Mentre Paoli comprimeva il nemico, e, lieto d'una vittoria che tanto gli cresceva credito presso la nazione, castigava i partigiani di Genova, fece pensiero di premiare, affinchè senza il debito onore non rimanessero, coloro che secondo l'animo suo procedevano e fedelmente si conformavano agli ordini suoi. A questo fine istituì un ordine di cavalieri, che chiamò compagnia volontaria. Costoro portavano una sottogiubba di panno corso rotonda e senza alcun ornamento, con berretta verde e mostre di velluto pur verde; sulle maniche e sul petto una croce coll'imagine della immacolata Concezione, i semplici compagni d'argento, i graduati d'oro, coperta prima d'alcun fatto illustre, e scoperta dopo. Obbligavansi ai servigi della patria a proprie spese, andavano alle fazioni a piedi, solo a cavallo il gran maestro, che eleggevano per sei mesi; ed il primo fu Giovanni Rocca, segretario di Stato.

In questo tempo (per certe risse sanguinose accadute tra Franzesi ed Inglesi nell'America settentrionale, e per contenzione di confini, sulle frontiere del Canadà, o piuttosto per superbia e cupidigia dell'Inghilterra da una parte, per debolezza del governo della Francia dall'altra, poichè immerso il re nei piaceri, pareva che all'emulo impero volesse comportare ogni cosa) s'era accesa fra le due potenze una crudel guerra, sul principio della quale, ed in fin già prima che fosse dichiarata, l'Inghilterra aveva tolto sui mari i vascelli e le sostanze di Francia. Ora, correndo gli Inglesi il Mediterraneo, la Francia concepì timore, ch'essi dei casi della Corsica volessero tramettersi, e, levandola dall'obbedienza di Genova, s'impadronissero di qualche sua parte, e vi facessero una stanza ferma con danno manifesto de' proprii interessi. Della qual cosa tanto più sospettò ch'erano andate attorno voci che Paoli avesse con l'Inghilterra qualche segreta corrispondenza, e con esso lei seguitasse qualche domestichezza d'amicizia e di fede.

A ciò pensando, le parve che non fosse più da differire di stringersi maggiormente co' Genovesi; perlochè fece con Genova sue pratiche col fine di conseguire da lei l'intento suo, che era di introdurre soldati franzesi nelle piazze di presidio. La signoria, cui il medesimo sospetto angustiava, massime nel caso che gl'Inglesi perduto avessero Porto Maone per l'espugnazione del forte di San Filippo a quei dì fortemente battuto dai Franzesi, s'inclinò facilmente alla volontà della Francia; laonde nei primi giorni di novembre, condotti dal marchese di Castries, al quale era stato dal re dato il grado di comandarli, sbarcarono in Corsica tre mila Franzesi, prendendo le stanze in Aiaccio, Calvi e San Fiorenzo. Non venivano come nemici ai Corsi sollevati, nè a favore di nessuno, come pubblicavano, nè i Corsi gli trattarono da nemici; solamente si appostavano gli uni e gli altri con somma diligenza, e con grande gelosia osservavano ciò che l'altro facesse.

Se la repubblica di Genova era rimasta contenta d'aver ottenuto l'intento suo di vedere in Corsica un corpo di truppe franzesi, ebbe pur motivo d'esserlo pel buon avviamento che presero le di lei vertenze colle comunità di San Remo e di Campofreddo. Nel mese di gennaio l'imperadore diede ordine al consiglio aulico di riassumere la causa di quelle comunità a lui ricorse come feudi imperiali. Appena ne giunse a Genova la notizia, la signoria, che avea già posto a San Remo il morso d'una specie di cittadella, fece immantinente presentare al detto consiglio aulico due scritture valevoli a far sospendere un procedimento, di cui ad ogni modo poteasi temere l'esito incerto. Era l'una di queste scritture una supplica presentata al senato genovese da tre deputati delle comunità di San Remo residenti a Genova, con cui la comunità stessa si metteva a' piedi della signoria, e riponea la sua fiducia nella sovrana clemenza del senato per essere tornata in grazia del suo principe; e l'altro un atto passato a Vienna dal procuratore della comunità di Campofreddo, con cui ampiamente rinunziava ai ricorsi sino a quel giorno fatti all'imperadore presentare.

Altissimi commovimenti produsse ne' popoli di quelle due comunità la notizia di tali fatti de' loro commessi; si pubblicarono e divulgarono da per tutto le loro solenni proteste, pregando e richiedendo i ministri de' sovrani e delle potenze d'Europa a voler considerare quelle scritture come estorte, nulle e riprovate dalle comunità. Le quali proteste, pur presentate al consiglio aulico, fecero sì che per quell'anno rimanesse l'affare sospeso, nè se ne udisse parola.

La guerra dei sette anni, in questo anno dal re di Prussia rotta all'imperadrice regina, condusse l'Italia a vedere nudarne per la Germania, e quindi per la Boemia, alcuni reggimenti de' suoi figli, bella e fiorita gente, che dal granducato di Toscana l'imperadore chiamò a far parte degli eserciti imperiali. Nè maggior peso le recò l'altra guerra insorta nel nuovo mondo tra Spagna e Portogallo da una parte, e gl'Indiani del Brasile dall'altra, che volevano mantenersi indipendenti; ma vinti e disfatti, dovettero porre giù le pretese, e sottomettersi. Se non che merita forse d'esser ricordato che gli oziosi novellisti avevano fatto alla Italia gratuitamente il dono d'un Nicolò Rubini del Friuli, che sotto il nome di Nicolao I menasse alle pugne gli abitanti del Paraguai, da lui mossi e suscitati nella sua qualità di gesuita; ma presto venne sopra la verità, e l'Italia perdette quel non ambito onore d'aver dato un suo figlio per sovrano del nuovo mondo.

Ma mentre svaniva dalla mente dei creduli e dalle pagine della storia questo re immaginario, la Corsica perdeva quello che aveva realmente sopra di lei regnato. Partito Teodoro tre volte da quel regnò che avealo nel 1736 solennemente riconosciuto per suo signore; divenuto in seguito vero trastullo della fortuna, oppresso continuamente da debiti, lottando col bisogno, perseguitato da' creditori, chiuso in una prigione di Londra, come era stato prima in quelle di Amsterdam, trovò in Orazio Valpole chi prese cura di lui, e raccolti sussidii volontarii da uomini benevoli, col provento li cavò del carcere. Teodoro staggì il suo regno di Corsica pel pagamento a favore dei prestatori. «Non so come l'intendessero, dice uno storico esimio, ma in somma il fatto è certo: vi sono di queste ubbie in Inghilterra, quando la vena dà.» Morì poi in quest'anno a Londra, e fu sepolto nella chiesa di Santa Anna di Westminster con la seguente iscrizione in lingua inglese, che vien a dire in italiano:

«Qui giace Teodoro, re di Corsica, morto in questa parrocchia a dì 11 dicembre del 1756 subito dopo d'essere uscito, pel benefizio dell'atto sui falliti, dalle carceri del banco del re: lasciò il suo regno di Corsica per sicurtà ai creditori.» Crederei che la chiusa dell'iscrizione fosse scherzo, se si scherzasse sulle tombe, riflette il poc'anzi citato storico illustre.

MDCCLVII

Anno di
Cristo
MDCCLVII
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V
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