I repubblicani intanto s'imbarcavano. Due navi portatrici di quei di Castellamare, avendo avuto facoltà di uscire, già erano arrivati a salvamento nel porto di Marsiglia; le altre aspettavano la facoltà medesima e i venti prosperi. In questo punto ecco arrivare Nelson: aveva egli udito, essere la flotta franzese ricoverata ne' suoi porti; trovandosi per questo esente da timore, passato prima per Palermo, e levatone il re, il ministro Acton, Hamilton, ambasciatore d'Inghilterra, ed Emma Liona, sua donna, avea voltate le vele verso i lidi d'Italia. Non così tosto dalla sanguinosa Napoli si scoprirono le navi d'Inghilterra, che il cardinale mandava a Nelson deputati per informarlo delle cose fatte e dei patti stipulati. Rispose l'ammiraglio, non doversi il trattato concluso coi ribelli mandare ad esecuzione, se prima il re non lo avesse approvato, risposta veramente incomportabile per mille ragioni. Di tale risoluzione fu molto dolente il cardinale, che non voleva essere distruggitore delle sue promesse, e per fare che la fede data si osservasse, andò egli medesimo a bordo della nave dell'ammiraglio, con efficacissime parole esortandolo a consentire; ma l'Inglese, come se temesse che l'umanità e la fede contaminassero le vittorie, non si lasciò piegare; anzi non potendo rispondere agli argomenti ed alla facondia del cardinale, scusandosi con dire che non sapeva la lingua italiana, prese la penna e scrisse da vittorioso la crudele sentenza. E perchè ognuno sappia il quanto di vituperio sia stato mescolato in queste sanguinose rivolture, non si vuol omettere di dire che Emma Liona era presente quando Nelson contrastava al cardinale e ordinava le uccisioni. Nelson, trapassando dal detto al fatto, ed entrando nel porto con la flotta, dichiarava prigionieri i repubblicani usciti in virtù della capitolazione dai castelli, sì quelli che già si erano imbarcati e non ancora partiti, e sì quelli che non peranco si erano riparati alle navi. Perchè poi dubbio alcuno non potessero avere del destino che gli aspettava, li fece incatenare due a due e riporre in fondo alle navi. Nè contento di tenerli, li lasciava bersaglio ad ogni oltraggio, e stremava loro i viveri. Pure noveravansi tra di loro uomini, se si eccettuano le opinioni ed i fatti politici, in cui consisteva la colpa loro, molto ragguardevoli per dottrina, per linguaggio e per virtù. Bastava bene ammazzarli, senza trattarli come vili assassini di strada. A tanto di barbarie si è lasciato trasportare un ammiraglio d'Inghilterra. Il re, che era sul vascello inglese il Fulminante, non soffrendogli l'animo di vedere i supplizii che si preparavano, se tornava in Sicilia. Rimase il campo libero a chi voleva sangue.

Conquistati i castelli di Castel Nuovo e di Castel dell'Uovo, attesero gli alleati all'acquisto di Sant'Elmo, il quale, oppugnato gagliardamente qualche giorno, venne in mano loro, essendosi il comandante Mejean arreso a patti. Stipulossi fra le due parti che la guernigione franzese sarebbe prigioniera di guerra del re e de' suoi alleati; che non servisse contro di loro finchè non fosse scambiata; che sotto fede si conducesse sopra bastimenti regi in Francia. Quanto ai sudditi del re che si trovavano nel forte, si convenne che si consegnassero in mano degli alleati: brutto sfregio alla fama di Mejean che doveva lasciare che gli alleati quegli uomini da immolarsi si prendessero da per sè stessi, non obbligarsi col suo nome sottoscritto a consegnarli. Si aggiunse a patti crudeli una esecuzione più crudele. I repubblicani, travestiti a modo di soldati franzesi, per istare alla fortuna, se non fossero riconosciuti di salvarsi, essendo riconosciuti, ed anzi indicati da chi li doveva preservare, vennero in poter di coloro che tanto agognavano il sangue loro; spettacolo miserabile che commosse a compassione molti degl'inimici.

