Restava a Macdonald un'impresa difficile a compirsi; quest'era di ritirarsi a salvamento in Toscana, per poter quindi per la riviera di Levante condurre le sue genti all'unione di Genova con quelle di Moreau. Ei ne venne, ciò nonostante, a capo con uguale e perizia e felicità. Ordinava a Victor che salisse per la valle del Taro, e che, varcati i sommi gioghi dello Apennino, calasse per quello della Magra nel Genovesato. Egli poi con la sinistra, ora combattendo alle terga, ora sul fianco sinistro, ed ora di fronte, e sempre animosamente e felicemente più che da vinto si potesse sperare, se ne viaggiava alla volta di Bologna per condursi di nuovo a Pistoia. Disperse le genti leggieri di Hohenzollern e di Klenau, che gli volevano contrastare il viaggio, passò per Reggio e per Rubiera, passò per Modena, che pose a grossa taglia, mandò presidii a Bologna ed al forte Urbano: poscia salendo s'internava nelle valle del Panaro ed arrivava al suo alloggiamento di Pistoia. Poco stettero Bologna ed il forte ad arrendersi ai confederati. Nè il generale franzese voleva pei disegni avvenire e per le molte sollevazioni dei popoli fermarsi in Toscana. Perlochè, chiamate a sè le guernigioni di Livorno e dell'isola d'Elba, che avevano capitolato, e poste sulle navi per a Genova le artiglierie e le bagaglie, si avviava per la strada di Lucca alla volta dei territorii Liguri, e quivi conduceva a salvamento i suoi stanchi soldati. Poi stanco egli stesso dalle fatiche e dalle ferite, se n'andava a Parigi piuttosto in sembianza di vincitore che di vinto per lo smisurato valore dimostrato. Con l'esercito di Macdonald si ritirarono ancora le genti franzesi che tenevano Firenze; tutta la Toscana tornava all'obbedienza di Ferdinando.

Il giorno medesimo, in cui Macdonald combatteva sulle rive del Tidone, Moreau scendeva con circa venticinque mila soldati dalla Bocchetta, e passando per Gavi e Novi, fatto anche sicuro dalla fortezza di Serravalle, che si trovava in potere de' suoi, se ne giva all'impresa di divertire i confederati dalle offese di Tortona, che già pericolava, essendo stata aspramente bersagliata da bombe ai giorni precedenti. Il giorno 18 assaltava gli Austriaci nel campo loro sotto Tortona, e, quantunque si difendessero da uomini forti, tuttavia, prevalendo i Franzesi in numero, furono costretti a cedere, e perdettero San Giuliano, disordinati e rotti ritirandosi oltre la Bormida.

Questa, vittoria liberava Tortona dall'assedio, e fu fatto abilità a Moreau di rinfrescarla di viveri e di munizioni. Scaramucciossi il giorno 19 ed il 20 sulle rive della Bormida. Il 21, messosi Bellegarde all'ordine, raccolte quante genti potè dal campo sotto Alessandria e da altre terre vicine, facendo stima non piccola di questo moto, nè volendo che Moreau si alloggiasse in quei luoghi, mandava Seckendorf con un grosso antiguardo ad assaltar i repubblicani sulla destra del fiume. Attaccossi Seckendorf con Grouchy a San Giuliano. Accorreva Bellegarde, accorreva Moreau. Divenne allora molto aspro il conflitto: da ambe le parti si facevano gli ultimi sforzi per uscirne con la vittoria. Alfine Grouchy, serrandosi addosso con molto impeto agli Austriaci, li rompeva e gli sforzava ad andarsene frettolosamente a cercar ricovero sulla sponda sinistra della Bormida. Quivi Moreau ebbe le novelle dei sinistri accidenti della Trebbia. Perlochè conoscendo che per allora non restava speranza di far risorgere la fortuna, e che la sola strada che gli rimanesse aperta per riparo del suo esercito era quella di ritirarlo prestamente là donde era venuto, condottosi con frettolosi passi per la strada di Novi e di Gavi a Genova, spartiva i soldati nelle stanze di Voltri, Savona, Vado e Loano. Munì Genova con un sufficiente presidio; la strada di sboccar di nuovo nelle pianure tortonesi gli rimaneva libera pei forti di Gavi e di Serravalle. Oltre a ciò aveva per maggior sicurezza ordinato un forte campo con trincee tra la Bocchetta e Serravalle che aveva raccomandato alla fede del marchese Colli, assunto al grado di generale ed a lui congiunto d'amicizia. Le altre valli dei monti Apennini, per le quali si aprono le strade delle piauure bagnate dalle acque del Po, furono anche dal generale di Francia fortificate e munite con buoni presidii.

