Riuscito vano questo tentativo, pensavano i Veneziani a ricercare il direttorio e Buonaparte della unione loro alla Cisalpina; ne facevano anche inchiesta formale al direttorio cisalpino. In questo mentre si era concluso il trattato di Campoformio, che abbiamo più sopra riferito; Buonaparte se ne tornava a Milano. Di colà egli scriveva a Villetard: pel trattato di pace essere i Franzesi obbligati a vuotare la città di Venezia, e perciò potersene l'imperadore impadronire; ma non doverla vuotare che venti o trenta giorni dopo le ratificazioni; potere tutti i patriotti che volessero spatriarsi, ricoverarsi nella repubblica Cisalpina, in cui godrebbero de' diritti di cittadinatico; avere facoltà per tre anni di vendere i beni loro; essere indispensabile di creare un fondo, il quale potesse alimentare quelli fra i patrioti che si risolvessero a lasciar il paese loro e non avessero facoltà sufficienti per vivere; essere la repubblica Franzese parata a soccorrerli se ne avessero bisogno, con la vendita de' beni d'allodio che possedeva nella Cisalpina; esservi a Venezia molte munizioni navali o di guerra e di commercio che appartenevano al governo veneziano; essere indispensabile che la congregazione di salute pubblica (quest'era una congregazione di municipali), le trasportasse più presto il meglio, a Ferrara, perchè quivi potessero essere vendute in pro dei fuorusciti; quanto fosse per esser utile alle opere navali di Tolone, tosto s'imbarcasse per Corfù e se ne facesse stima, onde del ritratto si soccorressero i fuorusciti; i cannoni e le polveri si vendessero alla Cisalpina; accordassesi Villetard con un Roubault e con un Forfait e con la congregazione di salute pubblica per vedere a qual pro si potessero condurre una nave ed una fregata recentemente disarmate, otto galeotte, sei cannoniere, un argano da inalberare, le piatte, il Bucintoro e le barche dorate, i barconi, i palischermi grossi e sei navi da guerra, sei fregate, sei brigantini, sei cannoniere e tre galere sui cantieri.

Aggiungeva Buonaparte a Villetard, badasse bene a tre cose: la prima lasciar nulla che potesse servire all'imperadore per creare un navilio; la seconda, trasportare in Francia quanto fosse utile alla nazione; la terza usare quanto si vendesse nel miglior modo possibile, perchè più fosse profittevole ai fuorusciti: insomma ogni altra opera facesse che il tempo e l'occorrenza richiedessero per assicurare le sorti de' Veneziani che si volessero ricoverare in Cisalpina: finalmente fosse suo obbligo di pensare, di concerto con la congregazione di salute pubblica e co' deputati delle città di terraferma, alla salute de' fuorusciti loro.

Avuto Villetard questo mandato, nella sala delle adunanze recatosi, ai municipali favellava, e gli esortava, in nome anche di Buonaparte, che ordinassero quanto era necessario, perchè Venezia sottentrasse intera e salva al nuovo dominio. Serrurier, accettata da Buonaparte la suprema autorità in Venezia ed il mandato di far la consegna, svaligiati prima, secondo i comandamenti avuti, i fondachi pubblici del sale e del biscotto, spogliato avarissimamente l'arsenale, rotte o mutilate le statue bellissime che in lui si miravano, fatto salpare le grosse navi, affondate le minori, rotte a suon di scuri le incominciate, arso in S. Giorgio il Bucintoro per cavarne le dorature, rovinata e deserta ogni cosa che allo stato appartenesse, consegnava agli Alemanni la città di Venezia. Francesco Pesaro riceveva, come commissario imperiale, i giuramenti.

Gli eccidii si moltiplicavano, continuavasi a spogliar Roma in virtù del trattato di Tolentino; nella qual bisogna con molta efficacia si travagliavano i commissari del direttorio. E perchè non mancasse in mezzo agli spogli l'adulazione, essendo venuto a notizia loro che la moglie di Buonaparte desiderava per sè alcune belle statue di bronzo, le comperarono, e con le involate, a grado di lei incassarono. Saputisi dal papa il desiderio e la compera, ne pagava tosto il prezzo, perchè la donna se le avesse senza costo. Oltre a ciò apparecchiava una collana di preziosi camei, perchè fosse offerta da sua parte alla signora.

Il romano erario era casso pel pagamento delle contribuzioni stipulate nel trattato di Tolentino; le romane cedole scapitavano de' due terzi per centinaio, e non v'era fine al disavanzo che ogni dì cresceva: ogni cosa in iscompiglio, si avvicinava la dissoluzione. Sapevaselo Cacault, ministro del direttorio, e per questo non voleva che si facesse una rivoluzione violenta per ispegnere il governo papale, ma bensì che si lasciasse andare di per sè stesso alla distruzione. I democrati non incitava Cacault, nè aveva partecipazione delle loro macchinazioni, perchè gli stimava gente dappoco e credeva che il popolo non li volesse. Bensì ricercava il papa della libertà dei carcerati; il che veniva in grande diminuzione della reputazione del governo pontificio. Crescevano la penuria ed il caro delle vettovaglie; i popoli male si soddisfacevano. A questo contribuivano non poco le tratte dei grani, che il papa era sforzato a concedere ad alcuni fra gli agenti sì civili che militari della repubblica. Il papa, oltre la sua età cadente, si trovava infermo di paralisia. S'aggiungevano spaventi come se il cielo fosse sdegnato contro Roma. La polveriera del Castel Sant'Angelo s'accendeva la vigilia di San Pietro con orribile fracasso; furonvi molte morti e parecchi edifizii rovinati.

