Questi tentativi su quegli animi pronti efficacemente operavano, e già Francia si moveva confidente contro la lega europea. Pensiero era di assaltare al tempo stesso e Svizzera e Piemonte e Italia. A tanta mole erano richiesti capitani valorosi e di gran fama. Già nella Svizzera Massena animosamente combatteva contro l'arciduca Carlo. Restava che agli eserciti che dovevano far impeto contro il Piemonte e contro l'Italia venissero preposti generali di nome, accetti ai soldati, accetti agl'Italiani. Championnet e Joubert più di tutti maggiormente lodavansi di queste condizioni. Furono eletti.

De' due eserciti che il direttorio aveva intenzione di mandare contro gli alleati in Italia, il primo, governato da Championnet, aveva carico di minacciar il Piemonte superiore e preservare le fortezze di Cuneo e Fenestrelle: il secondo più grosso doveva accennare, per le strade massimamente del Cairo e della Bocchetta, verso il Piemonte inferiore, con intento di liberar Tortona dall'assedio e di combattere su quel fianco gli alleati, donde poteva, se la fortuna si mostrasse favorevole, facilmente aprirsi il cammino sino a Milano. Era intenzione che questi due eserciti in uno e medesimo tempo calassero verso i luoghi a cui erano per volgersi; ma Championnet non aveva ancora messo insieme tante genti che fossero abbastanza a così grave bisogno, e quelle che aveva raccolto, la maggior parte soldati nuovi essendo, ignoravano l'arte ed il romore della guerra. Perlochè non poteva sperare di essere in grado di dar principio così presto, come sarebbe stato necessario, alle armi. Da un'altra parte Joubert aveva l'esercito pronto e capace di combattere; erano in lui i forti veterani di Moreau e di Macdonald, con altri reggimenti usi alla guerra della Vandea, stati trasportati dalla flotta di Brest nel Mediterraneo. Arrivava questo esercito a quaranta mila soldati, agguerriti uomini ed infiammatissimi nel voler vincere. Nè mancavano i sussidii necessarii, perchè abbondavano di artiglierie e munizioni; solo desideravano un maggior nervo di cavalleria. Temevano che Tortona, che dopo la perdita di Alessandria era il solo forte che potesse facilitare la strada ai repubblicani per Milano, non venisse in poter dei confederati, che con forti assalti la straziavano. Per la qual cosa, sebbene Championnet non potesse ancora concorrere alla fazione, Joubert si era deliberato a mostrarsi alle falde degli Apennini verso Tortona per combattere in battaglia campale il nemico, e, se ciò non gli venisse fatto, sperava almeno che la fortuna gli aprirebbe qualche occasione per soccorrere Tortona. Già era arrivato al campo. Trovatosi con Moreau, che se ne dovea partire per andare al governo della guerra del Reno: «Generale, gli disse, io vengo generalissimo di questo esercito, ed ecco che il primo uso ch'io voglio fare della mia autorità, quest'è di comandarvi che restiate con noi, e che governiate le genti come supremo duce voi medesimo: ciò mi fia caro oltremodo. Sarommi il primo ad obbedirvi e ad adoprarmi qual vostro primo aiutante.» Tant'era la venerazione che il giovane generale aveva per l'anziano, e tanta la temperanza del suo animo. Ciò fu cagione che Moreau restasse ed aiutasse col suo consiglio il compagno negli accidenti sì ponderosi che si preparavano. Le genti venute da Napoli con Macdonald e l'antico esercito di Moreau si calavano la maggior parte per la Bocchetta; le venute frescamente da Francia s'incamminavano per Dego e Spigno verso Aqui. Bellegarde fece qualche resistenza per quelle erte rupi; ma si ritirò, prima dai più alti luoghi per forza, poi dai più bassi per ordine di Suwarow, che, prevalendo di cavalleria, voleva aspettare i repubblicani al piano. Entrarono questi in Aqui: il mandarono a sacco per vendetta di compagni uccisi dai sollevati, quando Victor si ritirava ai monti liguri.

