A questo fine mandava il direttorio cisalpino per suo ambasciatore a Parigi un Visconti. Fu veduto a Parigi molto volentieri ed in pubblica udienza, presenti tutti i ministri di Francia e gli ambasciadori delle potenze amiche, il dì 27 agosto, solennemente udito. Parlava magnificamente de' benefizii della repubblica Franzese, della gratitudine della Cisalpina; esprimeva unico e primo desiderio de' cisalpini essere il farsi degni della illustre nazione franzese; di loro non potere aver ella amici nè più affezionati nè più fedeli; comune avere le due repubbliche la vita, comuni gl'interessi, comune ancora dover avere la felicità, nè senza i Franzesi volere o potere essere i cisalpini felici; le vittorie del trionfatore Buonaparte già aver procurato pace e quiete alla Cisalpina; desiderare che la Francia ancor essa quella pace si godesse e quella felicità gustasse che le sue vittorie e la sublime di lei costituzione le promettevano. Queste cose scritte in franzese, poi tradotte in pessimo italiano ne' giornali dei tempi, diceva Visconti. A cui magnificamente, ed anche tumidamente, secondo i tempi, rispondeva il presidente del direttorio, piacere alla repubblica Franzese la creazione e l'amicizia della Cisalpina; non dubitasse che viverebbe libera e felice lungo tempo. Poi parlava di serpenti che mordevano Buonaparte, quindi di maschere portate prima poi deposte dai ministri delle due repubbliche. Sapere il direttorio che quest'uomini velenosi e perfidi volevano distruggere la libertà sulla terra; ma la Francia esser sana e forte, e fortificarsi ogni giorno più per una corona intorno di popoli liberi e governati da leggi consimili. Appresso parlava il presidente di moderazione e di temperanza, non di quella degli animi vili e timorosi, ma di quella degli animi ben composti e forti. «Stessero pur sicuri i cisalpini, conchiudeva, e confidassero nelle grandezza e nella lealtà della nazione franzese, nel coraggio e nel valore de' suoi soldati, nella rettitudine e nella costanza del direttorio: niuno più acceso, niuno più ardente desiderio avere il direttorio di questo, che i cisalpini vivessero felici e liberi.»
Un parlare tanto risoluto sbigottiva le potenze minori che, o già serve all'in tutto della repubblica di Francia, o da lei interamente dipendenti, non avevano altra elezione che quella di obbedire. Per la qual cosa non esitavano i re di Spagna, quei di Napoli e di Sardegna, il granduca di Toscana, la repubblica Ligure ed il duca di Parma a mandar ambasciatori o ministri o simili altri agenti a Milano, acciocchè tenessero bene edificato e bene inclinato quel nuovo Stato tanto prediletto a Buonaparte. In questo ancora ponevano l'animo allo investigare in mezzo a tante gelosie ed a tanti timori quello che succedesse a Milano in pro od in pregiudizio degli stati loro; perchè a Milano si volgevano allora le sorti di tutti gli Stati d'Italia. Perciò i patriotti gridavano che questi ministri erano spie per rapportare, stromenti per subornare. Li laceravano con gli scritti, gli oltraggiavano con le parole, talvolta ancora coi fatti li maltrattavano; esorbitanze insopportabili. Principalmente i fuorusciti delle diverse parti d'Italia raccolti in gran numero in Milano, non si potevano tenere. Buonaparte se ne sdegnava e dava loro spesso sulla voce, e talvolta sulle mani; ma essi ripullulavano e straboccavano più molesti da un altro lato, per forma che non vi era requie con loro.
Introdotti al direttorio Cisalpino oravano i ministri esteri con parole di pace e di amicizia, a cui non credeva nè chi le diceva nè chi le udiva.
Esitava il papa il mandare un ministro, perchè gli pareva chi i Cisalpini avessero posta la falce nella messe religiosa. Ma dettesi certe parole da Buonaparte, e fattogli un motivo addosso dai Cisalpini che armatamente si erano impadroniti della fortezza di San Leo e minacciavano di andar più avanti con l'armi pericolose e coi manifesti più pericolosi ancora, si piegava ancor egli. L'Austria, secondo la suo dignità, volendo indugiare, non s'inclinava a mandar un ambasciatore a Milano, allegando, ciò che era vero, che la Cisalpina, anche come già si trovata costituita legalmente in repubblica ordinata, non era Stato franco e independente, perchè e le sue fortezze erano in mano dei Franzesi ed i comandanti Franzesi pubblicavano di propria autorità in tutta la Cisalpina e nella sede stessa di Milano ordini e manifesti, ed anzi i magistrati nissun ordine e manifesto pubblicavano se non dopo che fossero veduti ed appruovati dai comandanti franzesi.
Accettati i ministri delle potenze estere, aveva il direttorio cisalpino mandato i suoi agenti politici a sedere presso le potenze medesime. Vedevano Torino, Napoli, Roma, Firenze, Genova, Parma i legati cisalpini. Bene pe' suoi fini avea scelto gli uomini suoi la Cisalpina, perchè erano tutti, o la maggior parte, giovani di spiriti vivi ed accesi nelle opinioni che correvano, ma pure, se non prudenti, almeno astuti e senza intermissione operativi. Solo Marescalchi, di famiglia principalissima di Bologna, che era stato mandato ambasciadore a Vienna, non faceva frutto, perchè l'imperadore non l'aveva voluto riconoscere nella sua qualità pubblica.
