Il governo piemontese stretto da sì vive istanze e mosso da sì gravi minaccie, ordinava il dì 25 di maggio, che si sospendessero sino a nuovo ordine i processi non dei condannati, e si soprassedesse alle pene dei Franzesi che si fossero mescolati nelle ribellioni.

Intanto il dì 26 di maggio alle 4 della mattina i fossi di Casale grondavano sangue. Lèotaud, aiutante del generale Fiorella, e Lions aiutante di Lèotaud, ambedue franzesi di nascita, ma non di servizio, con otto altri, parte forastieri, parte Piemontesi, che, per aver combattuto nella battaglia di Ornavasso erano stati condannati a morte, soggiacquero all'estremo supplizio. Fu accusato il governo piemontese, per questo caso, di studiata barbarie; perciocchè diedero veramente a pensare l'ora insolita dei supplizii e la tardità della staffetta apportatrice a Casale dell'ordinato soprastamento: soffermossi nove ore in Torino. Certamente i condannati erano rei; ma pur troppo atroce fu la deliberazione dello avere a bella posta ritardato le novelle ed accelerato i supplizii affinchè la salute arrivasse quando già morte spaziava. Levò Ginguenè pe' due Franzesi morti gravissime querele, minacciò il governo piemontese, scrisse a Parigi, ch'era oggimai tempo di purgar la Francia dal dire calunnioso che si faceva, ch'ella tollerasse le carnificine dei Franzesi e degli amici loro per forza dell'oro mandato a Parigi al conte Balbo.

Disfatto il nido dei repubblicani di Pallanza per la vittoria d'Ornavasso, restavano i Carrosiani, che divenivano ogni giorno più molesti. Non ignorava il governo piemontese che i moti di Carrosio avevano più alte radici che quelle dei repubblicani piemontesi, perchè Brune e Sattin segretamente e palesemente li fomentavano. Tuttavia, non volendo mancare al debito degli Stati, si era deliberato di mostrar il viso alla fortuna. Ma prima di venire al mezzo estremo delle armi contro quella sede tanto irrequieta di Carrosio, poichè gli era forza traversare il territorio ligure, aveva rappresentato a quel governo che i suoi nemici non avevano potuto condursi a Carrosio senza passare pel territorio della repubblica; che lo stesso facevano per venir ad invadere il territorio piemontese, passando eziandio sotto i cannoni di Gavi; che quando potesse aver luogo una vera neutralità, la repubblica, come neutrale, non poteva in questo caso sofferire nel suo territorio i nemici di sua maestà che ne abusavano per offenderla, tanto meno dar loro il passo libero per venire ad attaccarla, e che doveva o dissipargli ella medesima o dare alle genti regie quel passaggio stesso ch'ella dava a' suoi nemici.

Rispose la repubblica che non consentirebbe mai a dare il passo; solo prometteva di reprimere gl'insulti, di prevenire le aggressioni, e di allontanare quanto potesse offendere la buona amicizia delle due parti. Ma queste protestazioni erano vane. Continuavano i Carrosiani ad ingrossarsi, ad ordinarsi, ed a trascorrere alle enormità più condannabili, poichè e continuamente traversavano il territorio ligure per andar ad assaltare i regi ed intraprendevano le vettovaglie, che per quelle strade viaggiavano verso il Piemonte, ed arrestavano e svaligiavano i corrieri.

Insorgeva con animo costante il re, ed ordinato un esercito giusto, il mandava all'impresa di Carrosio sotto la condotta di Policarpo Cacherano d'Osasco, uomo non privo di sentimenti generosi, nè senza qualche perizia militare. Avvertiane il governo ligure, avvertiane l'ambasciatore di Francia, avvisando che solo fine della spedizione era di cacciare i sediziosi da Carrosio, di ricuperare quella terra di suo dominio, di dar quiete a' suoi Stati.

