Come prima ebbe Moreau il governo supremo dell'esercito italico, avea applicato i suoi pensieri a far venire sul campo delle nuove battaglie le genti che sotto l'impero di Macdonald custodivano il regno di Napoli. Per la qual cosa aveva speditamente mandato a Macdonald che partisse da Napoli con tutto l'esercito, solo lasciasse presidio nei castelli, nelle piazze più forti, e con esso lui venisse prestamente a congiungersi, determinando il luogo della congiunzione dei due eserciti nei contorni di Voghera. A questo fine, volendo dar mano più presto che fosse possibile alle genti vincitrici di Napoli, e considerato che Macdonald, per essere le strade del littorale della riviera di Levante troppo difficili e da non dar passo alle artiglierie, era necessitato a camminare fra l'Apennino e la sponda destra del Po; e temendo che fosse troppo debole a sostener l'impeto dei corpi sparsi dei confederati, che prevalevano di cavalleria nelle pianure di Bologna e di Modena, avea mandato Victor con la sua schiera ad incontrarlo sui confini della Toscana e del Genovesato. Partiva Macdonald, accompagnandolo Abrial, da Napoli, lasciati presidii franzesi, sebbene deboli, nei castelli di Napoli e nelle fortezze di Gaeta, di Capua e di Pescara. Grave e difficile carico gli era addossato, ma del pari glorioso, se il portasse a felice fine. Viaggiava con molto disfavore dei paesi per cui gli era necessità di passare, perchè le popolazioni sollevate a cose nuove, stavano in armi e pronte a contrastargli il passo. Tumultuava il regno sulle sponde del Garigliano, tumultava lo Stato romano, e da Roma in fuori non v'era luogo che fosse sicuro ai Franzesi. Tumultuava la Toscana molto furiosamente, già sì pacifica e dolce. Le strade, che davano il passo da una parte all'altra degli Apennini, specialmente Pontremoli, sito di non poca importanza, erano in possessione dei collegati. Nè egli aveva cavalleria bastante a spazzare i paesi, a procacciarsi le notizie, a far vittovaglie, a difendersi dagli assalti improvvisi. Nè è dubbio che l'impresa di Macdonald non fosse delle più malagevoli ed ardue che capitano di guerra sia stato mai obbligato di fornire.

Si metteva in via, diviso il suo esercito in due parti. Marciava la destra guidata da Olivier accosto agli Apennini con l'intento di riuscire per la strada di San-Germano, Isola, Ferentino, Valmontone e Frascati, verso Roma. La sinistra, condotta da Macdonald, seguitava verso la capitale medesima dello Stato romano la strada più facile della marina. Erano con questa le più grosse artiglierie e le principali bagaglie. Fu la prima necessitata a combattere, non senza molto sangue, parecchie volte per condursi al suo destino. San-Germano si oppose con le armi; fu preso per forza e saccheggiato. Isola si persuase di poter arrestare con genti tumultuarie soldati regolari, agguerriti e bene armati: assaltarono i Franzesi, dopo di aver ricerco gl'Isolani del passo la terra: si difesero i terrazzani con tale ostinazione che un accanito combattimento durava già più di sei ore, e non se ne prevedeva il fine. All'ultimo, cacciati di casa in casa a viva forza, si ritirarono, lasciando la città in mano degli assalitori, i quali, sdegnati all'antica nimistà degl'Isolani, allo aver tratto al messo mandato avanti per trattare l'accordo del passo, e alla tanto ostinata resistenza, per cui non pochi dei loro erano stati morti, mandarono la terra a ruba ed a sangue. Quanti poterono aver nelle mani, tanti ammazzarono. Entrati nelle case, uccisi prima gli abitatori, facevano sacco. Poi si diedero in sul bere di quei vini generosi, per modo che il furore della presente ebbrezza, congiunto col furore della precedente battaglia, li fece trascorrere in opere abbominevoli. Nè più davano retta ai loro ufficiali o generali, che li volevano frenare, che alla ragione od alla umanità. Sorse la notte; era una grande oscurità, pioveva a dirotto. Gl'infuriati repubblicani, dato mano alle facelle, incesero la città, che in poco d'ora fu da sè stessa tanto disforme che non era più che un ammasso spaventevole di sangue, di fango e di ruine.

Passarono i Franzesi a Veroli senza difficoltà, passarono a Ferentino ed a Valmontone; finalmente congiuntisi entrarono il dì 16 maggio del presente anno 1799 nelle sicure stanze di Roma. Quivi Macdonald, dato animo con promesse e con discorsi, lasciate per marciare più spedito le artiglierie e gl'impedimenti più gravi, e guernite di presidii le piazze di Civitavecchia, di Ancona e di Perugia, s'incamminava alla volta di Toscana. Era in questa provincia succeduta una mutazione grandissima; eccettuati i luoghi in cui i Franzesi insistevano coi presidii, tutti gli altri si erano voltati in favor degli alleati, con gridare il nome di Ferdinando. Ma questa mutazione si era fatta con tanto tumulto, con tanto furore e con tanta ferocia, che tutt'altre cose si sarebbero aspettate dai Toscani che queste.

