Le cose succedevano a prima giunta prosperamente ai Napolitani; conciossiachè, sebbene per opera di Mathieu fossero stati scacciati da Magliano, che già avevano conquistato, una loro schiera di gran polso, sotto guida del generale Moesk, si era, cacciatone di forza i Franzesi, impadronita di Otricoli, e già faceva correre da' suoi cavalleggieri la strada per a Narni. La guerra diveniva pericolosa pei Franzesi. Ma non perdutisi punto d'animo si risolvevano al combattere, e provarono tostamente che nelle battaglie più può l'ardire che la prudenza; poichè Mathieu, per comandamento di Macdonald, assaltò furiosamente i Napolitani in Otricoli, e, quantunque valorosamente si difendessero, li vinse con perdita di due mila soldati, di cinquecento cavalli, di otto cannoni e di tre bandiere. Diedero in questo fatto pruove di singolar valore i Polacchi e fu ferito in una gamba un Santacroce, principe romano, che combatteva per la repubblica. Ritirossi Moesk colle reliquie de' suoi a Calvi, dove per la fortezza del sito si poteva sostenere e fare ancor dubbia la vittoria. Ma lo stesso Mathieu, già vincitore di tanti fatti per valore di questa napolitana guerra mandato da Macdonald, vincitore ancor esso dei fatti medesimi per perizia, occupate le eminenze che stanno a sopraccapo alla terra e minacciato aspramente Moesk se non si arrendesse, il costringeva, aiutato anche dalla presenza di Macdonald sopraggiunto in quel frangente, alla dedizione. Questo fatto ruppe ad un punto tutte le speranze cui Mack aveva concetto di poter durare nello Stato romano, e lo fece accorgere che niun altro scampo gli restava che quello di ritirarsi con presti passi nel regno. Già il re, udite le sinistre novelle ed abbandonata Roma, si era avviato prima a Caserta, poscia a Napoli; Mack, raccolti più prestamente che potè tutti i suoi, andava a Capua, in cui sperava di difender Napoli, giacchè non aveva potuto difendere Roma nè a Calvi nè a Cantalupo. Entravano i Franzesi vittoriosi in Roma, donde diciassette giorni prima erano partiti non vinti. Tornaronvi i consoli ad occupare le perdute sedi.
Le cose dei Napolitani non avendo fatto sulla destra del Tevere quella resistenza che il conte Ruggiero aveva sperato, gli era divenuto impossibile di congiungersi con la sua schiera sinistra. Rifulse in sì estremo accidente la virtù del conte; poichè, non isgomentatosi punto, se ne continuava a marciare con sette mila soldati da Baccano verso Roma. Championnet attonito a caso tanto improvviso, mandava il suo aiutante Bonami a sapere che cosa volesse dir questo. Gli fu risposto dal conte che voleva passare, o per amore o per forza, per ritornare nel regno; ed ottenuto un indugio dal nemico per trattare un accordo, avvisando che Bonami non aveva dato tempo per altro motivo che per far accorrere nuove genti, levava, più tacitamente che poteva, il campo, incamminandosi più che di passo alla volta di Orbitello. Giunto alla Storta, vi fu il suo retroguardo combattuto dai repubblicani, ma difesosi virilmente, acquistava facoltà del continuare virilmente. Calava intanto a far le sue condizioni più pericolose Kellermann da Borghetto. Incontratisi repubblicani e regi a Toscanella, si travagliavano con un conflitto molto aspro. Il conte, con tuttocchè fosse ferito gravemente da una scheggia in una gamba, continuava a combattere valorosamente; i Napolitani incoraggiti dall'esempio del loro capo, si difendevano anch'essi con molta costanza; nè si spiccarono dalla battaglia se non quando per l'arrivo delle cavallerie di Kellermann, era divenuta disuguale. Intanto non aveva omesso il conte mentre col retroguardo arrestava l'impeto dei repubblicani, di accostarsi vieppiù coll'antiguardo e col grosso della schiera ad Orbitello. Queste due squadre nella cercata terra essendo giunte tostamente, vi s'imbarcarono sulle navi napolitane che quivi le attendevano. Restava che si conducesse a salvamento il retroguardo, che era furiosamente seguitato dai Franzesi; ma non così tosto il conte col retroguardo medesimo vi entrava, che chiuse le porte sul viso al nemico, faceva le viste di volersi difendere. Si appicava intanto una pratica tra di lui e Kellermann, per la conclusione della quale fu fatto abilità al conte d'imbarcarsi con tutte le sue genti solo lasciando in mano ai Franzesi le artiglierie. Viterbo vinta ed occupata dal vincitore, pagò le pene d'aver anteposto lo Stato antico e dispotico allo Stato nuovo e tirannico. Ciò nonostante non vi furono più vendette esorbitanti, ed il giovane Kellermann vi si portò più moderatamente che i tempi non comportassero.