Quando l'ala sinistra dei Franzesi, di cui abbiam favellato, e che era governata dal generale Perignon, col quale militavano Grouchy, Lemoine e Colli, fu arrivata a lato e sulla fronte della mezzana e della destra, ordinava Joubert il suo esercito ed il disponeva agli ulteriori disegni. La mezzana obbediva a Joubert; la destra era commessa al valore del generale Saint Cyr, che aveva con sè Vatrin, Laboissiere e Dambrowski. Questa ultima scesa dalla Bocchetta arrivava per Voltaggio e Gavi sino a Novi, donde cacciava gli Austriaci. Faceva intanto una fazione contro Serravalle per mezzo del generale polacco, il quale occupò la città, ma non potè entrar nel forte. La mezzana alloggiava sulla strada che da Genova porta ad Alessandria per Ovada nella valle d'Orba, spingendosi oltre insino a Capriata. La sinistra aveva le sue stanze verso Basalazzo. Così l'oste di Francia, nella quale si noveravano circa quaranta mila soldati, si distendeva dalla Bormida sin oltre alla Scrivia, signoreggiando le tre valli della Bormida, dell'Erro ed Orba, del Lemmo e Scrivia. Nè contento Joubert alla fortezza naturale di quei luoghi erti e montuosi, con trincee, con fossi e con batterie di cannoni, piantate nei siti più acconci alle difese, gli affortificava. Per tal modo i Franzesi sovrastavano dai monti alla sottoposta pianura.

Aveva dalla parte sua Suwarow ordinato le genti per forma che l'ala sua dritta, composta massimamente di quei Tedeschi che Kray aveva condotto dal campo di Mantova dopo la resa della piazza, e da lui medesimo governata, si distendeva nei campi vicini a Fresonara: la mezzana, a cui soprantendeva il generalissimo col generale Derfelden, e quasi tutta consisteva in soldati russi, alloggiava in Pozzuolo all'incontro di Novi. Finalmente la sinistra, in cui era il nervo dei granatieri austriaci e si trovava retta da Melas, stanziava a Rivalta, col fine di fare che i repubblicani non gli potessero impedire la ricuperazione di Tortona, e di combattere d'accordo coi compagni, se d'uopo ne fosse: erano nel novero di circa settanta mila soldati. Apparivano l'uno all'altro molto vicini i due eserciti nemici, nè la battaglia poteva differirsi, battaglia ardentemente desiderata da Joubert sì per ardimento proprio, sì per comandamento del direttorio, che volea che non si stesse ad indugiare, per far inclinar del tutto le sorti dall'un de' lati in quell'aspra guerra. Ma in una dieta convocata a posta pullulò grande varietà di opinioni. Una parte, alla testa dei quali era il generalissimo, voleano dar dentro immediatamente e menare le mani; l'altra conchiudeva i suoi ragionamenti sostenendo che miglior partito era l'aspettar il nemico ne' proprii alloggiamenti, che l'andarlo ad assaltare ne' suoi. Prevalse nel consiglio questa sentenza: raffrenava Joubert i suoi spiriti, e si riduceva, quantunque mal volentieri, a questa deliberazione, di aspettare che il nemico venisse a tentarlo negli apprestati alloggiamenti.

Variavano anche molto gli animi fra gli alleati intorno a quello che loro convenisse di fare. I generali austriaci, non soliti a commettersi all'arbitrio della fortuna, dissuadevano la battaglia. Ma le loro buone ragioni non furono capaci a Suwarow, che si consigliava piuttosto con l'ardire che con la prudenza, e che per le vittorie dell'Adda e della Trebbia era venuto in grandissima confidenza di sè medesimo: opinava perciò diversamente, nè poteva pazientemente udire che si fuggisse il combattere, e che il vincere fosse posto in dubbio e differito. Molte ragioni adduceva egli e conchiudeva doversi per onore, per debito, per sicurezza, dar dentro ed affrontare senza indugio l'inimico; perchè il tempo dava forza ai repubblicani, e qualche improvvisa fazione avrebbe soccorso Tortona.

