Restavano a compirsi da Suwarow due imprese, secondo che il consigliasse il procedere dell'avversario; o di premere a destra per disgiungere i Franzesi di Italia da quei della Svizzera, o d'incalzare sulla stanca, passando il Po per impedire la congiunzione di Macdonald con Moreau. Dal canto suo Moreau, essendo ridotto il suo esercito a quindici mila combattenti, stava in dubbio a quale parte gli convenisse condursi; perchè o doveva egli pensare a tenersi accosto alle Alpi per consentire con Massena che continuava a combattere aspramente in Isvizzera, o al piegarsi sulla destra del Po per dar la mano a Macdonald. Elesse questo secondo partito. Conduceva dunque lo esercito nei contorni d'Alessandria, alloggiandolo in un sito molto forte. Per tal modo non abbandonava del tutto le pianure, e si teneva la strada aperta verso gli Apennini. Per la qual deliberazione del capitano di Francia fu necessitato Suwarow a fermare la guerra tra la destra del Po e la catena di questi monti.
Venute in mano degli alleati Peschiera, Pizzighettone ed il castello di Milano, rimanevano in favor dei Franzesi Mantova, intorno alla quale, siccome piazza di maggiore importanza, Kray si affaticava, e con Mantova tutte le fortezze del Piemonte. Ingrossati gli alleati dai corpi che avevano oppugnate le fortezze conquistate, e fatti animosi delle sollevazioni dei popoli in loro favore, si accostavano a Moreau coll'intento di cacciarlo per forza da quel forte nido in cui si era ricoverato. Passarono i confederati, massimamente Russi, il dì 11 maggio, il Po a Bassignana; ma tentata invano con dimostrazioni parziali e con romoreggiare all'intorno l'ala sinistra di Moreau, avvisarono di far pruova se, minacciando sulla destra, il potessero sforzare alla ritirata. S'ingaggiava una battaglia molto viva, dopo cui tornando intero e minaccioso Moreau nel suo sicuro alloggiamento, dimostrava ch'era ancor vivo, e che gl'infortunii presenti non gli avevano tolto nè la mente nè la fortezza d'animo.
Oramai la guerra che gli romoreggiava tutto all'intorno lo sforzava a far nuove deliberazioni. I popoli si erano levati a calca contro i repubblicani: commettevansi crudeltà, saccheggi, uccisioni. Le terre astigiane grondavano sangue, quasi in sul cospetto di Moreau. Pensava egli alla salute de' suoi: vedendo piena troppo grossa, e che non era più tempo di aspettar tempo, passando per Asti, Cherasco e Fossano, e lasciate ben guardate Alessandria e Tortona, andava a porsi alle stanze di Cuneo, per avere le strade libere verso Francia pel colle di Tenda o per la valle d'Argentera. Da Cuneo il generale della repubblica, lasciatovi un forte presidio, si conduceva, essendo oggimai stremo di gente, sul destro dorso degli Apennini
Partiti i Franzesi, ciò fu cagione che l'amministrazione del Piemonte creata da Moreau, passando per Torino, andasse a far capo in Pinerolo, perchè le valli dei Valdesi, vicine a questa città, ed abitate da popoli quieti e nemici di ogni scandalo, davano un adito sicuro a ripararsi in Francia. Per la partenza medesima dei soldati di Francia si moltiplicavano a dismisura in Piemonte le sommosse popolari. La rabbia politica, il zelo, come pretendevano, della religione, spesso ancora l'amore del sacco e gli odii privati producevano questi effetti, cui venne ad accrescere un manifesto mandato da Suwarow ai Piemontesi dalle sue stanze di Voghera, incitandogli alle armi. Atroci falli seguitavano le parole.