Riconquistata Roma ed atterriti i Napolitani, pensava Championnet ad assicurarsi ed ampliare la vittoria; ed ancorchè non avesse un esercito bastante pel numero dei soldati a conquistare il regno, tuttavia considerato il lor valore il terrore dei vincitori e la forza delle opinioni favorevoli, che da lungo tempo e largamente vi si erano sparse e che ora più potentemente operavano per la vicinanza dei Franzesi e per la sconfitta dell'esercito regio, si risolveva a tentar l'impresa. A questo fine era necessario di debellare Capua, ultimo propugnacolo di Napoli per la fortezza della città, per la profondità delle acque del Volturno e per avervi Mack adunato tutte le genti ancora forti se non per valore, almeno per numero. Adunque il generale della repubblica spartiva i suoi in due principali schiere, delle quali la sinistra governata da Macdonald, correndo pei luoghi superiori e più vicini agli Apennini doveva varcare il Garigliano ai passi del Castelluccio e di Coprano, e al tempo stesso dare facoltà alle genti di Duhesme e di Lemoine di congiungersi con lui a sforzo comune contro Capua. La seconda schiera sotto la condotta di Rey, radendo il lido, s'incamminava verso Terracina, con pensiero di acquistare, strada facendo, Gaeta per una battaglia di mano, poi comparire sotto le mura della desiderata Capua. Nè l'esito fu diverso del disegno, perchè Macdonald e Rey, superati tutti gli ostacoli, arrivavano alla designata oppugnazione sulle sponde del Volturno.
Precipitavano a gran rovina le cose del regno non essendosi mostrato in sua difesa valore nissuno, se si eccettua il caso del conte Ruggiero. Duhesme e Lemoine, ai quali andava avanti come speculatore ed apritor di strade quell'arrischiato condottiere Rusca, sui sinistri gioghi dell'Apennino insistendo, travagliavano più per gli assalti improvvisi delle popolazioni mosse a rumore ed armate d'ogni sorta d'armi, che per le battaglie delle genti regolari. Tuttavia a poco a poco prevaleva il valore regolato. Lemoine acquistava Aquila, dove trovava munizioni da bocca in abbondanza; poi si conduceva a Sulmona, con intenzione di aspettar quivi Duhesme, che più vicino correva le sponde dell'Adriatico. Grave intoppo ai disegni di Duhesme era Pescara, città che con la sua fortezza situata in luogo eminente dominava tutto il pian paese all'intorno, e la sola strada a riva il mare per la quale possono passare le artiglierie. Due mila soldati la presidiavano, ma non fecero miglior pruova dei difensori di Gaeta; perchè come prima i soldati della repubblica si mostravano sulle alture che stanno a sopraccapo al ponte di Pescara, e le altre truppe a Pianelle ed a Cività di Penna, il comandante pensò alla dedizione dando in mano dai Franzesi quel luogo tanto forte per arte e per natura, e tanto importante alla sicurezza del regno. Vi trovavano i vincitori armi e munizioni in copia. Acquistata Pescara, procedeva Duhesme a congiungersi, per la strada di Popoli, con Lemoine a Sulmona, donde, varcato il sommo giogo dell'Apennino, condussero entrambi tutta l'ala sinistra sotto le muraglie di Capua. Così non solo erano in veemente movimento le cose di Napoli, ma ancora cominciavano a precipitare a manifesta rovina.
