Benedetto
XIV papa 18.
Francesco
I imperadore 13.
La compagnia volontaria da Pasquale Paoli novellamente istituita in Corsica a premio de' più meritevoli non ebbe ad aspettare molto per mettere alla prova il suo valore, e, giustificando la scelta fatta dei membri, accrescere la speranza del capitan generale; imperocchè si pose egli tantosto con essa all'impresa di espugnare la torre di San Pellegrino custodita da' Genovesi, posto d'importanza e vantaggioso a chi ne fosse signore. Un ingegnere svizzero diresse le operazioni dell'assedio, le quali riducevansi a far salire chetamente un soldato alla porta della torre per farvi un'apertura tale che vi potesse passare un uomo armato, e quindi sorprendere d'improvviso il custode dell'armi e della munizione. La cosa o male intesa o male eseguita non riuscì, quantunque i Corsi con tanto silenzio e precauzione si fossero appropinquati alla torre che i difensori non se ne erano accorti per niente. Il soldato, che dovea far l'apertura nella porta, cadde. I Corsi, invece di rifarsi da capo allo esperimento, o di dare un improvviso assalto, perdettero inutilmente molto tempo, che diede campo al presidio di dare all'armi e far piovere sopra gli assalitori le palle. Costretti quelli a ritirarsi, determinaronsi ad un assedio formale e ad obbligare i difensori ad arrendersi almeno per la fame. Nè tardando questa molto a farsi sentire, fu proposta la resa mediante un'onesta capitolazione. Ma Venturini, un capo corso, si fece a gridare non voler capitolazioni, ma o che il presidio si rendesse a discrezione, o altrimenti sarebbe presa per assalto e colla forza dell'armi. Questa ostinazione fu salute degli assediati. Concorse in questi momenti due galee genovesi con altri legni minori, obbligarono i Corsi alla ritirata, colla perdita di molti di loro, tra i quali uno de' nuovi cavalieri.
Intanto il marchese Doria, commissario alla Bastia, ordinò in nome della repubblica che nissun paesano si avvicinasse a quella città, ordine che fece ripetere dagli altri commissarii e comandanti genovesi che si trovavano nell'isola, e ad esecuzione del quale formò un campo volante, che dovea arrestare tutti i Corsi trasgressori. Ed all'opposto, Paoli ed il supremo consiglio di Stato corso proibirono a tutti i nazionali di avere alcuna corrispondenza colle città e coi luoghi governati dai Genovesi, e molto più di trasportarvi vettovaglie di qualunque sorta, al campo volante del commissario, contrapponendo un altro campo consimile, per tener in dovere chiunque avesse ardito d'infrangere le loro prescrizioni. La quale rigorosa misura sortì l'inevitabile suo effetto; cominciò a farsi sentire la carestia così vivamente alla Bastia, che il marchese Doria alle calde istanze degli abitanti dovette rivocare i suoi divieti, e lasciar che la città si provvedesse di viveri come meglio potesse.
Siccome la fama così altamente parlò di Pasquale Paoli, uomo che tanto fece per la libertà della sua patria e che, se una forza sopravanzante non si opponeva, avrebbe fondato nella natia isola una repubblica a guisa di quella d'Olanda, pensiero che girava a quei tempi nella mente degli uomini, non sarebbe fatica perduta lo spaziare alquanto sulla sua vita, costumi, desiderii ed opere. In picciole scene, sono non di rado grandi esempii. Se non cito ci stringono i limiti a queste carte imposti e ne fanno la legge di toccare sol di volo e per sommi capi l'alto subbietto.
Oppressi gli emuli e date di sè medesimo felici speranze, Paoli, se avuto avesse la smania di tanti che abusano della confidenza che in loro collocano i popoli, avrebbe potuto fare i Corsi servi e porre sè in cima di tutti. Ma prevalse in lui un pio desiderio e si diè a battere altra strada.