Tale fu la ruina ed il precipizio delle cose dei Franzesi in Italia che non ancora trascorsi quattro mesi da quando la guerra aveva avuto principio in questo anno, perdute sette battaglie campali e le fortezze di Peschiera e di Pizzighettone, il castello di Milano, la cittadella di Torino, perduta tutta l'Italia da Napoli fino al Piemonte, la cadente loro fortuna altro sostegno più non aveva che i gioghi dei monti liguri ed alcune fortezze. Conoscevano gli alleati che l'impero d'Italia non si rimarrebbe in mano loro sicuro se non quando tutte quelle fortezze conquistate avessero. Ma principale pensier loro era quello dell'acquisto di Mantova e delle fortezze del Piemonte. Per la qual cosa non così Moreau si era riparato nel suo sicuro seggio di Genova, che i confederati andarono col campo alla cittadella d'Alessandria con potentissimi apparecchi, sperando per l'efficacia del batterla, ch'ella avesse presto, quantunque molto fosse forte per arte, ad essere sforzata alla dedizione.

Era dentro Alessandria un presidio di circa tre mila soldati sottomessi al generale Gardanne, soldato che, pel suo valore in queste guerre italiche, era tostamente salito dai minori gradi della milizia ai maggiori. Risolutosi egli a difendersi fino agli estremi, animava continuamente il presidio con la voce e con la mano, sopravvedeva ogni cosa, ordinava con somma diligenza quanto fosse necessario alla difesa. Dal canto suo Bellegarde niuna diligenza o fatica risparmiava per venire a capo dell'espugnazione. Aveva con sè venti mila soldati tra Austriaci e Russi, più di centotrenta pezzi d'artiglierie assai grosse, con obici e mortai in giusta proporzione. Si convenne da ambe le parti che gli alleati non molesterebbero la fortezza dal lato della città e che ella la città in nissun modo offenderebbe. Scavata ed alzata la prima trincea di circonvallazione, fece Bellegarde la chiamata a Gardanne. Rispose, essergli stato comandato che difendesse la fortezza e volerla difendere. La folgoravano con tiri spessissimi centotrentanove cannoni, quarantacinque obici, cinquantaquattro mortai. Nè se ne stava Gardanne ozioso, fulminando ancor esso con tutto il pondo delle sue artiglierie. Ma la tempesta scagliata dagli alleati fu sì grande che in poco d'ora, o per proprio colpo o per riverberazione ruppe la maggior parte dei letti delle artiglierie, sboccò le restanti, uccise non pochi cannonieri, arse una caserma ed una conserva di polvere con orribile fracasso: tacque per un tempo o debolmente trasse la piazza. Usarono gli assedianti l'accidente, e si spinsero avanti coi lavori; tentava Gardanne di impedirgli. Ciò non ostante tanto fecero che si condussero fin sotto ai bastioni. Sorgevano i segni della vicina dedizione. Già erano alzate le batterie per battere in breccia, già le scale pronte, già le artiglierie della piazza più non rispondevano. Di tanti, quattro cannoni soli si mantenevano in grado di trarre; le armi missili, oggimai consumate tutte, mancavano; un assalto al nascente giorno si preparava; una presa di soldati fortissimi trascelti a questo mortale ufficio già stavano pronti ad eseguirlo: le ruine stesse delle mura facilitavano la salita. Il resistere più lungo tempo sarebbe stato per Gardanne, non che temerità verso la fortuna, crudeltà verso i soldati; però inclinando l'animo alla concordia, chiese ed ottenne patti molto onorevoli il dì 21 luglio. Uscisse il presidio con tutti i segni d'onore che danno i vincitori ai vinti; si conducesse negli stati ereditarii e vi stesse fino agli scambi; avesse Gardanne facoltà di tornarsene in Francia sotto fede di non militare contro i confederati sino allo scambio. Fu celebrata la conquista d'Alessandria con ogni maniera di pubblica dimostrazione.