Naselli, lasciato Livorno, perchè oltre la sconfitta dei regi, aveva udito che Serrurier con una mano di soldati della repubblica già aveva occupato Lucca e si apparecchiava ad andarlo e combattere, imbarcate le genti sulle navi apprestate, veleggiava alla volta del Garigliano.
Non erano senza fortezza i nuovi allogiamenti di Mack. Posto il campo col grosso de' suoi nella pianura di Caserta, per modo che fosse abile a difendere il passo del Volturno, aveva fatta Capua sicura con un presidio di dieci mila soldati. Tra per questi e le genti del campo, aveva ancora un novero di combattenti superiore a quello dei Franzesi, e se avesse avuto e migliori soldati o più fedeli capitani o minore capriccio in una certa squisitezza d'arte che gli faceva sempre moltiplicare i casi fortuiti con allargar troppo il campo, poteva ancor tenere la fortuna in pendente. Bene l'evento dimostrò che Capua si poteva difendere e si perdè, non per forza, ma per accordo.
Ma già i casi di Napoli diventavano più forti di tutte queste condizioni unite insieme. Il ritorno tanto subito del re, le novelle sinistre che ad ora ad ora pervenivano, l'aver perduto in più breve tempo quello che in breve tempo si era acquistato, le dedizioni tanto importanti d'Aquila, di Pescara e di Gaeta, l'avvicinarsi continuo dei nemico al cuore stesso del regno, i soldati o dispersi o fuggitivi, che per escusazione propria magnificavano le cose, l'arrivo stesso di Mack in Napoli venutovi per consultare sulle ultime speranze, rinnovando la memoria delle vittorie dei Franzesi in Italia e il terrore delle armi loro rinfrescando, avevano prodotto un grande abbattimento di animo in chi sapeva, rabbia e disperazione in chi non sapeva. Titubavano i consiglieri di Ferdinando sul partito che fosse a prendersi, alcuni propendendo ad armare il popolo, altri opinando ch'egli avesse a tostamente ritirarsi oltre il Faro. Intanto il volgo, fattesi alcune istigazioni, anche da parte del governo, si armava da sè: la città fra il terrore ed il furore aveva un aspetto molto sinistro e, come si usa in simili casi, le voci popolari già accusavano di tradimento i ministri. S'incominciava a por mano nel sangue degli avversarii o veri o supposti del governo regio, poi si trascorse in quello degli amici. Un Alessandro Ferreri, corriero per gli spacci, mandato con lettere a Nelson, che con alcuni suoi vascelli stanziava nel porto di Napoli, restò ucciso a furia di popolo sul molo; il suo cadavere sanguinoso tratto a forza sotto le finestre della reggia, fu mostrato al re, gridando orrendamente i feroci uccisori e l'invasata moltitudine che gli accompagnava: Muoiano i traditori, viva la santa fede, viva il re. Già non vi era più freno. L'orrore concetto per la fatta uccisione del corriero aveva persuaso a Ferdinando, che tralasciando anche la forza franzese che si avvicinava, non poteva più rimanersi a Napoli con dignità. S'aggiunse che Mack non confidando di poter far guerra con quei soldati, che peraltro quanto potessero valere avea dimostrato l'esempio del conte Ruggiero, consigliava un accordo.
Tutte queste considerazioni, e forse più ancora il timore di qualche congiura per opera dei novatori, essendo la rabbia loro grandissima pei sofferti supplizii, fecero prevalere la sentenza di coloro che consigliavano che il re si ritirasse in Sicilia.
MDCCIC
Anno di
Cristo
MDCCIC
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II
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