Da ciò, di passo in passo e di mena in mena, vennero quelle risoluzioni del direttorio che resero tanto famoso il dì 18 fruttidoro, anno V della repubblica, o il 4 settembre del presente anno. Per esse si carceravano ed in istrane e pestilenziali regioni si mandavano Barthelemi, Pichegru e gli altri capi della congiura. Alcuni, e fra questi Carnot, fuggiti alla diligenza dei cercatori, trovarono in forastiere terre scampo contro chi li chiamava a prigione ed a morte. Questo fu il moto di fruttidoro, pel quale, affortificatosi il direttorio coll'esclusione dei dissidenti e coll'unione dei consenzienti e fattosi padrone dei consigli, recava in sua mano la somma delle cose e pareva che vieppiù avesse confermato la repubblica.

Tornato vano questo tentativo, i confederati si gettarono ad un altro cammino per arrivare al fine della distruzione della formidabile repubblica. Volgevansi a Buonaparte, e gli venivano dicendo le cose più incalzanti. Le esortazioni lo muovevano; ma da Borboni a repubblica ei non faceva divario, gli uni e l'altra aveva ugualmente in dispregio, ed anche la felicità o le disgrazie umane troppo nol toccavano. Bensì, siccome quegli che sagacissimo era e di prontissimo intelletto, avvisava in un subito che quello che gli si offeriva, poteva aprirgli la strada all'altissime sue mire. Si mostrava pertanto disposto a fare quanto si richiedeva da lui, proponendosi nell'animo di favorirsi del consentimento e cooperazione altrui per arrivare alla potestà suprema di Francia.

Dato in tal modo intenzione ai confederati, aveva procurato la libertà al conte d'Entraigues, ministro molto fidato di Luigi XVIII, fatto già arrestare in Trieste e condurre gelosissimamente custodito nel castello di Milano, e mandato in Russia, dove l'imperadore Paolo, succeduto alla sua madre Caterina, piegavasi con divenire molto meno acerbo verso la Francia. Al tempo stesso i negoziati di Udine e di Montebello si fecero assai più morbidi per modo che non tardarono ad avvicinarsi alla conclusione. Tutti i disegni molto gli arridevano e quantunque fosse uomo di natura molto coperta e di pensieri cupissimi, tuttavia si lasciava di quando in quando uscir di bocca certi moti, che disvelavano la sua intenzione e le fatte macchinazioni.

Frattanto la necessità in cui si trovava il direttorio di rammollire con un solenne fatto i risentimenti nati in Francia per la terribile rivoluzione del 4 settembre operava di modo che, rimosse da ambe le parti tutte le difficoltà, si veniva il giorno 17 ottobre alla conclusione nella villa di Campoformio di un trattato di pace in cui fermarono fra di loro l'Austria e Buonaparte, che la repubblica Franzese si avesse i Paesi Bassi; che lo imperatore consentisse che le isole venete dell'Arcipelago e dell'Ionio, e così ancora tutte le possessioni della veneta repubblica in Albania, cedessero in potestà della Francia; che la repubblica Franzese consentisse che l'imperadore possedesse con piena potestà la città di Venezia, l'Istria, la Dalmazia, le isole venete dell'Adriatico, le bocche di Cattaro e tutti i paesi situati fra i suoi stati ereditarii ed il mezzo del lago di Garda, poi la sinistra sponda dell'Adige insino a Porto Legnago, e finalmente la sinistra sponda del Po; che la repubblica Cisalpina comprendesse la Lombardia austriaca, il Bergamasco, il Bresciano, il Cremasco, la città e fortezza di Mantova, Peschiera e tutta la parte degli Stati veneti, che è posta a ponente e ad ostro dei confini sovraddescritti; che si desse nella Brisgovia un conveniente compenso al duca di Modena; che finalmente i potenziarii di Francia e d'Austria convenissero in Rastadt per accordare gl'interessi dell'impero d'Alemagna.

A questi articoli palesi altri furono aggiunti di non poca importanza pe' quali l'imperadore consentiva che la Francia acquistasse certi territorii germanici infino al Reno, e dalla parte sua prometteva la Francia di adoperarsi acciocchè l'Austria aggiungesse a' suoi dominii una parte del circolo di Baviera.