Soprastava ad arrivare il ministro di Francia a Milano, non perchè non fosse il direttorio franzese amico, ma perchè l'inviato doveva arrivarvi con molta materia apprestata.
Chiamava intanto Buonaparte, oramai vicino ad aver compito con gli ordinamenti politici quell'opera che con le armi aveva fondato, i legislatori cisalpini, centosessanta pel consiglio grande, ottanta per quello degli anziani. Onorati uomini vi risplendevano per sapere, per antichità, per ricchezze, per amore di libertà. A questi aggiungeva Francesco Gianni, giovane di singolare spirito poetico dotato e cantor suo favoritissimo. Era il poeta nato in Roma; ma la Cisalpina, considerato, tali furono le parole della legge, che il cittadino Francesco Gianni aveva principalmente applicato i poetici suoi talenti a celebrare il genio della libertà italiana ed encomiare l'invitta armata franzese, con che nelle attuali circostanze si veniva a vieppiù promuovere lo spirito pubblico, gli dava con solenne ed apposita legge la naturalità.
I consigli radunati ardentemente procedendo, si accostavano alle opinioni dei democrati più vivi, il che dall'un dei lati dispiaceva a Buonaparte a cagione della natura sua inclinata allo stringere, dall'altro gli piaceva per dar timore alle potenze nemiche.
Ordinata al modo che abbiam narrato la Cisalpina, il capitano vincitore scriveva le seguenti parole per ultimo vale a' suoi popoli: «Il dì 21 novembre fia pienamente in atto la vostra costituzione; e saranno altresì organizzati il vostro direttorio, il corpo legislativo, il tribunale di cassazione e le altre amministrazioni subalterne. Voi siete fra tutti i popoli il primo che senza fazioni, senza rivoluzioni, senza stragi, libero divenga. Noi vi demmo la libertà; voi sappiate conservarla. Voi siete, trattone solo la Francia, la più popolata, la più ricca repubblica; vi chiama il destin vostro a gran cose in Europa; secondate le vostre sorti con far leggi savie e moderate, con eseguirle con forza e con vigore; propagate le dottrine, rispettate la religione. Riempite i vostri battaglioni, non già di vagabondi, ma sì di cittadini nudriti nei principii della repubblica ed amatori della sua prosperità. Imbevetevi, che ancor ne avete bisogno, del sentimento della vostra forza e della dignità che ad uomo libero si appartiene. Divisi fra di voi, domi per tanti anni da un'importuna tirannide, voi non avreste mai potuto da voi stessi conquistare la libertà, ma fra pochi anni potrete anche soli difenderla contro ogni nemico qual ch'egli sia; proteggeravvi intanto contro gli assalti dei vostri vicini la gran nazione; col nostro sarà lo Stato vostro congiunto. Se il popolo romano avesse usato la sua forza, come la sua il franzese, ancora sul Campidoglio si anniderebbero le romane aquile, nè diciotto secoli di schiavitù e di tirannia avrebbero fatte vili e disonorate le umane generazioni. Per consolidare la libertà vostra e mosso unicamente dal desiderio della vostra felicità, io feci quello che altri han fatto per ambizione e per la sfrenata voglia del comandare. Io feci la elezione di tutti i magistrati e sonmi messo a pericolo di dimenticare l'uomo probo con posporlo all'ambizioso; ma peggio sarebbe stato, se aveste fatto voi stessi le elezioni, perchè gli ordini vostri non ancora erano compiti. Fra pochi giorni vi lascio. Tornerommene fra di voi, quando un ordine del mio governo od i pericoli vostri mi richiameranno. Ma qualunque sia il luogo a cui siano ora per chiamarmi i comandamenti della mia patria, questo vi potete promettere di me che sono e sempre sarommi ardente amatore della felicità e della gloria della vostra repubblica.»
Queste dolci parole del capitano invitto molto riscaldavano gli animi. Quest'erano le operazioni palesi di Buonaparte: altre, uguale anzi di maggiore importanza se ne stava macchinando in segreto. Erano a quei tempi al mondo quattro cose che a tutte le altre sovrastavano, la gloria molto risplendente di Buonaparte, il timore che avevano i re che quella repubblica Franzese non li conducesse tutti a ruina, la repubblica franzese stessa fondata in una nazione che per la natura sua non può vivere in repubblica, e finalmente una casa di Borbone, esule sì, ma con molte radici in Francia, fatte ancor più tenaci e più profonde per le enormità dell'insolita repubblica. Si desiderava pertanto e dentro della Francia da non pochi uomini temperati, e fuori da tutte le potenze, che la repubblica si spegnesse ed il consueto reggimento, per quanto gl'interessi nuovi permettessero, col mezzo dei Borboni si ristorasse. Nè essendosi questo fine potuto conseguire coll'armi civili della Vandea, nè coll'armi esterne di tutta l'Europa, perchè la nazione franzese, che forte ed animosa era, non aveva voluto lasciarsi sforzare, si pensava che i maneggi segreti, le promesse, le corruttele e le adulazioni potessero avere maggior efficacia.