Ed ecco spargersi subitamente voce, marciare i Franzesi contro Napoli, già esser giunti ad Aversa. Fu Moliterni a parlamento con Championnet nei campi d'Aversa. Riportonne che il generale di Francia non voleva udire proposta alcuna d'accordo, se prima non se gli dessero in mano i castelli e non si togliessero le armi a chi non fosse soldato. Per poco stette che non facessero Moliterni a pezzi gridandolo a furore assassino e traditore. Nè più volendo udire capo di sorta, meno ancora Moliterni, tornarono in sul saccheggiare ed in sull'uccidere più fieramente che prima. Uccisero il duca della Torre, uccisero suo fratello Clemente Filomarino, maltrattarono Zurlo già ministro delle finanze. Nè più guardavano ai forestieri che ai nazionali; trucidarono un fuoruscito tolonese; trucidarono un ufficiale di marina inglese: facevansi della barbarie gioia.

Ma Moliterni non secondava più le intenzioni del popolo, tendendo i suoi andamenti ad affidare Napoli alla presenza ed al patrocinio dei Franzesi, verisimilmente perchè credeva che quello fosse il solo modo di salute che restasse. Per arrivare a questo suo fine, aveva introdotto nel castello Sant'Elmo molti de' suoi aderenti e molti ancora che parteggiavano per la repubblica, ed inoltre, armandone quanti più gli venne fatto d'armare, gli aveva distribuiti nei luoghi più opportuni. Avvisavano Championnet e Moliterni che il vincere i lazzaroni in Napoli tanto numerosi, coraggiosi ed arabbiati sarebbe stato piuttosto impossibile che difficile. Perciò Moliterni propagava ad arte fra l'acceso volgo l'opinione ch'era necessario andar ad assaltare i Franzesi che venivano contro Napoli, con dire che il piccol numero loro sarebbe facilmente oppresso dalla sopravanzante moltitudine del popolo. Come era ordito il disegno, così riuscì l'effetto. Usciva il popolo, più impetuoso che esperto di battaglie, a combattere contro i Franzesi, che per la speranza di Sant'Elmo e di trovare in Napoli parte forte in favor loro, ordinati si avvicinavano. Si affrontarono le due parti tra Aversa e Capua; ne seguitava una mischia molto tremenda. Prevalevano i Franzesi per le armi e per l'ordine, prevalevano i Napolitani pel numero e pel furore. Durò per ben tre giorni con variati eventi la battaglia. Le artiglierie di Francia fulminando in quelle spesse squadre, vi menavano uno scempio orribile ed atterravano le file intiere. Rimettevansi i lazzaroni e più aspramente di prima menavano le mani, cercando di avvicinarsi e di venire alle strette col nemico, per fare con lui battaglia manesca. Le artiglierie li guastavano da lontano, le baionette da vicino; ma le morti non gl'intimorivano, anzi piuttosto gl'infierivano. Nei due primi giorni, ruppero parecchie volte i repubblicani, ma questi, come destri e sperimentati soldati, tosto si rannodavano. Nè la notte arrecava riposo; perchè se al chiaro più si udivano le grida de' combattenti, al buio più si udivano quelle degli straziati; e pure nè anche di notte si perdonava alle ferite ed alle morti. Ned era guerra in un sol luogo, ma guerra dappertutto e dappertutto si versava sangue o per uccisioni agglomerate fra corpi grossi o per uccisioni spicciolate fra masse vaghe ed erranti e fra guerrieri isolati. Continuavano a Napoli le carnificine, vi si aggiungeva furore a furore. Fumavano al tempo stesso le incenerite terre d'Abruzzo, del Sannio e della Campania, che la rabbia di guerra e la soldatesca rabbia avevano agli ultimi e più miserandi casi ridotte. Nuovi vesperi siciliani e nuove vendette di vesperi siciliani si agitavano. Non mai i Franzesi si trovarono ridotti a sì duro passo, nè mai con tanta valenzia sostennero un urto di guerra. Infine un fortunato consiglio fece sopravanzare i repubblicani. Championnet mandava Lemoine e Duhesme a ferire con truppe fresche, sbrigatosi testè dagl'impacci dei monti, il fianco destro dei combattenti lazzaroni, i quali, affievoliti dalla fatica e dalla strage, andarono in volta sparsi e sanguinosi riparandosi in Napoli.

