Fu l'abboccamento pieno di risentimento da ambe le parti. Rimproverava Chabran a Giovanelli i villani armati per disegno espresso del governo veneto contro i Franzesi, quando stavano a fronte di un nimico potente; che per questo era stato costretto Buonaparte a far la tregua; che i Veneziani se ne pentirebbero. Aggiungeva Landrieux (e qui ognuno pensi da sè), che i rei disegni del senato contro i Franzesi erano pruovati dal manifesto di Battaglia. Rispondeva Giovanelli allegando l'amicizia de' Veneziani dimostrata a tante pruove; solo essersi armati i sudditi per amore verso il principe e per opporsi ai ribelli apertamente incitati e protetti dai Franzesi; l'intervenzione dei Franzesi in tutti questi moti viemmaggiormente dimostrarsi da ciò che i turbatori della pace pubblica si ricoveravano in casa del generale Balland come in luogo di sicurezza; quando la città era quieta, avere contro di lei tratto, prima a polvere, poscia a palla i castelli; per questo aver voluto i Veronesi difendere le sedi loro e vendicare il loro principe in tale violenta guisa oltraggiato. Passavano dai risentimenti ai negoziati; non si trovava modo di concordia. Chabran sdegnato minacciava che entrerebbe per forza, arderebbe e saccheggerebbe Verona. Già s'impadroniva di San Leonardo, con che assicurava il castello San Felice: già batteva fortemente la porta di San Zeno, dove solo il fosso il separava dal corpo della piazza. Instavano al tempo medesimo i castelli contro la porta di San Giorgio; e dal Castel-Vecchio uscivano spesso i Franzesi con gran terrore e ruina dei cittadini. Kilmaine si approssimava da Mantova, sbaragliando le turbe armate che gli contrastavano il passo. Già il rumore della victoriana schiera ormai vicina si udiva nella desolata città. I primi corridori di Lahoz si facevano vedere alle porte esteriori del Castel-Vecchio, e niuna cosa poteva impedire che vi entrassero.
Ebbersi in quel momento le novelle dei preliminari di pace; il qual accidente faceva abilità a Buonaparte di correre con tutto il suo esercito contro lo Stato Veneziano. Accresceva il terrore la sconfitta delle genti stanziali governate dal Maffei, e che poste alla Croce Bianca ed a San Massimo vietavano da quella parte il passo al nemico. Da tutto questo si vedeva che era già vinta Verona quando ancora combatteva. Perlocchè i provveditori pensarono ad accordarsi ad ogni modo. Convenivasi nelle seguenti condizioni: deponessero i villani l'armi e sgombrassero da Verona; i Franzesi la occupassero; tutte le armi e munizioni si dessero in mano loro; fossero consegnati in castello, come ostaggi per la sicurtà dei patti, Giovanelli, Erizzo, Giuliari, Emilii, il vescovo Maffei, i quattro fratelli Miniscalchi, Filiberi, i due fratelli Carlotti, San-Fermo e Garavetta: eseguiti i capitoli si rendessero gli ostaggi. Volevano i provveditori aggiugnere il capitolo che fossero salve le vite e le proprietà dei Veronesi, delle truppe e dei capi loro; ma Kilmaine, ch'era sopraggiunto, non volle ratificarlo. E però, sebbene fossero accettati gli altri capitoli, si rendeva Verona quasi a discrezione. La qual cosa vedutasi dai provveditori, si deliberarono di ritirarsi a Padova, lasciando che i magistrati municipali, quanto fosse in poter loro, alla salute di lei provvedessero. Fu grande in questi negozii il dolore e lo spavento dei provveditori; perchè non solamente vedevano una popolazione fedele al nome veneziano abbandonata a discrezione di un nemico offeso, ma udivano anche parole espresse e funeste della vicina distruzione della repubblica; perciocchè Beaupoil, dalle solite ambagi uscendo, ed almeno più sincerità degli altri mostrando, disse apertamente, che la repubblica di Venezia aveva sussistito bastantemente per quattordici secoli, e che conveniva adattarsi ai tempi.
Entravano i Franzesi nella sanguinosa Verona. Ci è forza raccontare un fatto orribile, e quest'è che i patriotti italiani, che pretendevano parole di libertà e d'indipendenza alle imprese loro, cercavano diligentemente, secondando il furore dei capi dei repubblicani di Francia, per le case gli autori della resistenza veronese, e trovati, li davano loro in mano perchè fossero percossi coll'ultimo supplizio. Scoprivano fra gli altri il frate cappuccino e lo consegnavano ai percussori. Gli trovavano in casa la predica, la quale, siccome pareva scritta in istile più polito che a cappuccino si appartenesse, veniva attribuita al vescovo di Parma Turchi, che era allora in grido di predicatore eccellente. Creossi un consiglio militare per giudicarlo. Sostenne il frate in cospetto de' suoi giudici la medesima sentenza che aveva sostenuto predicando. Condannato nel capo, incontrò la morte con quella medesima costanza con la quale aveva vissuto. Conservò la storia il nome di questo forte Italiano, quantunque per la malvagità dei tempi sia stata la sua morte piuttosto apposta ad ignominia che ad onore. Si chiamava frate Luigi da Colloredo; e dopo la venuta dei Tedeschi gli fu posta nella sua chiesa dei cappuccini una lapide tramandatrice ai posteri della sua eroica costanza. Furono con lui condotti a morte i conti Francesco degli Emilii, Verità e Malenza, con alcuni altri di minor nome. Tale fu l'esito della veronese sollevazione: la chiamarono le pasque veronesi a confronto dei vespri siciliani; ma se ugualmente crudi ne furono gli effetti, bene le cagioni ne furono peggiori; perchè a Verona si aggiunse la perfidia alla tirannide.