La sede principale della sollevazione erano Arezzo e Cortona, le quali il sito rendeva sicure. Arezzo si era con ogni miglior modo fortificata, anzi ogni edifizio era fortezza. Numerose squadre di gente venuta dal contado e variamente armata custodivano le porte, e curiosamente e diligentemente esaminavano chi entrava e chi usciva. Movevansi sospetti ad ogni tratto in mezzo a quei contadini infuriati per voci date, o a ragione o a torlo, di giacobino. Era lo stare cattivo, il viaggiare peggiore. Tuttavia questi uomini, tanto sfrenati contro i Franzesi e contro coloro che avevano o che parevano aver odore di essi, mostravansi obbedienti, al nome di Ferdinando. Erasi in mezzo a questi tumulti creato in Arezzo un magistrato supremo, in cui entravano preti, nobili e notabili; uomini nè sfrenati nè feroci, ma non potevano impedire il furore del popolo; solo s'ingegnavano di dargli regola e legge. Questa fu la mossa di Arezzo, alla quale, come quasi un antiguardo, consuonava quella di Cortona. In grave pericolo si mettevano, perchè le cose dei Franzesi erano ancora in essere, e potevano risorgere, e Macdonald pensava a passare per la Toscana. Pure Arezzo si salvò, Cortona pagò qualche fio; l'una e l'altra furono cagione che il nome di Ferdinando risorgesse in Toscana innanzi che i confederati vi arrivassero. Fu Cortona messa a dura prova da' Polacchi venuti di Perugia; ma si difese sì valorosamente, che gli assalitori se ne rimasero, avviandosi a Firenze. Venne poscia una colonna franzese molto forte, ch'era l'antiguardo di Macdonald. Cortona si arrese con patto che fossero salve le sostanze e le persone; il che fu loro osservato.

Avrebbe desiderato Macdonald, che arrivava verso il finir di maggio a Siena, sottomettere Arezzo, e gli faceva l'intimazione. Mandò contro gli Aretini un bando terribile. Ma tutto fu indarno: gli Aretini non si sbigottirono; il Franzese non si accinse a domarli, però che volea camminar veloce all'impresa. Si mosse Albiano, terra vicina al Genovesato, a sollevazione contro i Franzesi, non senza commettere i soliti atti di crudeltà. Andarono i Franzesi, saccheggiarono ed arsero la terra. Simili spaventi succedevano in altre parti della Toscana: ogni cosa sconvolta e sanguinosa. Marciava spedito al suo destino Macdonald, e perchè non avesse intoppi di ammutinamenti di truppe per mancanza dei soldi, Bertolio, che come ambasciadore di Francia reggeva a posta sua Roma, e Reinhard come commissario la Toscana, trovarono molti estremi di raccor denaro.

Erano a questo tempo le genti dei confederati molto sparse. Una grossa parte attendeva all'oppugnazione di Mantova: Klenau correva il Ferrarese ed il Bolognese; il principe Hohenzollern il Modenese; Otto stava sugli Apennini, massime a Pontremoli; Bellegarde, venuto dai Grigioni, circondava d'assedio Alessandria e Cortona; Suwarow e Keim alloggiavano in Piemonte per dar sesto al governo, per ridurre a devozione alcune valli delle Alpi, e per osservare a che fine volesse Moreau incamminare le sue operazioni, o verso Cuneo o verso la riviera di Ponente. Guerra troppo spicciolata era questa, mentre Macdonald se ne veniva intero da Napoli, e Moreau poteva tornare più grosso da Francia.

Moreau, dato voce che avesse avuto rinforzi di Francia, e che maggiori ne dovesse ricevere, essendo anche a quel tempo arrivata nel Mediterraneo una flotta franzese proveniente da Brest con qualche battaglione da sbarco, era andato a piantare i suoi alloggiamenti presso a Savona per accennare contro Suwarow in Piemonte; poi, speditamente marciando, si era condotto a Genova, verso la quale faceva concorrere le sue genti. Queste mosse apertamente indicavano in Moreau il pensiero di congiungersi con Macdonald, che già era arrivato in Toscana; nè Suwarow le poteva ignorare. Ciò nondimeno, ei se ne stava a consumarsi intorno alle fortezze ed alle montagne piemontesi. Ma non istette lungo tempo ad accorgersi che se per valore ei non era inferiore agli avversarii, gli avversarii lo avanzavano per arte. Già Victor, camminando per la riviera di Levante, appariva vicino a congiungersi con Macdonald, e già gli avvisamenti dei generali di Francia si approssimavano al loro compimento. Macdonald s'incamminava alle accordate fazioni, per le quali si prometteva l'assicurazione d'Italia. L'ala sua dritta, condotta da Montrichard, marciava contro Bologna; la sinistra si conduceva nella valle del Taro. Victor faceva il suo alloggiamento in Fornuovo. Dambrowski s'incamminava a Reggio. Macdonald si era calato col grosso dell'esercito per la valle del Panaro, e inoltrato sino al casino Brunetti a piccola distanza do Modena. Moreau dal suo lato si era ingrossato sulla Bocchetta col pensiero di correre contro Cortona ed Alessandria. Già aveva mandato, per dar la mano più verso il piano e più da vicino a Macdonald, il generale Lapoype con una schiera di Liguri a Bobbio.