Non si era ancora acquetata l'allegrezza concetta per la conquista d'Alessandria dai collegati, ch'ebbero occasione d'un'altra maggiore prosperità per l'espugnazione di Mantova. Avea Buonaparte due anni innanzi conquistato questa fortezza piuttosto col consumarla per carestia di viveri che con lo sforzarla per oppugnazione. La domò Kray piuttosto per forza che per assedio, perciocchè si arresero i repubblicani alle armi imperiali, quando ancora avevano nelle conserve loro di che cibarsi ancora per lungo tempo; ma le mura sfasciate ed il cinto della piazza rotto li costrinsero in breve a quella risoluzione cui il fare ed il non fare tanto importava a loro ed agli alleati. Si era Kray, già fin quando Suwarow era arrivato al supremo governo dell'esercito, messo intorno a Mantova, ma non si era fatto molto avanti con le trincee, perchè non aveva forze sufficienti a circuire ed a sforzare una piazza di tanta vastità e difesa da una guernigione di dieci mila soldati. Ma quando, dopo le rotte di Macdonald, Suwarow fatto più sicuro ebbe mandato novelle genti all'assedio per forma che l'esercito di Kray ascendeva, se non passava, il novero di quaranta mila soldati, il generale tedesco, nel quale non si poteva desiderare nè maggior animo nè miglior arte, si accinse a voler fare quello che fino allora avea solamente accennato. Trovossi egli in grado di fulminare la piazza con più di seicento bocche da fuoco. Nè stette lungo tempo in dubbio circa la elezione del dove far la breccia per aprirsi l'adito dentro la piazza, se il nemico, ostinato oltre il dovere resistesse, perchè la parte di porta Pradella gli si appresentò tostamente come la più debole. Ma a volere che gli approcci si potessero fare più facilmente, si rendeva necessario per gli oppugnatori l'impadronirsi del torrione e del mulino di Ceresa. Quindi, senza starsene ad indugiare, alzarono le serrature del Paiolo; il che fu cagione che le acque del canale di questo nome, trovando uno scolo più facile, si abbassarono nelle parti superiori, e fu fatto abilità a Kray di spingersi avanti con le trincee contro la piazza. Spesseggiavano i Russi con tiri contro la cittadella, gli Austriaci contro San Giorgio. Ma la principale tempesta veniva da Osteria Alta, dai siti vicini alla strada per a Montanara, da Belfiore, da Casa Rossa, da Paiolo, da Valle e da Spanavera; quivi il generalissimo d'Austria avendo piantato le più grosse e più numerose artiglierie, per battere o per diritto o per fianco l'opera a corno di porta Pradella, i bastioni della porta medesima, il bastione di Sant'Alessio, con le fortificazioni dell'isola del Te e del Migliaretto.

Mentre con tanto fracasso e con sì viva tempesta fulminava Kray la parte più debole della piazza, tempesta alla quale gagliardamente anche rispondevano gli assediati, intendeva ad approssimarsi con le trincee all'opera a corno di porta Pradella. Un numero grande di guastatori, di zappatori e di palaiuoli insistevano a scavare e ad ammontar terra. In breve tempo compirono, quantunque gli assediati facessero ogni sforzo per isturbarli, la prima parallela: poi con gli approcci o con le traverse avvicinandosi, piantarono sei batterie. Già i confederati erano arrivati a compire la seconda parallela, e da questa con maggior furore scagliavano nella piazza il giorno palle, la notte bombe: era infinito il terrore della città. Molti assalti e molti vantaggi diedero indi abilità al corpo principale degli assedianti d'avvicinarsi del tutto all'opera a corno, dove sull'orlo stesso dello spalto gli Austriaci scavarono ed alzarono la loro terza circondazione. Non potendo più resistere, i Franzesi se ne ritirarono. Accortisi gl'imperiali dell'accidente, entrarono, vi si alloggiarono e voltando dal bastione acquistato, come da luogo più vicino, l'artiglierie contro la porta Pradella, se alcuna cosa ancora vi era rimasta intera, questa disfecero e rovinarono: già battevano in breccia. La tempesta continuava da ogni lato: più di dieci mila o palle o bombe si lanciavano ogni giorno contro la straziata Mantova; non si era mai per lo innanzi veduta una oppugnazione tanto vigorosa e tanto violenta.

