Pio
VI papa 25.

Francesco
II imperadore 8.

Fatta la deliberazione di abbandonar Napoli, si mandò tosto ad esecuzione, non senza terrore e confusione, come suole in simili accidenti. L'ultima notte dell'anno antecedente imbarcarono sulle navi inglesi e portoghesi ch'erano sorte nel porto, il mobile più prezioso dei palazzi di Caserta e di Napoli, le gioie della corona, il tesoro di San Gennaro, in cui erano meglio di venti milioni coniati ed oro ed argento vergati in quantità: a queste ricchezze si aggiunsero le singolarità più preziose di Ercolano.

Imbarcati i denari e le suppellettili, creava Ferdinando suo vicario il principe Pignatelli con facoltà amplissime, anche di conchiudere un accordo coi Franzesi, col consentire all'occupazione di Napoli, purchè la città salva ed incolume si conservasse. S'imbarcava Ferdinando la notte medesima sulla nave di Nelson con Acton, Hamilton ed i cortigiani.

Il giorno seguente, non avendo ancor salpato pei venti contrarii, sorse uno spettacolo miserabile; poichè fatte uscir prima le navi Napolitane, sì grosse che sottili, che potevano mareggiare, fece Nelson appiccare il fuoco alle altre, fra le quali campeggiava il Guiscardo grossa nave di settantaquattro cannoni. Arsero in cospetto del re che di non lontano luogo rimirava il fumo ed il fuoco che le proprie sue forze consumava. Si abbruciarono anche con disegno espresso le barche armate della costa di Posillipo ed i magazzini dell'arsenale: la rabbia civile consumava le opere egregie della pace. Fu nella città desolata dolore e terrore per la partenza della reale famiglia. Il volgo sollevato mandò deputati a pregar Ferdinando affinchè restasse, proferendo le sostanze e le vite a difesa ed a conservazione sua; ma fu negata ai deputati la presenza di lui dagl'Inglesi. Nulla più restava da trasportare e da ardere: la dolorosa flotta salpava il dì 2 gennaio, infelice per l'aspetto terribile di Napoli che ancora agli occhi dei naviganti appariva; più infelice pei venti avversi che poco dopo la percossero. Fu lungo e travaglioso il tragitto: accrebbe il dolore, la mestizia e il dolore la morte del principe Alberto, figliuolo del re, fanciullo di sette anni, che in mezzo alle furiose burrasche rendè l'ultimo spirito nel grembo stesso della già tanto addolorata madre. Finalmente le sbattute e travagliate navi afferravano Palermo: le dimostrazioni amorevoli dei Siciliani mitigarono l'amarezza concetta per l'esilio e per la fresca perdita del morto figliuolo.

La partenza del re fu in mal punto per l'infelice regno, perchè già la fortuna si mostrava più propizia alle sue armi. Erano, non senza gravi difficoltà per le popolazioni armate che loro contrastavano il passo, Duhesme e Lemoine giunti al campo sotto le mura di Capua. Intanto le popolazioni medesime crescevano di numero, di forze e di furore, e già facendo in ogni luogo suonare le armi e le grida di vendetta, niuna cosa lasciavano sicura alle spalle dei Franzesi. La rabbia loro era incredibile, e commettevano contro i repubblicani che viaggiavano alla spicciolata, atti di ferità più bestiale che inumana. Già Itri, Fondi e Sessa erano in poter dei sollevati, già San Germano si muoveva a stormo; già Teano, alloggiamento principale di Championnet, era stato assaltato e preso; già Piedimonte sul sommo giogo dell'Apennino pericolava; una massa di popoli incitatissimi s'avvicinava al Garigliano e non lasciava alcuna speranza ai repubblicani in picciol sito oramai ristretti. Mandava Championnet ad incontrar la Rey, il quale avendo combattuto più valorosamente che prosperamente, fu fatto tornare con grave perdita frettolosamente nel campo. Il prospero evento aggiunse nuova furia a quelle genti sdegnate e crudeli: spintesi avanti assaltarono il ponte che i Franzesi avevano fabbricato sul fiume, sel presero, e più oltre procedendo, nel parco di riserva rapirono le artiglierie, fracassarono i carretti, trasportarono quante munizioni da guerra poterono. Per tale guasto, le cartucce di provvisione vennero mancando ai Franzesi, già le vettovaglie mancavano, nè vi era modo di andar alla busca per pascere l'esercito, perchè i sollevati inondavano le campagne; il vigore delle menti con gli stromenti di difesa mancava. Da un altro lato, la popolosissima Napoli si muoveva, apprestandosi a correre da Garigliano in aiuto di Capua e dell'esercito che ancor la difendeva. Nè è da passarsi sotto silenzio che la virtù dei Franzesi, oltre il suono dell'armi dei sollevati, che romoreggiavano tutto all'intorno, incominciava ad indebolirsi per un'infelice pruova testè fatta contro Capua. Avendo dato Macdonald un furioso assalto alla piazza, ne era stato respinto con danno gravissimo. Ciò dava loro a temere che i soldati napolitani incominciassero ad agguerrirsi. Si aspettavano d'ora in ora alla foce del Garigliano le genti tornate da Livorno, che dando animo e forza alle turbe stormeggianti sulla destra del fiume, avrebbero fatto un pericoloso assalto a tergo dei Franzesi, mentre sboccando Mack da Capua, gli avrebbe assaliti in viso. Per la qual cosa con un esercito a fronte che si ostinava a voler difendere una città ed un passo tanto abili ad esser difesi, con gli Abruzzesi ed i Campani alle spalle, con la poderosa Napoli in cospetto, rimaneva ai Franzesi poca speranza di salute.

