Si turbava fortemente a queste parole l'ambasciatore, e, chiesti i passaporti, protestava di volersene partire, il che era segno di guerra. Quindi, non avuto riguardo alle offerte di satisfazione che gli si facevano, nè alle preghiere del papa, nè deponendo il pensiero di fare una dimostrazione ostile, tutto sdegnato, o che il fosse o che il facesse, se ne partiva pei cavalli delle poste in tutta fretta verso Toscana. Giunto a Parigi, rapportato il fatto nel modo più conforme al suo intento ed a quello del direttorio, stimolava la Francia alla guerra contro Roma.
Ordinava il pontefice rimedii spirituali di preghiere, di digiuni, di penitenze, per ovviare alla ruina imminente. Parigi intanto veniva fulminando: il sangue di Basville e di Duphot chiamar vendetta; doversi disfare quel nido di assassini; l'ultima ora esser giunta della romana tirannide; a quest'opera d'umanità esser serbata la Francia; vedrebbe il mondo quanto avesse la repubblica a cura i suoi cittadini che vivi li proteggeva, uccisi li vendicava. Tali erano le amplificazioni dei tempi, e le turbe seguitavano. Il direttorio, imputando a disegno espresso del pontefice ciò che era l'effetto fortuito di provocazioni straordinarie, mandava comandando a Berthier, marciasse incontenente con tutto l'esercito a passi presti contro Roma.
MDCCXCVIII
Anno di
Cristo
MDCCXCVIII
. Indiz.
I
.
Pio
VI papa 24.
Francesco
II imperatore 7.
Avutosi da Berthier il comandamento di marciare incontanente con tutto lo esercito a passi presti contro Roma, quantunque se ne vivesse molto di mala voglia per essergli venute a noia le rivoluzioni, si metteva in assetto per mandarlo ad esecuzione. Commesso l'antiguardo a Cervoni, gli comandava che si alloggiasse in Macerata: dava il governo della battaglia a Dalemagne per modo che d'un solo alloggiamento si tenesse discosto dall'antiguardo. Alloggiava il retroguardo a Tolentino con Rey, con mandato di osservare le bocche d'Ascoli per le quali si va nel regno di Napoli, e di far sicure le strade degli Appenini fra Tolentino e Foligno. Lasciava finalmente con grosso presidio in Ancona Dessolles, con avvertimento di sopravvedere con bande sparse il paese e tenerlo purgato dai contadini Urbinati che, portando grande affezione alla sedia apostolica, erano sempre inchinati a far moto in suo favore. Metteva alle stanze di Rimini quattro mila Polacchi sotto la condotta di Dombrowski, e con questi anche le legioni cisalpine, le quali nissuna cosa santa ed inviolata avendo, commisero atti di cui quei popoli si erano mossi a grandissimo sdegno: le avrebbero anche condotte all'ultima uccisione se non fosse sopraggiunto Berthier coi soldati di Francia. Così il sacco e la rapina erano usati in Italia non solamente dai forastieri, ma ancora dagli Italiani.
Incamminandosi alla distruzione del governo pontificio, mandava fuori Berthier da Ancona, il dì 29 gennaio, un manifesto, in cui tra le altre cose diceva che un esercito franzese movevasi ora contro Roma, ma che solo si muoveva per punire gli assassini del prode Duphot, per punire quegli assassini medesimi ancora rossi del sangue dell'infelice Basville, per castigar coloro che si erano arditi disprezzare il carattere e la persona dell'ambasciatore di Francia; che la Francia sapeva, essere il popolo romano innocente di tanta immanità e perfidia: che l'esercito franzese il terrebbe indenne e sicuro da ogni oltraggio. Poscia, rivoltosi ai soldati, gli ammoniva ed avvertiva che il popolo romano non si era mescolato nelle scelleraggini di chi li riggeva, l'amassero pertanto, il proteggessero; sapessero che la repubblica comandava loro che rispettassero le persone, le proprietà, i riti ed i templi di Roma; darebbesi pene asprissime a chi si dasse al sacco.
Ciò detto, moveva le schiere al destino loro. Le genti repubblicane, preso Loreto e commessovi qualche sacco, posto a taglia Osimo che si era levato a favor del papa, varcati prestamente gli Appenini, alla appetita Roma si approssimavano. Era in questo estremo punto l'aspetto della città vario e per ogni parte pericoloso; alcune condizioni riguardavano le passate cose, alcune le presenti; generavansi sette ed umori molto diversi. Il trattato di Tolentino aveva tolto al papa gran parte della riputazione e della riverenza che prima gli portavano. Il vedere poi la magnifica Roma spogliata dei suoi ornamenti più preziosi partoriva sdegno ne' popoli non solamente contro gli spogliatori, ma ancora contro il pontefice; giudicando essi sempre dagli effetti e non dalle cagioni. Trovavasi inoltre il pontefice ridotto alla necessità, per le stipulazioni del trattato, d'aggravare con nuove tasse i sudditi, a fine di poter bastare alle somme esorbitanti ch'era tenuto di sborsare alla repubblica. Quindi, speso tutto il tesoro di San Pietro, si era dovuto por mano negli ori ed argenti dei privati, gittar nuove cedole con maggiore scapito così delle vecchie come delle nuove, ed ordinare una tassa del cinque per centinaio su tutti i beni. Di più si venne alla vendita del quinto dei beni ecclesiastici, il che parve grande attentato contro le immunità ecclesiastiche, e questa rivoluzione fu molto dannosa al pontefice, perchè gli tolse il favore di coloro sui quali principalmente si fondava la sua potenza. Le casse piene di gentilezze antiche, quelle che contenevano i denari estorti con tanta difficoltà dal pubblico e dal privato, da Roma continuamente partendo e la sembianza e il fatto di uno spoglio indefesso ai Romani rappresentando, accrescevano la mala contentezza e rendevano il papa spregiato ed odioso. Nè era nascosto che le gioie stesse per la valuta di parecchi milioni erano state poste in balia del vincitore. Per le angustie dell'erario aveva il papa molto rimesso da quelle pompe e da quella magnificenza con le quali era stato solito vivere. Mancato questo splendore, si cambiava l'affetto in disprezzo.
In tanta mutazione d'animi le antiche querele si rinnovavano. I servitori soprattutto, di cui tanto abbonda Roma, diminuiti i salarii, si lamentavano e facevano, sfrenati, un parlare perniziosissimo. Si arrogevano i discorsi dei politici e degli amatori dell'antica disciplina della Chiesa, gridavano quelli contro il governo di preti inesperti, ed affermavano doversi lo Stato commettere al freno di uomini prudenti e conoscitori delle umane cose; se Roma spirituale periva, vociferavano, doversi almeno salvare Roma temporale. I secondi dimostravano dannosa la potenza terrena dei pontefici; esser tempo di ridurre i costumi trascorsi della Chiesa alla semplicità antica, e la potenza dei papi ai limiti primitivi. Le dottrine pistoiesi, mostrandosi più spacciatamente, acquistavano maggior credito ed i fautori loro nutrivano speranza che lo Stato della Chiesa si avesse a ridurre in similitudine ai tempi che furono prossimi a quelli degli Apostoli.