Fatto il trattato di Campoformio ed ordinata a suo modo la Cisalpina, se ne partiva Buonaparte dell'Italia per andare a Rastadt. Quale e quanto da quella diversa la lasciasse che nel suo primo ingresso la aveva trovata, facilmente concepirà colui che nella mente andrà riandando i compassionevoli casi già raccontati. Le difese delle Alpi prostrate; un re di Sardegna, prima libero, ora servo; una repubblica di Genova, prima independente per istato, ricca per commercio; ora disfatto ed in licenze convertito l'antichissimo governo, fatta provincia e sensale di Francia; un duca di Parma, ingannato dalle speranze di Spagna e taglieggiato da genti oscurissime; un duca di Modena, prima cacciato, poi rubato; un papa, schernito e spogliato; un regno di Napoli, poco sicuro e per poca sicurezza crudo; un'antichissima repubblica di Venezia, già lume del mondo e gran parte della civiltà moderna, condotta all'ultimo fine, prima dagl'inganni, poi dalla forza; il mansueto e generoso governo di Firmian cambiato in un governo soldatesco, servo di soldati forestieri, tributario di governo forastiero, e là dove una volta addottrinavano le genti con dolci e sublimi precetti filosofici i Beccaria ed i Verri, farla da maestri i Beauvinais ed i Prelli. A questo, le opere di Tiziano e di Raffaello rapite; i nobili abituri fatti stanze di soldati strani; una lingua bellissima contaminata con un gergo schifoso; tutti gl'ingegni volti alla adulazione; le ambizioni svegliate, le virtù schernite, i vizi lodati, e, per giunta, il che fu il pessimo de' mali, uomini virtuosi perdenti la buona fama per essersi mescolati, o per forza o per un generoso dedicarsi alle patrie loro, nelle opere malvage de' tempi. In tanto male, nissun lume di bene; perchè nè a quali governi avessero a dar luogo si vedeva, perchè i fondamenti privati erano corrotti, i fondamenti pubblici estranei, e, se fosse mancata o la mano franzese o la potenza tedesca, nissuno poteva congetturare che cosa fosse per sorgere, di modo che non si scorgeva se la indipendenza non fosse per diventare condizione peggiore della servitù. Così corrotte le speranze e cambiati i tempi erano succeduti ai benefizii di Giuseppe, di Leopoldo, di Beccaria e di Filangeri una rapina incredibile, una tirannide soldatesca, un sovvertimento confuso, un dolore acerbissimo di vedere allontanato quel bene ch'essi avevano tanto vicino e tanto soave alle menti nostre rappresentato. In somma fu la bella Italia contaminata, e peggio, che chi le faceva le membra rotte e sanguinose, le lacerava anche la fama.

Ora, tornando alla pace conchiusa, restava che le stipulazioni di Campoformio circa Venezia si recassero ad effetto. Ma prima di raccontare la consegna fatta di quella città, è indispensabile andar brevemente rammemorando quali accidenti, quali umori, quali disegni sorgessero nelle varie parti dell'antico Stato veneto e nella metropoli stessa innanzi che i capitoli di Campoformio si pubblicassero, e dappoichè, spento l'antico governo aristocratico, vi si era introdotto il nuovo, al quale non si sa qual nome dare.

Non così tosto furono instituiti i municipali di Venezia, che divisi fra di loro per servile imitazione anche nelle discordie, si davano alle parti, chi seguitando i modi dei democrati franzesi più ardenti a' tempi delle rivoluzioni, e chi accostandosi a pensieri più miti e più temperati; quelli si chiamavano da alcuni veri patriotti, da altri giacobini; questi presso alcuni avevano nome di veri amatori della libertà, presso altri, di aristocrati. Seguitavano queste parti i Veneziani, pochi con que' primi consentendo, molti, fra' quali i nobili, per lo minor male si accostavano ai secondi. Sedevano i municipali, pubblicamente nella sala del gran consiglio, dove le discussioni e le contese erano grandi tra l'una parte e l'altra, e trascorrevano qualche volta a manifesta contenzione. Così Venezia, anche posta al giogo forastiero, parteggiava; tutti però in questo consentivano, ch'ella intiera si conservasse.

Perciò, come prima i municipali ebbero preso il magistrato, spedivano delegati e lettere a tutte le città del dominio veneto, dando loro parte della felice rivoluzione, come la chiamavano, sorta in Venezia, ed invitandole ad accomunarsi ed incorporarsi con esso lei. Ma i patriotti della terraferma, attribuendo a Venezia cambiata le medesime mire che si attribuivano a Venezia antica, e chiamandola tiranna e dominatrice, avida ed insolente, ricusavano le sue proposte. Anzi una nimistà generale, piuttostochè desiderio di unione, prevaleva in tutta la terraferma contro Venezia. Poichè poi gli odii già tanto intensi vieppiù si invelenissero, li rinfiammavano, non solo colle parole, ma ancora con gli scritti: Victor generale, che aveva le sue stanze in Padova, esortava con lettere pubbliche e con parole molto veementi i municipali di questa città a far atterrare le insegne di San Marco ed a diffidarsi de' municipali di Venezia.

I democrati, facevano quello, e più di quello a che gli aveva esortati Victor. E appoco appoco vieppiù crescendo il furore contro Venezia, si lacerava senza posa il suo nome nelle gazzette cisalpine; anzi i Padovani trascorrevano tant'oltre, che si consigliarono di voler torre ai Veneziani l'uso delle acque dolci dei loro territorii, cosa che solo contro ad un nemico, e forse nemmeno a chi fosse nemico in guerra, non si sarebbe usata.