Si arrendevano in questo all'armi regie Capua e Gaeta, non fatta difesa alcuna d'importanza. Così tutto il regno tornò all'antica divozione, ma rotto, sanguinoso, pieno d'incendii, di rapine, di sdegni e di vendette. Incominciavansi i supplizi, l'infuriata plebe imitava; l'uccidere per tribunali era accompagnato dall'uccidere per anarchia. Non ad età si perdonava, non a sesso, non a grado. Un Fiori, un Guidobaldi, un Damiani, un Sambuci, e massimamente uno Speciale, già stato ordinatore dei supplizii di Procida, erano gli strumenti della barbarie.

Mario Pagano, al quale tutta la generazione riguardava con amore e con rispetto, fu mandato al patibolo dei primi: era visto innocente, visto desideroso di bene; nè filosofo più acuto, nè filantropo più benevolo di lui mai si pose a voler migliorare questa umana razza e consolar la terra. Errò, ma per illusione, ed il suo onorato capo fu mostrato in cima agl'infami legni, sede solo dovuta ai capi di gente scellerata ed assassina. Non fece segno di timore, non fe' segno di odio. Morì qual era vissuto, placido, innocente e puro. Il piansero da un estremo all'altro d'Italia con amare lagrime i suoi discepoli, che come maestro e padre, e più ancora come padre che come maestro il rimiravano. Il piansero con pari affetto tutti coloro che credono che lo sforzarsi di felicitare l'umanità è merito, e lo straziarla delitto. Non si potrà dir peggio dell'età nostra di questo che un Mario Pagano sia morto sulle forche. Domenico Cirillo, medico e naturalista, il cui nome suonava onoratamente in tutta l'Europa, non isfuggì il destino di tempi tanto sinistri. Se gli offerse la grazia, purchè la domandasse, non perchè virtuoso, dotto e da tutto il mondo onorato fosse, ma perchè aveva servito della sua arte Nelson ed Emma Liona. Rispose sdegnato, non volere domandar grazia, e poichè i suoi fratelli morivano, voler morire ancor esso; nè desiderio alcuno portar con sè di un mondo che andava a seconda degli adulteri, dei fedifragi, dei perversi. La costanza medesima che mostrò coi detti mostrò coi fatti; perì per mano del carnefice, ma perì immacolato e sereno. Francesco Conforti, per dottrina nelle scienze morali e canoniche a nissuno secondo, a quasi tutti il primo, uomo che una lunga vita aveva vissuto o nelle sue segrete stanze a studiare, o sulle pubbliche cattedre ad insegnare, fe' testimonio al mondo col suo miserando fine che niuna cosa è più inesorabile della rabbia civile, e che la gratitudine non ha luogo fra gli sdegni politici. Preso e legato dagli sbirri in Capua, gli diè di mano il boia in Napoli. Vincenzo Russo, giovane singolarissimo per altezza d'animo e per eloquenza e per umanità, portò con gli altri supplizio del buon volere in tempi malvagi; dopo gli strazi, infiniti che nella sua prigione furono fatti di lui, e che sopportò con costanza ineffabile, fu dato in preda al carnefice. Non mutò volto, non fe' atto alcuno indegno di lui; serbò non solo la equalità dell'animo, ma ancora la serenità. Nè giovò a Pasquale Baffi la dolcezza incredibile della sua natura, la straordinaria erudizione, l'essere uno dei primi grecisti del suo tempo, nè l'avere pubblicato una traduzione col testo dei manoscritti greci di Filodemo trovati sotto le ceneri di Ercolano. Letterato di primo grado, fu dannato anch'egli all'ultimo supplizio da chi non aveva altre lettere che del saper sottoscrivere una sentenza di morte. Fu Mantonè, antico ministro di guerra, condotto alla presenza di Speciale, e quante volte era interrogato da lui, tante rispondeva: «Ho capitolato.» Avvertito apprestasse le difese, rispose: «Se la capitolazione non mi difende, avrei vergogna di usare altri mezzi.» Condannato a morte, camminava col capestro al collo, in mezzo a' suoi compagni, con fronte alta e serena, tra sdegnoso e generoso. Salite, senza mutare nè viso nè atto, le fatali scale, dimostrò che l'uomo, quantunque percosso dalla fortuna, è più forte di lei, e che non lo spaventa la morte. I raccontati supplizi, siccome d'uomini, partorirono maraviglia insieme e pietà in coloro che non ancora di ogni affetto umano si erano dispogliati; ma più maraviglia che pietà: il seguente, siccome di donna, mosse più a pietà che a maraviglia; pure a grandissima maraviglia strinse i circostanti. Eleonora Fonseca Piementel, donna ornata d'ogni genere di letteratura, ed ancor più di virtù, da Metastasio lodata, fu condannata a perder la vita sulle forche piantate in piazza del mercato.