A tali parole di quel vecchio risolato, vittorioso, nudrito nelle armi e negli esercizii della guerra, s'acquetarono i generali austriaci, e fu deliberata quella battaglia, in cui si contenevano tutte le sorti future dell'Italia. Appena era sorto il giorno 15 agosto, che i confederati givano all'assalto. Kray fu il primo a ingaggiar la battaglia con l'ala dei Franzesi, in cui il generalissimo della repubblica si trovava. Fu l'urto gagliardo, nè meno gagliardo il riurto. Molto sangue già si era fatto di lontano in questo primo congresso fra le truppe leggieri, molto sangue si faceva per conflitto delle genti più grosse; piegavano i soldati corridori di Francia. Joubert sotto speranza di rimetterli, si spingeva innanzi con le fanterie, gridando con la voce ed accennando col braccio, avanti, avanti. Quivi una palla mandata, dicesi, da un esperto cacciatore tirolese venne a por fine con una onorevole morte ad una delle vite più onorevoli che sieno state mai, ed a troncare le speranze degli amatori dell'indipendenza italiana. Fu percosso Joubert in mezzo del cuore, e senza poter mettere altra voce se ne morì. Recavasi Moreau in mano il governo dell'esercito. Non isbigottiva il funesto caso i Franzesi, che già si trovavano sul fervor della battaglia; che anzi, aggiungendo a valore furore e desiderio di vendetta, fecero pruove stupende e per sempre memorabili. Sforzavasi Kray, con cui militava anche Bellegarde, parecchie volte affrontando valorosissimamente il nemico, di sloggiarlo; ma sempre fu con perdita gravissima di morti e di feriti rincacciato: pareva disperata da questa parte la fortuna degli alleati. Nè con migliore augurio combattevano sul mezzo. Aveva Suwarow mandato Bagrazione ad attaccar di fronte i Franzesi nel loro alloggiamento di Novi; ma si sforzò invano il principe, costretto anzi a tornarsene indietro sanguinoso e vinto. Mandava Suwarow, che pure la voleva spuntare, invece del generale respinto, ad assaltar una seconda volta Novi con una più grossa schiera Derfelden accompagnato da Miloradowic; ma quantunque l'uno e l'altro virilmente si adoperassero, non poterono venir a capo dell'impresa loro, e furono, come il primo ferocissimamente ributtati, tanta era la fortezza degli alloggiamenti franzesi, e tanto il valore che i difensori mostrarono in questa ostinata battaglia. Al primo sparare delle artiglierie e dell'archibuseria di Francia, andarono a terra o morti o rotti più di mille soldati di Russia.

Ma Suwarow non era uomo da sgomentarsi per quell'atroce accidente, ed anche pensava ch'egli solo era stato pertinace a voler la battaglia. Si faceva egli medesimo innanzi da Rivalta con tutta la squadra di riscossa, avventandosi contro il conteso Novi. S'attaccò di nuovo la battaglia tra Russi e Franzesi più furiosa di prima: il coraggio era uguale da ambe le parti, la strage maggiore da quella dei Russi, perchè i Franzesi combattevano da luoghi più sicuri, i Russi all'aperto. Tuttavia si spinsero avanti con tanto singolare intrepidezza, che, puntando con le baionette, costrinsero a piegare una legione repubblicana. Ma accorsi i compagni, e rifatto, siccome quelli che erano esperti ed usi a simili casi, tostamente il pieno, rincacciarono i Russi, che da questa animosa fazione non ritrassero altro che ferite e morti. Animava Suwarow anche con pericolo della vita, in sì fitto bersaglio, i soldati, e nuovamente mandava alla carica gli squadroni ordinati e stabiliti. Ma non per questo cedevano i Franzesi; che anzi tanto più fieramente si difendevano quanto più fieramente erano assaltati. Melas intanto, con la sua sinistra schiera spintosi avanti, era venuto alle mani col nemico. Ma i repubblicani pur sempre prevalevano, nè muro tanto fu saldo mai in niuna battaglia, quanto i petti dei Franzesi in questa. Il generalissimo di Russia dal canto suo, quanto più duro incontro trovava, tanto più si ostinava a volerlo superare. Ordinava a Kray, a Bellegarde, a Derfelden, a Rosemberg, a Bagrazione, a Miloradowich, a Melas, raunassero le schiere, e sì di nuovo a fronti basse percuotessero l'inimico. Il percossero; furono con orribile macello ributtati e voltati in fuga manifesta. Già da più di otto ore si combatteva; la fronte dell'esercito di Francia tuttavia si conservava intera; gl'imperiali, se non rotti del tutto, certo disordinati ed in volta. Già si vedeva che la forza, la quale sola aveva voluto usare Suwarow, non aveva bastato a smuovere i repubblicani dai loro alloggiamenti. I confederati cominciavano a starne con molta dubitazione; già i Russi, fuggendo da quella terribile tempesta, traevano con sè, quantunque quel vecchio robusto ed ostinato fieramente contrastasse, il generalissimo loro.