A' tempi del generoso uomo, i Corsi distinsero per suo consiglio l'autorità pubblica in tre potestà; la legislativa, la esecutiva e la giudiziale. Sedeva la prima nel parlamento, o, come la chiamavano, la consulta generale, che rappresentava l'intero corpo della nazione, e la componevano circa cinquecento membri, denominati procuratori, ed eletti parte dal popolo, parte dal clero sì secolare che regolare. I procuratori in consulta adunati avevano la facoltà di fare e di annullare leggi e di stanziare la somma annua da potersi spendere per lo Stato. Ed oltre alle leggi facevano certi magistrati, di due ordini, uno giudiziale, l'altro esecutivo, cioè un ministro di giustizia per ciascuna delle nove provincie della Corsica, e nove membri del supremo governo esecutivo, uno pure per ciascuna provincia.
Il supremo governo esecutivo, cui chiamavano eziandio supremo magistrato, o supremo consiglio, composto, come abbiam veduto, di nove membri o consiglieri, aveva per presidente il generale Paoli, dalla consulta a quella maggioranza eletto. Avevano questi consiglieri diritto d'intervenire alla consulta, e di proporre per bocca del presidente di lei quanto loro paresse giusto, o necessario, o conveniente.
Paoli aveva titolo di generale del regno e capo del magistrato supremo di Corsica. Nelle sessioni, sedeva sotto un baldacchino coi consiglieri in qualche distanza da lui. La sua tavola ed il mantenimento dalla casa erano a spese della nazione, senza limitazione alcuna di somma, lasciandosi interamente, perchè potesse tener grado, lo spendere a sua discrezione. Poteva disporre del denaro pubblico come gli pareva più spediente, purchè non oltrepassasse la somma fissata dalla consulta. Grande era la sua autorità, e forse eccessiva, se le contingenze del tempo, e le turbate e incerte cose della Corsica non la scusassero; imperciocchè per la milizia e pel mare godeva di una potestà assoluta, e per tali faccende non era nemmeno obbligato di domandar il parere dei consiglieri; e quando spontaneamente il domandava, la loro voce si aveva solamente per consultiva, non per giudicativa. Poteva trattare con qualunque potenza di pace, di guerra, o di alleanza, ma non concludere senza l'assenso dei consiglieri, avendo in tutti questi casi un solo voto come gli altri, con questa eccezione però che nei casi di vita o di morte, se si trattasse di condannare, avesse un voto solo, se di assolvere, due.
Aveva intorno per la guardia del suo corpo circa ottanta soldati, i quali per ordine espresso della consulta il dovevano accompagnare ogni qualvolta che in cospetto del pubblico o per ufficio o per altra causa comparisse. I funesti casi di Sampiero e Giampiero, ed altri tentativi di assassinio fatti contro di Paoli stesso, a tale deliberazione avevano sforzato la consulta. Ma ciò egli detestava come segno di tirannide, affermando e protestando volerne veder la fine tosto che la Corsica un volto genovese più non vedesse. Nella sua anticamera, nè nella camera, nemmeno di notte, nessuna guardia di uomo voleva; ma era meglio e più fedelmente custodito che da uomini. Sei grossi cani corsi stavano sempre, terribili custodi, alla porta dell'anticamera, e nella camera stessa. Con lui dormivano, con lui vegliavano, e se alcuno di notte a lui accostato si fosse, in mal punto venuto vi sarebbe; perciocchè sarebbe stato incontanente da quelle orrende bocche lacerato a pezzi. Molto Paoli gli accarezzava, ed essi il conoscevano e l'amavano, e ad ogni suo cenno pronti l'obbedivano: dolcezza e ferità in loro si accoppiavano. Trovo scritto, seguita a dire uno storico famoso, che per tal costume Paoli ritraesse dell'antico; così, al dir d'Omero e di Virgilio, Patroclo, Telemaco ed Evandro avevano i loro cani; al dire degli storici, Siface i suoi.