Non sì tosto Paoli, che stava in orecchi e vegliava questi moti, ebbe avviso della sollevazione di questi uomini scandalosi e ribelli alle voglie della patria, prevedendo quanto fatale potesse essere quell'incendio sul principio del suo magistrato, chiamò gente delle pievi meglio affette; e divenuto grosso e potente sui campi, avviossi verso Alessani, per porre il piede su quelle prime faville. Ma l'emulo suo, che s'era imboscato in quella pieve con duemila de' suoi, l'assalì così all'improvviso, mentre passava, che fu rotto e quasi del tutto abbandonato da' compagni, ed alle maggiori fatiche del mondo potè salvarsi nel convento di Campoloro. Se Matra fosse stato presto a seguitare l'impeto della fortuna favorevole, avrebbe ottenuto piena vittoria dell'avversario. Ma stimando di avere vinto quando l'altro poteva ancora risorgere, temporeggiò, se ne stette a bada, ed, in cambio di correre a Campoloro, s'incamminò verso Corte, vincitore sè medesimo predicando.
In questo mezzo tempo Paoli non mancò a sè stesso, e non che il suo coraggio si abbattesse, più vivido anzi risorse. Fece quivi veramente grande sperimento della sua virtù, discorse bene le condizioni del tempo, chiamò di nuovo i suoi Rostinchi, levò a rumore tutte le terre del comune, che sono appunto Rostino con le pievi di Orezza, Ampugnani, Casacconi e Vallerustie. Le novelle genti di Paoli arrivarono in suo aiuto unite in una schiera di tre mila furiosi paesani, che assaltati i Matreschi, li misero in fuga per Alessani. Il fugato Mario Matra ritirossi primieramente in Serra, poi in Aleria, dove aveva le sue possessioni; ma tornò in campo con nuovi seguaci raccolti nelle pievi di Castello, Rogna ed Aleria. Novellamente restò vinto e costretto a rifuggirsi in quel suo nido di Aleria, dove girava gli abitanti in ogni sua voglia; ma accortosi che con le proprie forze non poteva ostare all'avversario, si diede in braccio a Genova, non abborrendo dal vincere quello con la servitù de' suoi, purchè vincesse. Tali sono gli ambiziosi. Andò a Bastia, corse a Genova, tornò con promesse ed aiuti; il commissario Doria molto il favoriva. Fece un'intelligenza ed un ristretto de' suoi confidenti, per servirsene al caso che meditava.
Era questo il sesto anno che la bella quanto sfortunata Italia godeasi la pace procuratale dal trattato d'Aquisgrana; ma poco mancò che uno strano accidente non venisse a turbarla. Un Luigi Mandrin, capo di contrabbandieri, annidatosi da qualche anno tra i confini della Francia, verso gli Svizzeri e la Savoia, rese la sua squadra talmente celebre e terribile insieme, mettendo a contribuzione e spavento città e provincie, che il governo franzese, volendo tor di dosso a' suoi sudditi questa peste, avea spedito due grossi corpi di milizie con ordine di farne ad ogni costo l'arresto. Madrin, che trovavasi in Savoia, dove pure il tenevano di vista, ritirossi con quattro compagni nel castello di Roccafort, dove non poteva dalle milizie franzesi esser preso senza violazione del diritto delle genti. Ma lo uffiziale che quelle milizie comandava, senza tante considerazioni, ed avanzandosi con gran segretezza sino alla torre di San Genis d'Aosta, dove uccise dieci o dodici contadini, altri ferì, e misse tutti in fuga quelli che, sorpresi dalla novità della fazione, gli si erano voluti opporre, inoltrò quindi prestamente sino a Roccafort, sorprese il famoso contrabbandiere e lo tradusse a Grenoble, poi a Valenza, in cui finì sulla ruota i suoi giorni.
Intanto il re di Sardegna, informato dell'accaduto, si fece a chiedere al re di Francia pronta e solenne soddisfazione dell'ingiuria recatagli con un'insigne violenza che ne offendeva la sovranità. E la corte di Francia volea dargliela; ma non convenendosi ne' modi, il re di Sardegna ordinò al suo ambasciatore di lasciar Parigi senza prendere comiato, e distribuì in proposito una ragionata memoria a tutti i ministri stranieri residenti a Torino. Non cessarono intanto i maneggi, i quali condussero al felice risultato d'un accomodamento, che, con reciproca soddisfazione di quelle due potenze, spiantò quel seme che la discordia aveva apprestato a distruggere la buona armonia con tanta difficoltà ristabilita.
MDCCLVI
Anno di
Cristo
MDCCLVI
. Indizione
IV
.
Benedetto
XIV papa 17.
Francesco
I imperadore 12.
Nell'anno nuovo Matra corse per la seconda volta le campagne di Corsica, piuttosto nemico di Paoli che amico della patria, contuttochè mostrasse sempre un gran zelo per la libertà. Veniva con armi e munizioni e denaro genovese; la fama portava grandi cose di lui, e magnificava gli aiuti concedutigli. Quei della sua parte ed ogni torbido fante accozzavasi con esso lui per guisa che facevano un alto rumore per quelle montagne. Con tutti questi ordigni del gridare e del promettere e del vantarsi e del sonare i zecchini aveva congregato una seguenza di molti giovani, sì che pareva vicino il sobbisso di Paoli. Il novello Mario uscì in campo, sperando di sorprendere il nemico alloggiato nella pieve di Verde; ma non potè asseguire l'intento, perchè il capitano tanto odiato da lui, avuto presto avviso del fatto, aveva dato indietro, in sembianza di fugato più che di ritirantesi, sino al convento di Bozio, dove si fermò ed attese a fortificarsi. Mandò intanto ordinando a Clemente suo fratello ed al presidente Venturini che prestamente accorressero, se amavano la sua salvezza.
Matra in questo mentre passò a quella volta, credendosi al certo di avere la guerra vinta, anzi l'avversario stesso in mano. Giunse, e cinto il convento d'armati, male si poteva Paoli difendere, non avendo con sè che sessanta compagni. Già Mario squassava la porta del convento, già la bruciava, già l'atterrava, già pareva giunto l'estremo termine della vita di Paoli, quando a corsa ed a furia arrivarono Venturini ed altri capi accompagnati da molta gente desiderosissima di salvare colui cui la Corsica aveva chiamato salvatore e padre. Successe fra le due parti una molto accanita zuffa, in cui i matreschi, non sostenendo l'impressione del nemico, rimasero vinti e sbaragliati, ed il loro condottiere ferito in un ginocchio. Ridotto in grande povertà di consiglio, pensò di ritirarsi ma nol potè, perchè, sopraggiunto dai paolisti infuriati, restò crudelmente trucidato, quantunque Paoli ad alta voce gridasse, che dall'atroce pensiero si ritraessero e in vita il serbassero. Tutti i partigiani del vinto rimasero preda del vincitore, eccetto pochi, che si ricoverarono fra i Genovesi a Paludella e San Pellegrino. Fra i prigioni, tre furono passati per l'armi, gli altri obbligati a spianare il forte d'Aleria con gettarne i sassi in mare, affinchè nissun vestigio restasse di quel nido, donde a danno comune s'era partito il ribelle Matra. A tale andò la bisogna, che a tutti furono tolte l'armi, di più di cinquecento si arsero le case, dagli altri si ricercarono ostaggi per sicurezza di obbedienza. Oltre modo lacerarono e dannificarono il paese dei disubbidienti.