La debolezza del vicario Pignatelli aperse una via di scampo ai Franzesi che già incominciavano a disperarsi. S'aggiunse il poco animo di Mack. Perì Napoli per mano di coloro ai quali maggior debito pesava di difenderla. Arrivavano in quell'ora, tanto pregna di dubbio avvenire pei Franzesi, agli alloggiamenti di Championnet il principe di Milano ed il duca di Gesso, che, mandati dal vicario, venivano chiedendo un accordo. Mostrò sulle prime Championnet qualche durezza, conosciuta la timidità di chi reggeva Napoli, e volendo mostrare abilità al combattere; infine pregato da coloro che dovevano minacciare, venne ad un accordo con loro, del quale le principali condizioni furono, che si sospendessero le offese sino alla ratificazione delle due parti: se una ricusasse di ratificare, ricominciassero le offese dopo avviso anticipato di tre giorni; Capua si consegnasse in mano dei Franzesi; l'esercito di Francia occupasse il paese alla destra dei laghi napolitani sino alla foce dell'Ofanto; si serrassero i porti alle navi nemiche della repubblica; non si riconoscessero le opinioni; pagasse il re alla repubblica dieci milioni di tornesi, cinque in cinque giorni, e cinque in dieci; fossero aperte le strade ad ambe le parti pel commercio. Non piacque quest'accordo a nissuna delle parti, perchè il re negò la ratifica e mandò Pignatelli, tornato in Sicilia pel sollevamento di Napoli che or ora racconterassi, nella fortezza di Girgenti.

I Napolitani affermarono essere stata un'insidia di Acton, nemico di Pignatelli, dell'averlo messo, partendo, in quella vertigine, acciocchè vi perisse. Mostrossi il direttorio sdegnato contro Championnet come di accordo vile. Ma piacque il trattato a Championnet, perchè con quello e salvava l'esercito e si procurava abilità d'intendersela coi novatori per far del tutto sovvertir Napoli e convertirlo in repubblica. Infatti alcuni fuorusciti napolitani che aveva seco, incominciarono a tenere pratiche segrete coi loro compagni di Napoli, per modo che il generale franzese era per l'appunto informato di quanto alla giornata vi avvenisse.

Mali semi sorgevano, si aspettava la occasione. Una cagione che dipendeva dal trattato della tregua, fe' trascorrere le acque mosse, ma in verso contrario. Un Arcambal commissario franzese era andato a Napoli per levarvi il denaro pattuito; il volgo se n'accorse. S'incominciò a mormorare, poi a gridare, poi a minacciare; si trascorse finalmente agli sdegni e sorse in tutta la città fra i lazzaroni un tumulto ed un rumore incredibile. Uscivano furibondi dai nascondigli loro, correvano per le contrade e per le piazze, s'armavano a vicenda, l'un l'altro stimolando, tutti gridavano! Muoiano i traditori; viva San Gennaro, viva la santa fede, viva il re. Avidi di far sangue già facevano pruova di manomettere Arcambal; ma trovò modo di porsi in salvo. Fece Pignatelli qualche provvisione per frenare quel cieco impeto; ma il rimedio fu peggior del male, perchè il volgo, vieppiù inferocito a quel ritegno, trascorse in maggior furore chiamando a morte e Pignatelli e Mack e i soldati e tutti che governavano, accusandoli di tradimento. I lazzaroni occupavano i castelli Nuovo, Sant'Elmo e del Carmine: indi correvano all'armeria, dove prese e distribuite fra di loro le armi, s'indirizzavano ad opere maggiori. Pignatelli e Mack pensarono che quello non fosse più tempo da starsene a Napoli e fuggirono, il primo in Sicilia, il secondo all'alloggiamento di Championnet. La guardia urbana fu disarmata. Dell'esercito che da Capua consegnata ai Franzesi se ne veniva alla volta di Napoli, parte sbandatosi cercò ricovero in mezzo ai Franzesi, parte sotto il governo del duca di Salamandra, si unì alla plebe commossa gridando: Viva la patria, viva Napoli, viva il re. Fatti più arditi dal numero e dall'impeto assaltarono rabbiosamente la guardia franzese al ponte Rotto, e parte la ruppero, parte l'uccisero. Protestò Championnet per questo fatto che i Napolitani avessero rotto la tregua ed aperto l'adito alle ostilità. Fuggiti Pignatelli e Mack, una licenza senza freno dominava Napoli sconvolta. In ogni parte erano assalti, depredazioni, incendii e morti. Fulminavano i cannoni dai castelli, fulminavano ai capi delle strade. Fra le grida dei moribondi, fra le minaccie degli uccisori, si udivano cosa che ad ognuno recava maggior terrore: Viva San Gennaro, viva la santa fede. Durò gran pezza il tumulto spaventevole.

Stanco finalmente di far bottino e sangue, l'impazzato volgo avvisò di crearsi un capo che gli ordinasse e difendesse. Elessero il principe Moliterni. Prima cosa diede opera a piantar certe forche smisurate in parecchi luoghi con minaccia che impiccherebbe chiunque si muovesse senza suo ordine. Poi creava ufficiali municipali e capi del popolo, ed attendeva con manifesti e con bel comparire in pubblico a calmare quegli spiriti infieriti ed a dar qualche sesto alle cose.