano Laugier. Domenico Pizzamano, deputato alla custodia del Lido, gli mandava significando il divieto del senato e lo esortava a non rompere una legge sovrana, alla quale l'Inghilterra medesima aveva obbedito. Il capitano, o per insolenza propria o altrimenti che fosse, non curando le esortazioni del Pizzamano e seguitando il suo cammino, sforzava la bocca del porto e vi poneva l'ancora con violazione manifesta d'una legge veneziana in Venezia. Mentre passava per la bocca, traeva di nove colpi di cannone, come per salutare, secondo gli usi di mare, la bandiera veneziana; pensiero veramente strano del volere, con pubblica dimostrazione, render onore ad una potenza nel momento stesso in cui sotto gli occhi del suo principe la sua sovranità si oltraggiava, ed una sua principalissima legge apertamente si violava. Il tiro dei cannoni franzesi, giunto alla violenta entrata nel porto, diè motivo di credere al comandante veneziano che si covasse qualche macchinazione o dentro o fuori. Perilchè, allestiti ancor esso i suoi cannoni, traeva rendendo fuoco per fuoco, contro il legno franzese. Era da arrestarsi il legno, ed obbligarlo, senza fargli altro danno, ad uscir del porto. Ma le cose non si rimasero a queste prime dimostrazioni, nè poteva essere che più oltre non procedessero a cagione degl'incredibili sdegni che allora passavano tra una nazione e l'altra; imperciocchè trovatosi Laugier tra legni di Schiavoni, gente avversa al nome di Francia e devota a Venezia, assaltavano con grandissima forza e con arma bianca la nave del capitano franzese, nella quale sfogando, troppo più che all'umanità si converrebbe, l'odio loro, commettevano atti di un'estrema ferocia. Morirono in questa sanguinosa avvisaglia cinque Franzesi, fra i quali il capitano medesimo: otto restarono feriti; che anzi se gli ufficiali degli Schiavoni non avessero frenato il furore dei soldati loro, i marinari del legno sarebbero stati fino all'estremo uccisi. Il legno divenne preda degli assalitori. Lodava il senato con pubblico decreto Pizzamano e gli ufficiali; largiva di un caposoldo i gregari; mandava un sunto del fatto ai legati Donato e Giustiniani acciocchè il rappresentassero a Buonaparte, temendo, non senza cagione, che da altri gli fosse annunziato con esagerati rapportamenti. Il ministro di Francia, mostrandosi sdegnato, ricercava il senato che cercasse Pizzamano, arrestasse i complici, restituisse gli arnesi, risarcisse il legno. Restituissi, risarcissi; delle carcerazioni si soprassedette fino alla risposta di Buonaparte.
Terrore era in Venezia e terrore in Verona. Le cose in quest'ultima si avvicinavano da un funesto mezzo ad una funesta conclusione. Combattevano tuttavia i Veronesi col medesimo ardore; ma appunto perchè questo ardore era estremo, si doveva temere che non tardasse a raffreddarsi. Già i Franzesi ingrossavano tutto all'intorno. S'accostava Kilmaine venuto da Mantova. Chabran compariva sotto le mura verso la porta di San Zeno; le prime squadre di Victor arrivavano in luogo donde presto potevano cooperare alla vittoria. La tregua di Judenborgo toglieva ogni speranza di Laudon. Si risolvevano adunque i provveditori a venire a parlamento, prima con Balland per mezzo del colonnello Beaupoil; ma la pratica non ebbe perfezione, perchè il popolo non volle udire che avesse a depor l'armi e non fossero esclusi i Franzesi dai castelli; poi con Chabran, col quale andava ad abboccarsi fuori della porta San Zeno il provveditore Giovanelli. Erano col primo il generale Chevalier e Landrieux, col secondo il conte degli Emilii, il conte Giusti ed un Merighi, personaggio molto amato dai Sanzenati. Pervenivano intanto le novelle che Lahoz con una banda di tre mila soldati tra Italiani e Polacchi, al soldo della repubblica Cisalpina, aveva tra Peschiera e Verona conseguito una vittoria contra le leve campagnuole di quel distretto.