Era la città esposta alla vendetta del vincitore. Le si toglievano le armi; seguitavano minaccie crudeli e fatti peggiori; si viveva dai soldati a discrezione; fu espilato il monte di pietà; le più preziose gioie mandate al generalissimo. Gridavano i popoli a fatti tanto sacrileghi; Buonaparte ordinava, si restituissero i pegni di minor prezzo, ma fu indarno, perchè i più erano involati, e chi fu preposto alla bisogna, per render meno, ne accoppiava due in uno; nè si perdonava alle doti delle figliuole povere, perchè anche queste furono preda dei rapitori. Il commissario di guerra Bouquet, eletto commissario sopra il monte, fu carcerato e condotto in Francia per esser processato, ma non si udì mai di pena, o perchè fosse innocente o che altro si fosse. Decretava Buonaparte, pagasse Verona centoventi mila zecchini, e di più cinquanta mila per capo-soldo ai soldati dei castelli, risarcisse i danni dei soldati e degli ospedali, i cavalli dei Veronesi si dessero alle artiglierie ed alla cavalleria; ancora desse Verona nel più breve spazio fornimenti da vestire i soldati in quantità considerabile; gli ori e gli argenti sì delle chiese che del pubblico si confiscasse in pro della repubblica; i quadri, gli erbarii, i musei tanto del pubblico, quanto dei particolari fossero ancor essi posti al fisco della repubblica; i privati che meritassero di esser fatti indenni, si compensassero coi beni dei condannati.
Ma già la espilazione, prima che si eseguisse per ordine, era stata mandata ad effetto per disordine. Scriveva Augereau, la confusione dei poteri, l'esercizio abusivo fattone da parecchi uffiziali superiori aver colmo l'anarchia e la dissipazione; infatti il monte di pietà di Verona, in cui erano più di cinquanta milioni di preziose suppellettili, e così ancora quel di Vicenza (Lahoz aveva fatto rivoltar Vicenza) essere stati con tale prestezza vuotati, che gli espilatori impazienti all'indugio dell'aprir le porte, le avevano sforzate; e vero fu, quantunque Augereau non lo scriva, che vi entrarono con le scuri e coi sacchi. Sapere, continuava a scrivere, che Victor aveva fatto arrestare il commissario Bouquet, autore di questo dilapidare; non dubitare che se si venisse a processo contro di lui, non mettesse in compromesso cittadini che erano nei superiori gradi dell'esercito; non essere le campagne in miglior condizione della città; gl'incendii, i furti, le rapine generali e particolari fatte d'arbitrio e senza legale autorità, avere spopolato parecchi villaggi e ridotto famiglie ad errare disperatamente alla ventura; giunta essere a tal colmo questa peste, che uffiziali adescati dall'amor del sacco si erano fatti comandanti di piazza da sè medesimi, ed avevano commesso atti, cui la giustizia, l'onore e la severità della disciplina militare condannavano; gli arbitrii di Verona essere ancora più orribili; tolte sforzate esservi state fatte per iscritto fino a franchi sessanta mila, e negate le ricevute; rubatevi per otto giorni intieri le botteghe; regnarvi il terrore; esservi cessato ogni commercio; essere Verona deserta; alcuni uffiziali essersi impadroniti di merci spettanti a' negozianti sotto colore che calasser per l'Adige; le migliori case saccheggiate attestare il furore dei saccheggiatori. Nissuno più di lui, continuava Augereau, odiare i Veneziani, nissuno più di lui desiderar di vendicare il sangue franzese; ma nissuno più di lui odiare l'ingiustizia e la persecuzione; se i Franzesi erano stati rei di ingiustizia e di persecuzione, a lui toccare il consolar i Veneziani, a lui toccar fare ch'essi dimenticassero ch'erano obbligati d'una parte dei loro mali a' suoi compatriotti. Fatte queste querele, richiedeva Augereau da Buonaparte, moderasse le contribuzioni, ne rendesse il contado partecipe.