Non tutti i condannati morirono sul patibolo, ma chi più crudelmente chi meno. I casi d'un Velasso, d'un Fiani destan raccapriccio ed orrore. Un Pasquale Battistessa, impiccato e portato in chiesa, ivi diè segni di vita. Rapportato il compassionevole caso a Speciale, mandò dicendo, il finissero: come Speciale aveva comandato, così fu fatto. Narransi qui storie d'uomini o di fiere?

Morirono in Napoli per l'estremo supplizio, e tutti con invitto coraggio, Ignazio Ciaia, Ercole d'Agnese, cittadino di Francia, ma originario di Napoli, Giuseppe Logoteta, dotto e virtuoso uomo, Giuseppe Albanese, Marcello Scotti, letterato eruditissimo ed autore del catechismo de' marinai, un Troisi, sacerdote piissimo e dottissimo, con molti altri, ornamento e fiore delle napolitane contrade. Fu anche affetto con l'ultimo supplizio Ettore di Ruvo, condotto, come abbiam detto, da Pescara a Napoli sotto fede del cardinale. Morì qual era vissuto, indomito, animoso ed imperturbabile.

La terra di Napoli era fumante di sangue, le acque del mare ne furono parimente penetrate e tinte. Il principe Francesco Caraccioli, primo onore e primo lume della napolitana marineria, amato dal re, stimato dal mondo, dopo più di otto lustri impiegati ai servigi del regno, fece ancor esso una compassionevole fine. Scoperto da un suo domestico, fu condotto, legate le mani al dorso, e indegnamente maltrattato da villani ferocissimi, a Nelson, che tuttavia stanziava nel porto di Napoli. Convocava l'ammiraglio incontanente al bordo della sua nave il Fulminante un consiglio militare, a cui diede facoltà ed ordine di giudicare, se Francesco Caraccioli fosse reo di ribellione contro il re delle Due Sicilie per avere combattuto la fregata napolitana la Minerva. Allegò l'accusato per discolpa, averlo fatto per forza, ma nol potè pruovare. Dannavanlo il consiglio a morte. Nelson comandava s'impiccasse all'antenna della Minerva, il suo corpo si gettasse al mare. Il misero principe pregava, dicendo, essere vecchio, non aver figliuoli che fossero per piangere la sua morte, per questo non desiderare la vita: solo pesargli il morire da malfattore; pregare, il facessero morire da soldato. Le compassionevoli preghiere non furono udite. Volle il condannato pregare d'intercessione la donna che era a bordo del Fulminante; ma Emma Liona non si lasciò trovare. Il capestro adunque, come piacque all'Inglese, strangolò il principe Caraccioli; il suo corpo gettato al mare. Così fu mandato a morte da Nelson un principe napolitano, prima suo antico compagno in pace, poi suo nemico generoso in guerra; ed il giudizio di morte venne da una nave del re Giorgio.