I generali austriaci intanto, dei quali questo accidente perturbava molto gli animi, e per cui quel conflitto era di estrema importanza pei dominii del loro signore, si studiavano a trovare qualche modo, poichè dove la forza non vale, vi abbisogna l'arte onde rinfrancare la fortuna afflitta. Ebbe in questo pericoloso punto Melas un fortunato pensiero che comprovò ch'egli era non solo d'animo invitto a non lasciarsi sgomentare in mezzo a tanto fracasso ed a tante morti, ma ancora di mente serena e di perfetto giudizio. Secondollo volentieri Suwarow, sperando che per arte altrui si salverebbe quello che o per eccessiva imprudenza o per eccessivo coraggio aveva egli perduto. Fece Melas avviso che non fosse impossibile di circuire l'ala destra dei repubblicani, e di riuscir loro alle spalle, al che dava facilità la possessione di Serravalle. Per la qual cosa, volendo mandare ad effetto questo intento, lasciata solamente la prima fronte de' suoi a combattere contro i repubblicani, tirò indietro le altre squadre, alle quali ne aggiunse alcune altre testè arrivate da Rivalta. Fatto un grosso di tutte queste genti, erano otto battaglioni di granatieri, sei battaglioni di fanti, gli uni e gli altri austriaci, sollecitamente marciava sulla sinistra sponda della Scrivia ascendendo. Liberò d'assedio Serravalle; occupò Arquata. Perchè poi in mezzo a quella confusione di battaglia non si aprisse l'occasione al nemico, che già il tentava, di far correre una picciola squadra sulla destra del fiume sino a Tortona, comandava al conte Nobili che se ne andasse a Stazzano con una sufficiente squadra, e frenasse i Franzesi. Già era Melas giunto tra Serravalle e Novi, quando divideva i suoi in tre colonne, la prima con Froelich e Lusignano, perchè assaltasse la punta dell'ala destra dei Franzesi, la seconda, condotta da Laudon, che si sforzasse di spuntare e di circuire quella estremità medesima dell'esercito repubblicano; la terza, governata dal principe di Lichtenstein, che girasse più alla larga, arrivasse alle spalle dei Franzesi e troncasse loro la strada da Novi a Gavi. Intanto Suwarow, rannodate alla meglio le sue truppe disordinate, rinfrescava la battaglia. Lusignano, ferito di palla e di taglio, fu fatto prigione; tutta la colonna di Froelich pericolava; ma accorreva Laudon e recavasi in mano la vittoria. Nè potè Moreau, quantunque molto vi si affaticasse, riordinare i suoi a sostenere l'impressione dell'inimico. Questo fu il momento ed il combattimento decisivo della giornata. Piegarono sempre più i Franzesi; gli Austriaci, perseguitandoli, gli scacciarono, sebbene non senza grave strage dal canto loro, dal forte alloggiamento che avevano sulle alture dietro e a fianco di Novi. I fuggiaschi vi si ripararono: ma assaltata al tempo stesso questa città dai Russi, fu da loro presa di viva forza a colpi di cannone che atterrarono le porte. I vincitori vi commisero molta e crudele uccisione, facendo man bassa ugualmente su chi si arrendeva e su chi non si arrendeva. Mentre così Melas vinceva con la sua prima e seconda colonna, e vincendo apriva anche il varco della vittoria a Suwarow, la sua terza, giunta sui gioghi di Monterosso, era riuscita sulla strada che da Novi porta a Gavi, e per tal modo aveva tagliato ai repubblicani la strada del potersi ritirare per la Bocchetta. Già era, quando queste cose succedevano, il giorno trascorso fino alle sei della sera, e, per conseguente, durava lo stupendo combattere già più da dieci ore. Vinta l'ala destra ed il centro dei repubblicani, non restava più per essi alcun modo di ristorare la fortuna della giornata; però fece Moreau andar attorno i suoni della ritirata. In questa guisa, per una ordinazione maestrevole del generale austriaco, fu tolta ai Franzesi la vittoria, che già tenevano in mano, di una lunga, grave, ostinata e terminativa battaglia.

Tagliato il ritorno per Gavi, furono costretti i Franzesi a ritirarsi per la strada meno facile di Ovada. Marciavano prima ordinatamente; un accidente inopinato cambiò subitamente l'ordine in disordine, la ritirata in fuga. Fecero i generali Perignon, Grouchy, Colli, Partonneaux quanto per valorosi soldati si poteva per rannodare le genti loro sconvolte e spaventate, ma furono le loro fatiche sparse indarno. Pieni di spavento, ed incapaci di udire qual comandamento che si fosse, fuggivano a tutta corsa i repubblicani a destra, a stanca, e dove più il terrore che il consiglio li portava. Furono i generali suddetti feriti gravemente di arma bianca, e tutti fatti prigionieri. I gregarii, che per la fuga non si poterono salvare, furono per la rabbia concetta nella battaglia, e per comandamento di Suwarow, tutti uccisi inesorabilmente dai Russi: orribile macello da aggiungersi a quello di Novi!

Finalmente i repubblicani giunsero a salvamento ai sicuri ricetti delle montagne genovesi. Niun campo di battaglia fu mai tanto spaventoso quanto questo pel sangue sparso, per le membra lacerate, pei cadaveri accumulati. Ne fu l'aria infetta; orribile tanfo durò molta pezza: spaventevoli terre fra Alessandria, Tortona e Novi, prima infami per gli assassinii, poscia contaminate dalle battaglie.