Frattanto Suwarow intendeva l'animo all'acquisto di Torino, perchè, essendo città capitale, si stimava che la possessione di lei, facendo risorgere l'immagine del regno, inviterebbe i popoli a tornare all'antica obbedienza. Oltre a questo, importavano agli alleati il suo sito, molto accomodato alla guerra, e la copia delle artiglierie e delle munizioni che vi si trovava ammassata. Non aveva potuto Moreau, per la debolezza delle genti che gli restavano, lasciar in Torino un presidio sufficiente, e, dalla guarnigione della città in fuori, non vi era forza che potesse preservar la città, quantunque fosse cinta di mura forti ed ordinate secondo l'arte a difesa. Arrivava Wukassovich con genti regolari e turbe paesane; faceva la chiamata. Rispondeva Fiorella volersi difendere. Principiava dai monte dei Cappuccini e dar la batteria; e non facendo frutto con le palle, provò le bombe. S'accesero alcune case vicine alla porta di Po. In questo punto la guardia urbana apriva la porta. Entrarono a furia i soldati corridori di Wukassovich: gli accompagnavano, cosa di grandissimo spavento, le turbe infami di Branda-Lucioni, famoso capo di briganti. Salvaronsi frettolosamente in cittadella i pochi soldati repubblicani che alloggiavano in città, dei quali alcuni furono presi, altri uccisi. Già Torino non era più in potere di Francia, ma non era ancora in poter d'Austria del tutto, perchè su quel primo giungere le truppe contadinesche dominavano, uccidevano, davano il sacco; ed insomma la città piena di spavento aspettava qualche gran ruina, e, se i confederati non fossero stati presti ad accorrere ed a frenare questi uomini furibondi, sarebbero forse avvenuti mali peggiori di quelli che si temevano.
Quando i tumulti che avevano conquassato il Piemonte alcun poco restarono, entrava, a guisa di trionfatore, il generalissimo Suwarow. Andava in sul giungere nella chiesa metropolitana di San Giovanni per ringraziare Iddio dell'acquistata vittoria. Intanto Fiorella, che governava la cittadella, traeva con le artiglierie; i confederati traevano contro di lui; era vicino un altro sterminio. Infine le due parti convennero, perchè altrimenti la sede del re ne andava in subbisso, che i confederati non assalterebbero la cittadella dalla parte della città, ed i Franzesi non infesterebbero la città dalla cittadella. Era Suwarow continuamente veduto e corteggiato dai nobili; i più savii consigliavano la moderazione, gli altri il rigore.
Il Russo, quantunque fosse di natura molto risentita, ed anzi acerba, massime in queste faccende di Stato, più volentieri udiva i primi che i secondi, perchè giudicava secondo la ragione, non secondo la parzialità del luogo o i desiderii di vendetta. Chiamava a sè il marchese Thaon di Sant'Andrea, e gli dava carico di riordinare i reggimenti del re; ed il marchese pubblicava un suo manifesto, e alle sue parole senza tardità i soldati si raccoglievano. Poi Suwarow, consigliandosi col marchese medesimo e con gli altri capi del governo regio, creava, per dar forma alle cose sconvolte, un governo interinale sotto nome di consiglio supremo, insino al ritorno del re.
