Trani tuttavia si teneva pei regi, nè lo sterminio d'Andria gl'intimoriva. Città con bastioni, con un forte, con otto mila difensori usi alle armi, accesi dalla rabbia civile e religiosa, pareva piuttosto atta a pigliarsi per assedio che per assalto. Ma il tempo stringeva, ed i repubblicani, sì franzesi che napolitani, erano pronti a qualunque più pericolosa fazione. Andavano dunque all'assalto di Trani. I regi, essendosi accorti del disegno, si assembrarono grossi ad aspettarli al luogo minacciato. Ardeva la battaglia e succedevano molte morti, senza frutto alcuno per l'esito del fatto, da ambe le parti. In questo mezzo tempo i difensori, tutti intenti a tener lontani dalle mura gli assalitori, indebolirono le difese di un fortino situato a riva il mare: della quale occasione prevalendosi i repubblicani, se ne impadronirono e voltarono i loro cannoni contro la città. Questo grave accidente sconcertò le difese: già i repubblicani, non senza però molto scempio loro, saliti sulle mura facevano inchinar la fortuna a loro favore. Tuttavia i regi continuavano a difendersi ostinatamente, essendo come in Andria, ogni casa ed ogni contrada fortezza. Finalmente sparso molto sangue in una pertinacissima difesa i regi abbandonavano il forte, e si davano a correre alle navi, che nel porto erano allestite per fuggire. Ma nemmeno in queste trovarono scampo; poichè i Franzesi, avendo preveduto il caso, avevano armato alcune navi che vietarono loro il passo. Alcune delle regie furono prese per assalto, altre andarono a traverso sulla spiaggia. Chi fuggiva sul lido era senza misericordia e remissione alcuna ucciso dai trionfanti repubblicani. Fu la bella città di Trani, come Andria, data al sacco ed alle fiamme: de' suoi abitatori, quelli che o portavano o potevano portar armi, mandati a fil di spada. Quietava, ma non del tutto, la Puglia per queste vittorie.
Schipani mandato a combattere i sollevati ed a sopire le cose di Calabria, non solo non vi fece frutto, ma ancora vi nocque, perchè e conflisse infelicemente ed irritò con parole ed atti repubblicani molto estremi le popolazioni, non che troppo incrudelisse, ma perchè troppo provocasse. I sollevati di questa provincia ebbero facoltà d'unirsi con le bande del cardinale Ruffo, sicchè, pochi luoghi eccettuati, le Calabrie e la terra di Bari sollevata a rumore impugnavano coll'armi in mano la recente repubblica. Nè i Franzesi potevano porvi rimedio, perchè non si fidando degli Abruzzi, nè della Campania, e nè anco della città stessa di Napoli, nè bastantemente forti di numero essendo, pensavano piuttosto a mantenersi nella capitale che a conquistare le provincie. Schipani, tentato invano le Calabrie, se ne giva a far la guerra contro i sollevati di Sarno, che più vicini a Napoli tumultuavano. Ma i popoli lo combatterono per guisa che fu costretto ad andarsene. Vi si condussero i Franzesi; saccheggiarono Lauro, poi se ne tornarono ancor essi, non vinti, ma più inviperiti i Sarnesi ed i Lauriani. Si unirono questi ai sollevati delle vicine contrade di Salerno; e di già una grandissima necessità stringeva la capitale del regno. Accresceva il pericolo l'avere gli Inglesi occupato, non senza un valoroso fatto di Francesco Caracciolo che li combattè per molte ore, le isole d'Ischia e di Procida, che per essere situate alle bocche del golfo di Napoli, ne danno la signoria a chi le tiene. Così ardeva la sollevazione contro il governo nuovo nella maggior parte del regno, s'incominciava a temere che l'impresa di Championnet fosse stata più imprudente che audace. Opere di estrema barbarie furono commesse da ambe le parti alla Fratta ed a Castelforte, perchè prima i regii poscia i repubblicani vi uccisero spietatamente ogni corpo vivente, e le cose e gli edifizii tutti distrussero ed arsero. Guerra crudelissima era questa, siccome portava la qualità dei tempi, l'indole ardentissima degli abitanti e la natura sempre estrema delle opinioni politiche e religiose. Si vedevano padri combattere contro i figliuoli, figliuoli contro i padri, fratelli contro i fratelli, e per fino mariti contro le mogli e mogli contro i mariti. Per atterrire chi atterriva, Macdonald mandava fuori, a dì 4 marzo un aspro e furioso decreto, nuovo esempio del quanto le rivoluzioni stravolgano gli uomini.