Mentre nel raccontato modo si combatteva, Moliterni recatosi in mano non solamente il castello di Sant'Ermo, ma ancora quello dell'Uovo, vi aveva inalberato il vessillo tricolorato in segno di pace e di possessione verso Championnet. Ma quando i lazzaroni superstiti alla passata uccisione videro sventolare su quei due forti le odiate insegne, tosto tornarono sui furori, e di nuovo prese le armi, si accingevano a voler impedire ai Franzesi la possessione. Nè si rimasero alle minaccie, perchè impetuosamente contrastavano ai repubblicani l'ingresso. Pendeva tuttavia in bilico la fortuna, quand'ecco calare dai castelli Moliterni con le sue genti ad assaltar alle spalle coloro che lor capo lo avevano creato. Seguitava un durissimo combattimento fra i popolani ed i repubblicani, finchè questi superarono del tutto gli avversarii, cinti e bersagliati da tutte le bande. Allora i Franzesi, benchè i lazzaroni ancora in quest'ultimo frangente fortificassero le strade con isteccati e combattessero dalle case con ogni sorta d'armi, si fecero forzatamente strada fino al palazzo reale e l'occuparono. Poco poscia un'altra squadra di Franzesi, preceduti da novatori del paese, s'introdussero per forza nella contrada principale di Toledo e se ne fecero signori. Tuttavia combattevano ancora sparsamente i lazzaroni con pericolo di sacco e d'incendio; il castel del Carmine appresentava un duro intoppo a superarsi. Per risparmiare il sangue e terminar totalmente quelle moleste battaglie con altro che con armi, uomini astuti, per suggerimenti dei novatori, insinuarono ai lazzaroni che saria bene mandar a sacco il palazzo del re. A tale suono, questi uomini privi di tanti compagni uccisi, e straziati essi medesimi da tante ferite ricevute in difesa del re (cose strane ma vere) si calarono, e rinunziando alle armi, misero in preda le reali spoglie. Restava che il castello del Carmine cedesse. Si venne all'assalto, perchè il presidio non volle mai udire parole d'accordo. Ostinatamente vi si difesero; pure infine il forte cesse in poter dei repubblicani: la sanguinosa Napoli tutta era in potestà loro.

Il generale della repubblica, fatto sicuro dell'acquisto di Napoli per l'occupazione dei castelli, mandava al pubblico ch'egli frenava i suoi soldati, desiderosi di vendicare il sangue de' compagni morti nelle battaglie combattute contro gente prezzolata; che sapeva essere i Napoletani un popolo buono, e che bene nel cuor suo si doleva degli strazii sofferti da lui: però rientrassero in sè stessi, esortava, deponessero le armi in Castelnuovo e con queste conserverebbe la religione, le proprietà e le persone salve ed intatte: al tempo stesso arderebbe le case e darebbe a morte coloro che contro i Franzesi usassero le armi: se la tranquillità tornasse, dimenticherebbe il passato e restituirebbe la felicità a quelle ridenti contrade. Partorì questo manifesto l'effetto che Championnet se n'era promesso; Napoli fu ridotta in tranquillo stato, perchè tutti quietarono chi per timore dei Franzesi e chi per timore del volgo.

Ma siccome non bastava mettere in calma la metropoli, ma ancora abbisognava ordinare lo Stato, creava Championnet un governo, a cui chiamava venticinque persone, la più parte risplendenti o per dottrina, o per virtù, o per natali, o per tutte queste qualità congiunte insieme; uomini tutti sinceri d'opinione, continenti da quel d'altrui, e quanto degni di esser vissuti ai tempi antichi, tanto inabili a governar la nave dello Stato in tempi tanto tempestosi. Partironsi, secondo il solito, in congregazioni, le quali avevano la potestà esecutiva, mentre tutti insieme collegialmente uniti usavano la legislativa. Fu diviso il regno, pure secondo il solito costume servile, in undici dipartimenti. Quindi crearonsi i distretti, poscia i municipii, ogni cosa a norma delle fogge franzesi: tutto questo chiamossi repubblica Partenopea.

Ma prima di raccontar le cose del nuovo governo di Napoli fatte colle più oneste intenzioni, necessario è descrivere come Championnet, dabben uomo se non ingegnosissimo, oprò per solidare l'impresa del regno. Volendo far di Napoli altro che quello che si era fatto di Roma, intendeva non solo a fondare la nuova repubblica, ma ancora a farle sostegno non della forza, ma dell'amore. Chiamato il popolo a parlamento nella chiesa di San Lorenzo, bandiva solennemente in nome del governo franzese e della grande nazione la libertà e l'indipendenza degli Stati napoletani, rinunziava ad ogni ragione di conquista, solo si riservava la facoltà di mettere per una volta una contribuzione militare per dare a' suoi soldati i soldi corsi di sei mesi. Fu la contribuzione di settantacinque milioni compresi dieci per la sola città di Napoli e contado; taglia assai grave, ma che avrebbero i popoli portato volontieri, se non fossero al tempo stesso stati costretti a dare il vitto ed il vestito a quei medesimi soldati che già pagavano. Sapendo poi quanto importassero in quei popoli ardenti le opinioni attinenti alla religione, mandava una guardia d'onore a San Gennaro. Non ammetteva il cardinale Zurlo Capece arcivescovo di Napoli, a ciò esortato dal governo, e il faceva anche volentieri, di confortare con lettere pastorali i popoli ad obbedire alle nuove potestà. Queste cose mitigavano le opinioni contrarie e vieppiù confermavano le quiete.