Giunte a Buonaparte le novelle di Verona e del Lido, dava in un grandissimo sdegno, con acerbissime parole lamentandosi del sangue franzese sparso e protestando volerne aver vendetta. Adunque scriveva al ministro Lallemand queste furiose parole: «S'insultano a Venezia i colori nazionali, e voi vi siete ancora! Pubblicamente vi si assassinano i Franzesi, e voi vi siete ancora! Per me, io dichiaro e protesto non voler udire proposta di conciliazione se prima non sono arrestati i tre inquisitori di stato ed il comandante del Lido: si carcerino, e poi venite a trovarmi.»
Faceva Lallemand l'ufficio. La serva Venezia arrestava i tre inquisitori ed il comandante; posersi in fortezza in una delle isole della laguna: gli avvogadori del comune incominciavano a far loro il processo. Liberavansi (perchè anche questo esigeva il generalissimo) i carcerati per opinioni o fatti politici, fra gli altri i ribelli di Salò, Verona, Bergamo, Brescia e Padova. Partivane Lallemand, partivano i Franzesi; solo restava Villetard, segretario della legazione, come agente eletto ad operare la mutazione di governo.
Viaggiavano intanto i due legati Francesco Donato e Leonardo Giustiniani alla volta degli alloggiamenti di Buonaparte. Il trovarono in Gradisca: introdotti, escusavano la repubblica: aver voluto Venezia amicizia colla Francia repubblicana già prima che gli eserciti di lei inondassero l'Italia; averla riconosciuta quand'era pericolo il riconoscerla: avere costantemente rifiutato ogni proposta fattale dai confederati a' danni della Francia; avere aperto spontaneamente agli eserciti di lei, e senza che a ciò fosse astretta da alcun trattato com'era con l'imperatore gli Stati suoi; averle fatto copia delle sue fortezze, delle armi, delle munizioni; avere obbligato i sudditi a somministrare per somme grandissime quanto fosse necessario al vivere dei soldati, ed avere in questo anche sopperito l'erario. Come esser probabile, affermavano, che uno Stato illanguidito da danni sì gravosi, consumato da dispendii sì enormi, mutilato per l'alterazione di tante città, volesse far guerra alla Francia tanto potente, ora ch'ella avea obbligato alla pace quasi tutta l'Europa? Volere il veneziano governo la pace, ma bene non volerla i sediziosi ed i ribelli, perchè trovavano nella guerra immensi profitti ed il compimento dei loro fatali disegni: da ciò derivare le tante invenzioni di supposti fatti, le carte false, come quella di Battaglia, le gelosie dei comandanti franzesi, l'alterazione dei popoli. Del rimanente, non venir loro per muover querele, ma bensì per purgarle, e fare tutte quelle opere che si appartenevano all'incorrotta fede: ad ogni sua richiesta pruoverebbero tutti i sospetti dei comandanti essere opera dei raggiri e delle fraudi dei sollevati: rispetto poi all'avvenire, esser pronto il senato a punire i rei d'assassinio, purchè gli fossero dati indizii dei fatti, dei luoghi e delle persone: essere ugualmente pronto ad accettar la mediazione per ridurre le città ribellate all'obbedienza, e a disarmare i sudditi, purchè si disarmassero anche le popolazioni sollevate e si preservassero le fedeli dagl'insulti loro.
Non valsero le escusazioni o le profferte a vincere il generalissimo. Rispose che volea che tutti i carcerati si liberassero, anche quei di Verona, perchè erano addetti a Francia; che non voleva più piombi, ed anderebbe egli a romperli; che non voleva più inquisizione, barbarie dei tempi antichi; che le opinioni dovevano esser libere; che i Franzesi erano stati assassinati in Venezia e nella terraferma, e che i Veneziani gli avevano fatti assassinare; che i soldati gridavano vendetta e ch'ei la doveva fare; che bene aveva il senato tante spie che bastassero per potere scoprire i rei; che se il senato non aveva mezzi per frenare i popoli, era imbecille e non doveva più sussistere; che non voleva alleanze con Venezia nè progetti; che voleva comandare; che non temeva gli Schiavoni; che sarebbe andato in Dalmazia; che insomma; se il senato non puniva i rei, non cacciava il ministro d'Inghilterra, non disarmava i popoli, non liberava i prigionieri, non eleggeva tra Francia ed Inghilterra, egli intimerebbe la guerra a Venezia; che al postutto i nobili di provincia dovevano partecipare all'autorità suprema; che il governo veneziano era vecchio e doveva cessare; ch'ei sarebbe un Attila per lo stato veneto; se non avevano altro a dire, se n'andassero.
Udivano per soprassoma delle angustie loro in questo tempo i legati le novelle del fatto del Lido e con accomodate parole il rappresentarono a Buonaparte. Rispondeva che non li voleva vedere, che non li voleva udire, bruttati com'erano di sangue franzese, se prima non gli davano in mano l'ammiraglio, il comandante del Lido e gl'inquisitori di Stato. Aggiungeva, che erano mentitori per aver cercato di colorir con menzogne un fatto atroce: se gli togliessero d'avanti, sgombrassero tosto dalla terraferma; quando no, avrebbero a far con lui.