Tuttavia la guernigione, benchè assottigliata dalle stragi, indebolita dalle malattie, consunta dalle fatiche, ridotta a poco più di quattro mila abili alla battaglia, certo a gran pezza non più pari a tanta bisogna, tuttavia non pensava ancora a chiedere i patti e perseverava nelle difese, quando di tanto strazio increbbe a Kray. Mandava dentro il colonnello Orlandini, offerendo patti d'accordo onorevoli, e certificando a Latour-Foissac, comandante della piazza, la sconfitta delle genti franzesi sulla Trebbia e l'essersi Moreau del tutto ritirato per ultimo ricovero oltre i gioghi dell'Apennino. Adunò Latour-Foissac una dieta militare: tutti convennero in questo, che fosse necessità pel presidio di dare la piazza. Fu fermato l'accordo a' 28 di luglio; i capitoli di maggior momento furono i seguenti: onoratissimamente ad uso di guerra uscisse la guernigione; avessero i gregari facoltà di tornarsene in Francia sotto fede sino agli scambi: il comandante e gli ufficiali, soggiornato tre mesi negli Stati ereditarii, avessero facoltà di tornare nei paesi loro; i Cisalpini, Svizzeri, Piemontesi e Polacchi avessero come Franzesi a stimarsi, e come tali fossero trattati; avessero i Tedeschi cura degli ammalati e dei feriti; dessersi tre carri coperti al generale, due agli ufficiali; perdonerebbesi la vita ai disertori austriaci.

Entrarono i confederati il dì 29 nella lacerata Mantova, e per questa espugnazione fu dimostrato al mondo che per viva forza si può espugnare in pochi giorni. Trovarono più di seicento bocche da fuoco, altre armi in abbondanza, magazzini ancor pieni di vettovaglia. Successe tosto alla dedizione di Mantova quella di Serravalle.

Le rotte d'Italia e la presa di tante fortezze, massimamente quella di Mantova, avevano maravigliosamente sollevato gli animi in Francia, nè potevano restar capaci, siccome quelli che ancora avevano la memoria fresca di tante vittorie, del come soldati sì sovente ed in tanti segnalati fatti superati dai repubblicani fossero adesso e tutto ad un tratto divenuti sì forti, che avessero a venir a buon fine di qualunque fazione che tentassero contro Francia. Chi accusava l'oro corrompitore, chi i tradimenti per opinione. Si accusava Scherer, si accusava Latour-Foissac, si accusava Fiorella, si accusava Becaud, comandante che era stato del castello di Milano; nè trovava animi meglio inclinati verso di lui il valoroso Gardanne. Se non si dava carico di tradimento a Moreau, gli si dava quello dell'amministrare la guerra non con quella vigorìa che era richiesta alla repubblica. Gli ambiziosi accagionavano il direttorio delle calamità presenti e facevano ogni opera per espugnarlo, e insomma tanto si travagliarono con le parole e con gli scritti, e col subornare e col sobillare, che tre quinqueviri furono cambiati, surrogati nei seggi loro tre altri. Stettero contenti i zelatori alcuni giorni, forse un mese; poi ricominciarono a gridare contro i surrogati più fortemente di prima. Ma intanto, su quei primi calori dei nuovi quinqueviri sorsero nuove speranze; chè applicarono l'animo a riscaldare l'affezione della repubblica, l'amore del nome franzese, la ricordanza dei gloriosi fatti. Per tal modo diveniva, ogni giorno più la materia ben disposta; delle quali favorevoli inclinazioni valendosi, mandavano alle frontiere in Isvizzera, in Savoia, nel Delfinato, nelle Alpi Marittime, nella Liguria, quante genti regolari poteano risparmiare dei presidii interni. Poi per procurar nuove radici alle genti veterane, ordinavano nuove leve in ogni parte. I soldati nuovi marciavano volontieri, perchè le sconfitte recenti e le vittorie passate, con la necessità di mantener illibato il nome franzese, con accesi colori si rappresentavano dalle gazzette, dagli oratori, dai magistrati: poi le bellezze d'Italia maestrevolmente anche si dipingevano.