Aboliva il governo i diritti feudatarii ed i fidecommessi e preparava per mezzo della congregazione legislativa la costituzione che avesse a reggere la repubblica. Fu questa costituzione opera specialmente di Mario Pagano, ed in mezzo alla imitazione servile degli ordini di Francia, vi si vedevano alcuni ordini nuovi di non poca importanza e di utilità evidente. Fuvvi principalmente l'autorità censoria commessa ad un tribunale di cinque; fuvvi anche l'eforato. Degni anche di commendazione furono gli ordini proposti per le scuole pubbliche, i quali, mutati i soggetti d'insegnamento, potrebbero utilmente accettarsi anche nelle monarchie. Queste cose trovava Mario Pagano nel suo ingegno; il resto il copiava dalla costituzione franzese, dando in tal modo a conoscere e la capacità della sua mente e la servilità dei tempi. Nè deve essere passato sotto silenzio il ragionamento che si leggeva preposto al modello della costituzione; opera in cui tutto l'acume dei greci ingegni si discopriva, atti sempre a pruovare principii astratti con astrattezze maggiori.

Le astrattezze lusingavano gli uomini, le realtà gli sdegnavano; colpa parte di Championnet, parte dei tempi. Era Championnet di natura buona, ma non aveva nervo tale che potesse frenare i suoi, già avvezzi alla licenza negli Stati romani e cisalpini: onde gl'insulti alle persone, anche ai magistrati, massime municipali, e le tolte violenti erano frequenti. I popoli si sdegnavano. A questo si aggiungevano le intemperanze dei democrati più ardenti. I baroni, come aristocrati, come li chiamavano, erano o scherniti con dileggiamenti, o provocati con ingiurie, o nelle tasse sforzate con brutti arbitrii aggravati; il che gl'inimicava, e, siccome quelli che avevano una grande dipendenza, sì per le loro ricchezze e sì per l'effetto degli ordini feudatarii, procuravano con arti e con istigazioni nemici potenti e numerosi alla nuova repubblica.

Seguitava a tutte queste un'altra peste ed era quella dei ritrovi politici, in cui giovani infiammatissimi ed invasati delle nuove opinioni si adunavano a ragionare pubblicamente di cose appartenenti allo Stato. Nè i mali prodotti in Francia da simili ritrovi li rendevano più savii, perchè con la medesima veemenza parlavano. Nè procedeva che per le immoderate cose che vi si dicevano, i popoli si alienavano. Peggio poi che non era cosa che gli energumeni, violenti in tutti i paesi, violentissimi in Napoli, non dicessero per istravagante ed eccessiva che si fosse, contro il governo proprio e contro coloro che il componevano. Il che toglieva agli uomini dello stato con la riputazione anche la potenza. Quando prevale il costume che gli uomini più eccellenti sono stimati perfidi, vili, corrotti e tirannici, solo perchè occupano le cariche dello Stato e tengono i magistrati, ogni regola diviene impossibile e lo Stato diviene preda degli ambiziosi.

Tal era la condizione del governo napolitano, che odiato dagli aristocrati, biasimato dai democrati, oppresso dai Franzesi, non aveva modo nè di riputazione nè di forza per operare, non che il bene della repubblica, alcun bene che fosse. Restava ai reggitori di Napoli un solo conforto, e quest'era la presenza di Championnet, sempre pronto, per quanto fosse in lui, a frenare la licenza de' suoi ed a secondare gli sforzi di coloro che più avevano in animo l'ordinare un buono Stato che il signoreggiarlo. Accadde che il direttorio di Francia aveva mandato a Napoli per soprantendere ai frutti della conquista, una commissione civile di cui era capo quel Faipoult già mescolato nelle rivoluzioni genovesi. Come prima ei giungeva a Napoli, stimando che quanto ai diritti di conquista ed alle esazioni Championnet fosse stato troppo indulgente, pubblicava un editto con cui dannando quanto il generale aveva fatto, affermava che niun altro magistrato che la commissione civile aveva potestà di por le tasse, e che chi le pagasse in tutt'altra cassa che in quella della commissione, male pagherebbe. Poscia, più oltre procedendo, ordinava che in proprietà di Francia erano caduti per conquista tutti i beni appartenenti alla famiglia reale, spiegando che in esso diritto cadevano non solamente quanto il re possedeva, come palazzi, ville, caccie e simili; ma ancora i beni Farnesiani che erano di proprietà privata di Ferdinando, quei dell'ordine di Malta, i costantiniani, i gesuitici, quei destinati alle pubbliche scuole, i beni stessi dei banchi, che altro non erano che un deposito dei denari dei particolari, e tutte le casse pubbliche, e fino anche i decorsi delle contribuzioni. Così da Napoli si richiedeva un gran dispendio per l'esercito e al tempo stesso gli si toglieva ogni fonte di rendite per cui potesse supplire. Sdegnossi Championnet all'ardimento del commissario e lo cacciava soldatescamente di Napoli. Era discordia tra i Franzesi, discordia fra i Napolitani: tutti venivano in dispregio: il terrore delle armi solo sosteneva lo Stato.