Grande fu la strage nella capitale, sì pei giudizii, sì per la rabbia popolare. Non fu minore nelle provincie: perironvi in modo sempre violento, spesso crudele, quattro mila persone, quasi tutte eminenti o per dottrina o per lignaggio o per virtù; carnificina orribile. Pure ne tocca raccontare un altro caso. Domenico Cimarosa, cui tutta la generazione proseguiva con infinito amore per le sue mirabili melodie, cui chiunque non era straniero alla delicatezza del sentire, era obbligato di tanti affetti soavi pruovati, di tante tristi ed annuvolatici cure scacciate, non trovò grazia appo coloro che reggevano le cose di Napoli con le ire, e le ire coi supplizii. Pregato, egli aveva composto la musica per un inno repubblicano. Venuta Napoli in mano dei sicarii, furono primieramente le sue case saccheggiate, anzi il suo gravicembalo, fonte felicissimo di canti amabili, gittato per le finestre a rompersi sulle dure selci; poi egli medesimo cacciato in prigione, dove stette ben quattro mesi, e vi sarebbe stato ancora, se i Russi ausiliarii del re non fossero giunti a Napoli. Saputo il caso, e non avendo potuto ottenere dal governo napolitano, al quale l'avevano domandata, la sua liberazione, generale ed ufficiali corsero al carcere, e l'italico cigno liberarono. Così in una Italia, in una Napoli, la salute venne a Cimarosa dall'Orsa.

Essendo caduta nelle due estremità d'Italia la potenza dei Franzesi, restava ancor in poter loro la romana repubblica, ma non sì che non si vedesse vicina la inevitabile rovina loro anche in questa parte. Suonavano dentro e d'intorno le armi dei confederati o regolari o collettizie. Avevano gli Aretini, sempre infiammati nell'impresa loro contro i Franzesi, in ciò secondati anche dai Cortonesi, avendo le due città in così grave occorrenza posto in disparte le antiche emulazioni, fatto un moto importante sulle rive del Trasimeno, e sforzato Perugia ed il suo forte alla dedizione. A questo modo si erano posti in mezzo, onde i Franzesi rimasti alla guardia di Roma e dei luoghi circonvicini non potessero più comunicare coi loro compagni, che se ne stavano assediati in Ancona. Lo Stato romano quasi tutto tumultuava, e tornava all'obbedienza pontificia. Furonvi al solito uccisioni, rapine, ingiurie a uomini e a donne, con tutte le altre pesti indotte dai popoli mossi a romore. Da una altra parte nè Froelich, che aveva nella Romagna il governo delle genti, nè il re di Napoli, dopo la ricuperazione del regno, avevano trasandato le romane cose. Ad essi accostavansi gl'Inglesi con qualche squadra di genti da terra e con navi condotte dal capitano Trowbridge nelle acque di Civitavecchia.

Adunque la repubblica romana era chiamata a ruina da tutte le parti. Nè il generale Garnier, che ne stava alla custodia, perduto avendo ogni speranza di soccorso, e mancando di genti, poteva resistere a tanta piena. Froelich faceva impeto in primo luogo contro Civitacastellana, ed avendola occupata, facilmente si incamminava a Roma dalla parte bassa, salivano i Napolitani, condotti da un Burcard, Svizzero, e turbavano tutto il paese sulla riva sinistra del Tevere. Erano con loro gl'Inglesi di Trowbridge, che, procurata prima la resa di Capua e di Gaeta, se ne venivano alla conquista di Roma. Usciva Garnier alla campagna, piuttosto per non capitolare senza combattere, che per combattere per vincere. Fuvvi un duro e lungo incontro tra i repubblicani sì franzesi che romani da una parte, e i Napolitani dall'altra, presso a Monte rotondo. Ritiraronsi i Napolitani ai luoghi più alti e montuosi. Non erano ancora i soldati di Garnier riposati dalla fatica della battaglia di Monterotondo, che li conduceva contro Froelich; ma, sebbene con molto valore combattesse, fu costretto a ritirarsi nelle mura di Roma, restando in suo potere le sole fortezze di castel Sant'Angelo, Corneto, Tolfa e Civitavecchia. Questo fatto diè cagione di risorgere anche ai Napolitani dall'altra parte. Perlochè, riavutisi dalla rotta di Monterotondo, s'avviarono di nuovo contro Roma. Posero gli Austriaci le loro prime guardie alla Storta, i Napolitani a Portaromana ed a Pontemolle. Consideratosi da Garnier il precipizio delle cose, e pensando che il cedere a tempo sarebbe non solamente la salute de' suoi, ma ancora quella dei repubblicani di Roma, che avevano seguitato la fortuna franzese, aveva introdotto una pratica d'accordo con Trowbridge, quale fu condotta a perfezione e sottoscritta da ambe le parti il dì 25 settembre.