Queste mosse dei capitani della repubblica fecero accorti i generali de' due imperi ch'era loro mestiero di rannodarsi con molta prestezza, a tale strettezza essendo condotte le cose, che un giorno solo d'indugio poteva aprir l'occasione di una totale vittoria ai Franzesi. Per la qual cosa Kray, che stringeva Mantova, convertita la oppugnazione in assedio, andava a porsi con dieci mila soldati a Borgoforte sulla riva del Po, rompendo tutti i ponti. Un grosso di queste genti passarono anche il Po per fare spalla a Klenau ed a Hohenzollern, ch'erano in pericolo d'essere pressati da Macdonald. Il principale sforzo del generale franzese accennava contro Hohenzollern; però Klenau se gli accostava sulla destra. Per tal modo Montrichard colla destra dei Franzesi andava a ferire Klenau, il grosso Hohenzollern, Victor con la sinistra Otto, e tutto il pondo della guerra si riduceva nei ducati di Modena e di Parma. Ma i raccontati rimedii usati dagli alleati non erano bastanti per distornare la tempesta, perchè Macdonald solo era più forte di Klenau, Hohenzollern ed Otto uniti insieme; Moreau assai più di Bellegarde.

Adunque l'importanza dell'impresa era posta nell'esercito proprio di Suwarow, che insisteva in Piemonte. Se lo vide il generalissimo di Paolo, e si mise senza indugio a correre con prestissimi passi a Piacenza, sperando di poter combattere Macdonald prima che si fosse congiunto con Moreau, e di arrivare a tempo perchè il Franzese non rompesse del tutto le schiere unite dei tre generali austriaci. Intanto fortemente già si combatteva sulle rive del Panaro. Il giorno 10 giugno succedeva un grosso affronto tra i soldati armati alla leggiera delle due parti, ed i Franzesi furono costretti a ritirarsi con grave perdita verso le montagne. Si combattè il giorno seguente con uguale ardore da ambe le parti, e la terra di Sassuolo rimase in poter dei Tedeschi. Non erano questi moti di molta importanza, e dimostravano piuttosto un ardore inestimabile di combattere in ambe le parti che un evento terminativo di battaglie. Ma il 12 giugno fece Macdonald un motivo assai più grosso per isbrigarsi da quei corpi nemici, che, sebbene meno grossi de' suoi, il molestavano e gl'impedivano il passo a' suoi disegni ulteriori. Ordiva per tal modo la forma della fazione che Hohenzollern ne venisse non solamente rotto, ma ancora impossibilitato al ritirarsi.

Fecero egregiamente i Franzesi l'opera del loro perito ed audace capitano. Fu la zuffa sostenuta con grandissimo valore dai Franzesi e dai Tedeschi, e durò molte ore; i cavalli massimamente andarono alle prese parecchie volte, e sempre se ne spiccarono laceri e sanguinosi. Le fanterie vennero replicatamente alla pruova delle baionette. La sinistra ala dei repubblicani riusciva nell'intento, perchè, cacciati i Tedeschi ed occupata la strada che dà a Reggio, s'intrometteva fra Hohenzollern e Otto. La mezza schiera medesimamente del generale tedesco, dove egli medesimo combatteva animando i suoi, fu obbligata a piegare e lasciare, fuggendo, Modena in potestà del vincitore. Sarebbe stato tutto questo corpo austriaco, secondo il disegno ordito dal generale franzese, circondato o preso se Montrichard avesse vinto sulla destra come Macdonald aveva sulla mezza e sulla sinistra. Ma Klenau, non aspettando che il nemico venisse a lui, era uscito a combattere, ed aveva rotto i repubblicani. La resistenza di Klenau fu la salute di Hohenzollern; perchè questi, trovate le strade aperte, si ritirava alla Mirandola; poi, non credendosi sicuro sulla riva sinistra del Po, venuto a San Benedetto e quivi lasciato un piccolo presidio, varcava sopra un ponte di barche a San-Nicolò per andarsene ad aspettare sulla sinistra quello che i fati portassero. Klenau, vittorioso, poi vinto per le nuove genti mandate da Macdonald contro di lui, si condusse celeremente alle sue prime stanze di Cento; poscia vieppiù dilungandosi, andò a posarsi a Vigarano della Mainerba, sito poco distante da Ferrara. Già Ferrara era piena di spavento, e Klenau vi faceva provvisioni d'armi e di munizioni, come se il nemico fosse fra breve per arrivare.