Sentì sdegnosamente l'ambasciatore questa mossa d'armi, e rescrivendo al ministro Priocca, intimava facesse incontanente, se ancor fosse tempo, fermar le genti che marciavano contro Carrosio, perciocchè non fosse possibile di assaltar quella terra senza violare il territorio ligure, la qual violazione non poteva non portar con sè gravi e pericolosi accidenti.

Il re, stretto da tanti nemici ed oppresso da chi doveva aiutarlo, non si perdeva d'animo, volendo che il suo fine fosse se non felice, almeno generoso. Rispose Priocca allegando la ragione, come se la ragione avesse che fare nel dominio della forza. I soldati regi, attraversato il territorio ligure, cacciavano facilmente i repubblicani da Carrosio e si facevano padroni della terra. Poscia per maggior sicurezza, munirono di guardie tutte le alture circostanti.

A tale atto gli scrittori di gazzette in Genova ed in Milano si risentirono gravemente; le cose che scrissero sono piuttosto pazze che stravaganti; ma Sottin non si restava alle parole, anzi, accesamente appresso al direttorio ligure instando, operò di modo che finalmente lo spinse a chiarire il re di Sardegna nimico della repubblica e ad intimargli la guerra. Or mentre Sottin spingeva la repubblica Ligure contro il Piemonte, Ginguenè voleva impedire che egli si difendesse da lei. Esortava con grandissima instanza Priocca a desistere dall'invasione, gravemente ammonendolo degli effetti di questa discordia. Rispondeva il ministro facendo proposizioni che non dispiacevano all'ambasciatore, il quale mandava il suo secretario a Milano per farne avvertito il generalissimo. Ma il governo piemontese, non aspettate le intenzioni di Brune, volendo o per amare di concordia, o per timore di Francia gratificare all'ambasciatore, aveva operato che le truppe si ritirassero da Carrosio e ritornassero nei dominii piemontesi oltre i confini liguri. Per la ritirata dei regi non cessavano le ostilità; anzi i Liguri, venuti avanti coi novatori piemontesi sotto la condotta del generale Siri, s'impadronirono, dopo violento contrasto della fortezza di Serravalle. Da un'altra parte i Liguri guidati da due capi valorosi Ruffini e Mariotti, si erano fatti signori di Loano.

Già le ordite trame erano vicine al compirsi, già per fare calare il re a quello che si voleva da lui, gli si facevano suonare intorno mille spaventi. Già Ginguenè, parlando con Priocca, aveva tentato per ogni modo di spaventarlo. Affermava che in ogni parte appariva segni di una feroce congiura contro i Franzesi in Italia; che già Napoli armava; che già lo imperatore empiva gli Stati veneti di soldati; che in ogni parte il fomentavano sedizioni, che in ogni parte con infiammative predicazioni si stimolavano i popoli contro i Franzesi; che questo fuoco covava universalmente in Italia, e che chi l'attizzava, era l'Inghilterra. Non forse doveva muovere a sospetto la repubblica Franzese il vedere nella corte di Torino, che si protestava alleata di Francia, non solamente un ministro di Russia, ma ancora un incaricato d'affari d'Inghilterra? ch'essi potevano dar denari al re, dei quali che uso egli facesse bensì sapeva; che i fuorusciti franzesi, che le macchinazioni dei preti, che le parzialità dei magistrati, che il parlare tanto aperto e tanto imprudente contro i Franzesi della gente in ufficio, non lasciava luogo a dubitare che qualche gran macchina si ordisse contro la Francia.

A così gravi accuse rispondeva il ministro, non per persuadere l'ambasciator di Francia, poichè sapeva che non era persuadevole, ma per purgare il suo signore delle note che gli si opponevano; e conchiudeva, che sarebbe stato meglio e più onorevole per la Francia lo spegnere il governo regio, innocente di tutti i carichi che gli si davano non con altro fine che con quello di perderlo, di quello sia il martirizzarlo. Arrivavano per maggiore spavento lettere del ministro degli affari esteri di Francia a Ginguenè che manifestavano uno sdegno grandissimo pei rigori usati, come pensava, contro i sollevati.