Il pericolo delle sollevazioni popolari contro i governi repubblicani instituiti in Italia e contro i Franzesi, si accresceva vieppiù dalle sommosse che, nate ora in un luogo ed ora in un altro, travagliavano lo Stato romano. Tumultuavano i popoli di Terni e dei luoghi vicini ed impedivano le strade fra Terni e Spoleto; già Rieti pericolava. Civitavecchia si era ribellata contro i nuovi signori; durò un pezzo il generale Merlin a sottometterla, ancorchè con palle infuocate la combattesse. Stroncone e Alatri parimente rumoreggiavano; Orvieto anch'esso aveva fatto mutazione ed ostinatissimamente si difendeva contro i repubblicani. L'incendio si dilatava; ogni luogo era o mosso con le armi impugnate o poco sicuro anche nella quiete.
Nonostante i pericoli che correvano, il direttorio di Francia, o non curandoli o facendo sembianza di non curarli, si era risoluto a far mutazioni nel governo di Napoli. Arrivava in Napoli Abrial, commissario del direttorio, il quale, prevalendosi dei buoni si sforzava di consolare gli uomini afflitti dai tempi tristi. Tentò riforme nelle finanze e fecene di lodevoli. Gli ordini giudiziali molto migliorava; gli ordini politici, non avendo il mandato libero, stabiliva a modo di Francia, non avuto alcun riguardo al modello della costituzione proposto dalla congregazione napolitana e di cui abbiamo di sopra parlato. Creò fra gli altri un direttorio; imitazione servile. Ma quel che l'ordine aveva in sè di cattivo, correggeva con le persone: chiamovvi Ercole d'Agnese, Ignazio Ciaia, Giuseppe Abbamonti, Giuseppe Albanesi, e Melchior Delfico, uomini tutti migliori dei tempi e di non ordinaria virtù.
Diede ancora Abrial prova notabile, tacendo le altre, dell'animo suo civile, quando Macdonald mandava i suoi soldati a ridurre agli ultimi casi Sorrento, patria di Torquato Tasso, che in quelle Sarniane e Salernitane rivoluzioni si era levata a romore contro i Franzesi; imperciocchè operò col generale che la casa dei discendenti dei poeta, quando la terra fosse presa d'assalto, salva ed intatta si conservasse. Vollero riconoscere la conservata salute, offrendo a Macdonald, perchè non sapendo di Abrial, a lui riferivano, il ritratto del Tasso dipinto dal vivo, come si credea, da Francesco Zuccaro. Il ricusava Macdonald, facendo certa la salvata stirpe dell'autore primo del benefizio, ed essa, l'immagine del porta salvatore ad Abrial offerendo, pagava con segno di gratitudine unico al mondo, un immenso benefizio. L'accettava di buon animo Abrial e molto caro se lo serbava, dolce e pietosa conquista.
Restava che i due fiori d'Italia, Lucca e Toscana, si guastassero. Entrava sul principiare del presente anno in Lucca, accompagnato da quattrocento cavalli, Serrurier: tosto pubblicava le solite lusinghe. Il fine primo ma non primario dell'invasione lucchese era il prestito di due milioni di franchi che dai Lucchesi si richiedeva pei servigi dell'esercito: poi si voleva venire alla mutazione del governo, benchè le parole suonassero in contrario. Già Lucca era serva, poichè l'antico governo stesso non poteva più pubblicare ordine alcuno se non approvato da Serrurier. Miallis succedeva a Serrurier; poi i repubblicani vi s'ingrossavano. Infine, stimolata dalla presenza loro, verso la metà di gennaio tumultuando la parte democratica, condotta da un Cotenna, addomandava l'abolizione della nobiltà e l'instituzione dello Stato popolare; non v'era modo di resistere per le insidie cittadine e forastiere.