Vedeva il consiglio che per confermare lo Stato del re, principalmente nella capitale, si rendeva necessario l'espugnare la cittadella; perchè non solamente ella era di sicurtà grande al Piemonte, ma non si giudicava nemmeno onorevole l'avere quel morso in bocca nella sede stessa della potestà suprema: laonde, acciocchè la faccenda camminasse con maggior diligenza, si offerse a far le spese dell'oppugnazione. Il dì 13 giugno principiarono i confederati a lavorare al fosso ed alla trincea della prima circonvallazione. Non mancarono gli assediati a sè medesimi nel volere impedire colle artigliere che i nemici tirassero a perfezione la trincea. Ma questi con le solite arti affaticandosi, ed aiutati con molto fervore dai contadini, che niuna fatica o pericolo ricusavano, apprestarono le batterie, e la mattina del 18 diedero mano a bersagliare la fortezza. Prodotti gravissimi danni, faceva Keim, che da Suwarow aveva avuto carico di questa oppugnazione, la intimata alla piazza. Fiorella rispondeva, volersi tuttavia difendere. Il bersaglio ricominciava più forte che per lo innanzi, e continuava sino al mezzodì del 19. La caserma, i magazzini, la casa stessa del governator Fiorella ardevano, una conserva di polvere aveva fatto scoppio; le casematte, per esservi trapelata molta acqua, non offerivano rifugio. Morti erano la maggior parte dei cannonieri; le batterie scavalcate, i parapetti distrutti; la piazza ridotta senza difese d'artiglieria. Già la seconda circonvallazione si cavava a gittata di pistola dalla strada scoperta, e gli oppugnatori la continuavano con la zappa per modo che già erano vicini a sboccare nel fosso.
Il perseverare nella difesa sarebbe stato piuttosto temerità che valore; perciò Fiorella trattò della resa. Si fermarono, il dì 20, i capitoli, pei quali si pattuì che il presidio uscisse con gli onori di guerra; che deponesse le armi; che avesse libero ritorno in Francia coi cavalli e colle bagaglie; che desse fede di non servire contro i confederati sino agli scambi; Fiorella e gli altri ufficiali maggiori fossero, come prigionieri di guerra fino agli scambi, condotti in Germania. Uscirono i vinti in numero di circa tre mila; entrarono i vincitori il dì 22. Ottenuta la cittadella, se ne giva Keim ad ingrossare sulle sponde della Bormida Suwarow, al quale la fortuna stava preparando nuove fatiche e nuovi trionfi. Fecersi in Torino molti rallegramenti civili, militari e religiosi per la riacquistata cittadella. Ne pigliarono i regi felici augurii. Mandava Suwarow pregando il re, acciocchè se ne tornasse nel regno ricuperato. Ma l'Austria, che aveva altri pensieri, attraversava questo disegno.
La guerra, che insanguinava le terre italiche, non risparmiava le greche. Ma noi non potremo dilungarci dalle cose nostre per narrare come le isole del mare Ionio ed altre terre circostanti, tolte sotto specie di amicizia dai repubblicani di Francia all'imperio dei Veneziani, venissero per forza d'armi sotto quello dei Turchi e dei Russi. Il termine fu, che dopo i fortunosi casi di questa guerra, piena di fatti altri alti e generosi, altri crudeli ed atroci, il consiglio generale di Corfù, convocato dai confederati, secondo gli ordini antichi, decretava che si ringraziasse santo Spiridione, e con annua processione si onorasse; si ringraziassero i comandanti russo e turco e l'ammiraglio d'Inghilterra Orazio Nelson; si ringraziassero Paolo I, Giorgio III, Selim III. Fu data la somma del governo non solo di Corfù, ma ancora di tutte le isole e territorii ionici, ad una delegazione di sei nobili. In tale forma si visse a Corfù finchè dai confederati fuvvi ordinato governo stabile di repubblicani sotto tutela della Porta Ottomana. A questo modo, per opera, prima dei Franzesi, poi dei confederati, fu alienato per sempre dall'imperio d'Italia all'imperio degli oltramontani o degli oltremarini il dominio del mare Ionio, che Venezia avea saputo conservare per tanti secoli contro tutte le forze dell'impero dei Turchi. Venuto Corfù in poter dei confederati, divenne ricovero sicuro a coloro, cui cacciava dall'Italia la presenza dei repubblicani. Vennervi le principesse esuli di Francia: vennervi i cardinali Braschi e Pignatelli, il principe Borghese, i marchesi Gabrielli e Massimi, il cavalier Ricci e molti altri personaggi. Le flotte russa e turca andarono ad altre fazioni nell'Adriatico e nel Mediterraneo, le quali siamo per vedere in progresso.