S'incominciavano i cavilli, annunziatori di distruzione: in pena di guerra non si volle che il pontefice conducesse a' suoi soldi il generale Provera, su cui aveva fatto disegno. Alle cagioni politiche, le quali operavano contro il papa, se ne aggiungeva una di natura molto singolare, e quest'era il pensiero nato in Francia, del voler fondare la religione naturale che col nome di teofilantropia chiamavano.

Era a Cacault succeduto nell'ufficio di ministro di Francia a Roma Giuseppe Buonaparte, fratello maggiore del generale, uomo di natura assai rimessa, ma siccome indolente e debole, così facile a lasciarsi aggirare da chi voleva piuttosto fare che aspettare la rivoluzione. Per la qual cosa era la sua casa piena continuamente di novatori, ai quali dava segrete speranze, però che aveva dal suo governo avuto mandato espresso di mutar lo Stato in Roma, pur facendo le viste di non parervi mescolato. Ma siccome nè era soldato, nè d'indole risoluta, mandarono per dargli spirito ed aiutarlo a perturbar Roma i generali Duphot, e Sherlock. Aveva il governo papale avviso delle trame che si macchinavano; e però faceva correre, principalmente di nottetempo, da spesse pattuglie la città e teneva diligentissime guardie.

S'avvicinava quest'anno al suo fine quando nasceva in Roma un caso funestissimo, dal quale scorsero improvvisamente con precipitosa piena quelle acque che già tanto soprabbondando, minacciavano di allagare. La notte del 27 dicembre i soldati urbani, incontrando un'affollata di democrati armati, ne sorse una mischia confusa; un democrato fu morto, due urbani feriti. Il sangue chiama sangue, il terrore già dominava la città. L'ambasciatore Giuseppe di ciò informato, rispondeva, farebbe che i suoi non si mescolassero in quei tumulti; ma non giovava, perchè, o il volesse egli o nol volesse, si adunavano il dì 28 nella villa Medici circa trecento democrati. Era fra di loro Duphot, e con la voce e coi gesti e coll'alzar il cappello gli animava a novità, e le facevano. Bande di fanti e di cavalli li disperdevano. Correvano al palazzo Corsini, dove aveva le sue stanze l'ambasciatore di Francia, d'onde chiamavano ad alta voce la libertà e gridavano di volerne piantar le insegne sul Campidoglio.

Roma tutta si spaventava. Mandava il papa contro quella gente fanatica i suoi soldati, i quali, prese le strade per al palazzo Corsini, rincacciavano verso di esso a luogo a luogo i resistenti novatori. Fra quella mischia i ponteficii traendo d'archibuso ferivano alcuni democrati. Il terrore gli occupava: cercavano rifugio nel palazzo dell'ambasciatore, ne empievano il cortile, gli atri, le scale. Si fermavano, così comandati essendo, i soldati del pontefice per rispetto a quell'asilo fatto sicuro dal diritto delle genti. I democrati intanto, prevalendosi della sicurezza del luogo con parole e con gesti agl'irati soldati insultavano. Non si poterono frenare, entrarono con l'armi impugnate nel cortile. Nasceva una mischia, un gridare, un fremere misto che meglio si può immaginare che descrivere. Indarno mostravasi l'ambasciatore. Preso allora Duphot da empito sconsigliato, siccome quegli che giovane subito ed animoso era, sguainata la spada, si precipitava dalle scale e messosi coi democrati, gli animava a voler scacciare i soldati pontificii dal cortile. In tale forte punto i dragoni viemmaggiormente inferociti, traevano. Morivano parecchi furiosi, ne riportava Duphot una ferita mortale, per cui dopo morì.

Scriveva risolutamente l'ambasciatore al cardinale segretario di Stato, comandasse ai soldati che si ritirassero dai contorni del palazzo. Rispondeva rappresentando quanto fosse difficile la condizione in cui versava il governo del papa. Fuvvi chi, tentando di mitigare l'animo dell'ambasciatore, voleva indurlo a far uscire dalla sua sede i nemici del governo; alla quale richiesta non solamente non volle acconsentire, cagionando che essi l'avevano preservato contro una nuova tragedia Basvilliana, ma ancora più sdegnato che mai, rescriveva mandando al cardinale una lista coi nomi degli assassini di Basville che dicea abitare in Roma tuttavia, comparire alla luce impunemente. Il governo di Roma rispondeva di nuovo che coloro che l'ambasciatore notava nella sua lista o in Roma non dimoravano o erano stati per esami giuridici e per sentenze solenni conosciuti innocenti.