Si restrinsero i nobili per consultare, piuttosto atterriti che deliberanti, e, cedendo al tempo, stanziarono che fosse abolita la nobiltà, che il popolo lucchese riassumesse la sovranità, che dodici deputati si eleggessero per ordinare una costituzione democratica secondo il modello di quella che reggeva Lucca prima della legge Martiniana. Furono eletti, la maggior parte nobili. I democrati pazzi non vollero udire parole italiche; però fecero accettare le forme franzesi. Nacquero adunque nella mutata Lucca, come in Francia, a Milano, a Genova, a Roma, i due consigli col direttorio. Incominciossi a dar mano a spogliar l'erario di denaro, le armerie d'armi, i granai di vettovaglie; in poco d'ora i frutti dell'antica e mirabile provvidenza lucchese furono dissipati e guasti. Quindi sorsero le parti, perchè chi voleva vivere Lucchese e chi unito alla Cisalpina. Si aggiunsero le solite tribolazioni di dover vestire, pascere alloggiare, pagare i soldati forastieri che andavano e venivano o stanziavano, ora Liguri, ora Cisalpini, ora Franzesi, con molte altre molestie, accompagnature insolenti del dominio militare. Brevemente, la fiorita ed intemerata Lucca divenne sentina di mali e ne fu desolata.
Instituitosi dal generale di Francia in Piemonte, dopo l'espulsione del re, un governo che non si saprebbe con qual nome chiamare, si conobbe tostamente che le recenti mutazioni non erano grado dei popoli. I soldati massimamente non si potevano accomodare, perchè ed erano avversi per le passate instigazioni ai soldati Franzesi, e questi in grado di vinti tenendoli, non li trattavano da compagni. Si aggiungevano le solite insolenze, che infiammavano a rabbia un popolo poco tollerante delle ingiurie. Vi era dunque in Piemonte quiete apparente e sostanza minacciosa. Grande scapito aveva patito il governo e per lo spoglio del palazzo del re, non da' Piemontesi, e per aver mandato i capi di famiglia di primaria nobiltà come ostaggi, e pei biglietti di credito, perchè prima promise di non risecarne il valore, e poi il risecava di due terzi, il che fu grave ferita a coloro che li possedevano. Sobbissava il Piemonte sì pei debiti, nè poteva bastare alle spese. S'aggiunse la voragine intollerabile dei soldi, del vestito, del cibo, delle stanze, dei passi pei soldati forastieri. Rovinava a precipizio lo Stato: in tre mesi, sebbene si estremassero le spese pei servigii piemontesi, si spesero tra in pecunia numerata ed in sostanze meglio di trentaquattro milioni. A qual fine si andasse, nissuno il sapeva: la desolazione e la solitudine erano imminenti.
Quest'erano le finanze: lo stato politico non era migliore. Già abbiamo detto in parte ciò che rendeva il governo poco accetto. Seguitava che i municipali di Torino, imitando quei di Parigi ai tempi della rivoluzione, l'emulavano e traevano con sè molto seguito. A questo erano stimolati da alcuni repubblicani franzesi, i quali si lamentavano di non aver avuto dal governo piemontese quelle ricompense che credevano esser loro dovute; del che i loro aderenti del paese aspramente si dolevano, tacciando il governo d'ingratitudine.
I musei intanto e le librerie si spogliavano rapivasi la tavola Isiaca, rapivansi i manoscritti di Pirro Ligorio e quanto si credeva poter ornare il magnifico Parigi a detrimento della scaduta Torino. In mezzo a tutto questo mandava il governo l'avvocato Rocci ed il conte Laville deputati a Parigi, perchè ringraziassero il direttorio della data libertà, il tenessero bene edificato ed esplorassero qual fosse il suo pensiero intorno alle sorti future del Piemonte.