Fuvvi fame prima che mancassero i viveri: prima si scorciarono i cibi, poi si corruppero, infine si mangiarono i più schifi e sozzi, non solo i cavalli ed i cani, ma ancora i gatti, i sorci, i pipistrelli, i vermi, e beato chi ne aveva. Eransi gli Austriaci impadroniti dei molini di Bisagno, di Voltri e di Pegli, nè si poteva più macinare. Rimediossi per un tempo coi molini a mano, con quei del caffè massimamente, perchè erano presti; l'accademia consultò dei migliori: s'inventarono ingegni, ruote e molini nuovi. Con certi più grossi un uomo solo poteva macinare uno staio di grano al giorno. In ogni strada, su per ogni bottega si vedevano girar molini. Nelle case private, fra le adunanze famigliari, si macinava; le donne il facevano per vezzo. Infine mancò del tutto il grano: cercaronsi altri semi per supplirvi. Quei di lino, di panico, di caccao, di mandorlo furono i primi; riso ed orzo più non se ne trovava. Gli stritolati e strani semi, prima abbrustoliti, poi misti col miele e cotti parvero delicatura. Rallegravansi i parenti e gli amici con chi avesse potuto sostentare un giorno di più sè e la famiglia con lino, o panico, o tre granelli di caccao. La crusca, materia tanto ribelle alla nutrizione, si macinava ancora essa e cotta con miele serviva di cibo, non per ispegnere, ma per ingannare la fame; le fave stimate preziosissime; felice non chi viveva, ma chi moriva. Erano i giorni tristi per la fame e per le lamentazioni degli affamati; le notti più tristi ancora per la fame e per le spaventate fantasie. Mancati i semi, pensossi alle erbe. I romici, i lapazi, le malve, le bismalve, le cicorie salvatiche, i raperonzoli diligentemente si ricercavano e cupidamente, come piacevolezze di gola, si mangiavano. Si vedevano lunghe file di gente, uomini d'ogni condizione, donne nobili e donne plebee, visitare ogui verde sito, massime i fertili orti di Bisagno e le amene colline di Albaro, per cavarne quegli alimenti cui la natura ha solamente alle ruminanti bestie destinati. Sopperì un tempo il zucchero: zuccheri rosati, zuccheri violati, zuccheri canditi, ogni maniera di confetti andavano attorno, rivenditori e rivenditrici pubblicamente li vendevano, con fiori e con serti gli eleganti loro cestellini adornando: erano spettacolo in mezzo a quei volti pallidi, scarni e moribondi. Tanto possente cosa è l'immaginazione dell'uomo che si compiace in abbellire eziandio quanto havvi di più lagrimevole e di più terribile; rimedio di provvidenza che non ci vuol disperati. Basta: e' furono viste donne e gentil donne, nutritesi con sorci la mattina, mangiarsi tregge delicate la sera. L'aspetto della miseria estrema non ispegne la malvagità in chi è malvagio; del che troppo manifesto e troppo orribile esempio si ebbe in quelle ultime strette di Genova; conciossiachè uomini privi d'ogni senso di umanità, per un vile guadagno, non abborrirono dal mescolar gessi in luogo di farine nei commestibili che vendevano, per modo che non pochi avventori ne restarono avvelenati, morendosene con dolori mescolati di fame e di veleno.
Durante l'assedio, ma prima della fine ultima, una libbra di riso si pagava lire sette, una di vitello quattro, una di cavallo soldi trentadue, una di farina lire dieci o dodici, le uova lire quattordici la serqua, la crusca soldi trenta ciascuna libbra. Poi, venendo maggiore la stretta, una fava si vendeva due soldi, un pane biscotto di oncie tre dodici franchi, e non se ne trovava. Maggiori agevolezze dei particolari non vollero Massena nè gli altri generali; apparecchiavano come i plebei; lodevole fatto, e molto efficace a fare star forti gli altri a tanta sventura. Poco cacio, legumi rari erano quanto nutrimento si dava a chi languiva per malattia o per ferite negli ospedali. Uomini e donne tormentate dalle ultime angosce della fame e della disperazione empievano l'aria dei loro gemiti e delle loro strida. Talvolta, così gridando, e le fameliche viscere con le rabbiose mani di lacerare tentando, morti per le contrade cadevano. Nissuno gli aiutava, perchè ognuno pensava a sè; nissuno anche a loro abbadava, perchè la frequenza aveva tolto orrore al fatto. Pure alcuni tra gli spasimi e stridi spaventevoli, e con iscosse e contorte membra davano l'ultimo sospiro in mezzo alle popolari folle. Fanciulli abbandonati da parenti morti o da parenti disperati imploravano con atti con pianti e con voci miserabili, la pietà di chi passava. Nissuno gli aiutava ed aveva di loro compassione, perchè il dolore proprio aveva spento il compassionare l'altrui. Razzolavano quelle innocenti creature bramosamente nei rivoletti delle contrade, nelle fogne, negli sfoghi dei lavatoi, per vedere se qualche rimasuglio di bestia morta o qualche avanzo di pasto di bestia vi si trovasse, e trovatone, se lo mangiavano. Spesso chi si corcava vivo la sera, era trovato morto la mattina, i fanciulli più frequentemente degli attempati. Accusavano i padri la tarda morte, ed alcuni con le proprie mani violentemente se la davano. Ciò facevano i cittadini, ciò facevano i soldati. Dei Franzesi, alcuni, anteponendo la morte alla fame, da per sè stessi si ammazzavano, altri le armi a terra sdegnosamente gettavano, protestando non più esser abili, per la perduta forza, a portarle. Altri, una disperata dimora abbandonando, nel nemico campo se ne andavano, Inglesi ed Austriaci di quella pietà e di quei cibi richiedendo, che tra Franzesi e Genovesi più non ritrovavano. Crudo poi ed oltre ogni dire orribile spettacolo era quello dei prigionieri di guerra tedeschi ditenuti su certe barcacce sorte nel porto; perchè la necessità ultima delle cose aveva operato che ad essi nutrimento di sorte alcuna già da alcuni giorni non si compartisse. Mangiarono le scarpe loro, le pelli dei soldateschi zaini; già con occhi torvi guardavano se non avessero a mangiarsi i loro compagni. Si venne a tale, che si tolsero loro le guardie franzesi, perchè si temette che, sforzati del famelico furore, non si avventassero contro di loro, e sbranatele, non se le divorassero. Tanta era la disperazion loro, che tentarono di forar le barche per andar a fondo, amando meglio perire affogati dalle acque che straziati dalla fame. S'aggiunse, come accadde, alla orrenda fame la mortalità pestilenziale. Febbri pessime le genti all'altra vita con morti spessissime si portavano sì negli ospedali del pubblico, sì negli ultimi casolari dei poveri, e sì nei superbi palazzi dei ricchi. Mescolavansi sotto il medesimo tetto i generi delle morti: chi moriva arrabbiato dalla fame, chi stupido dalla febbre, chi pallido per difetto di nutritiva sostanza, chi livido per petecchiali macchie. Niuna cosa esente da dolore, niuna da paura; chi viveva, o aspettava la morte o vedeva morire i suoi. Tal era lo stato dell'una volta ricca ed allegra Genova, del quale il pensier peggiore era questo, che il soffrir presente non poteva riuscire ad alcun utile suo.
Era rotta la costanza di tutti: solo Massena non si piegava, perchè aveva la mente fissa nel pensiero di aiutar la impresa del consolo e di serbare intatta la fama acquistata di guerriero indomabile. Infine, venendogli onorevoli proposte da Keit, e non potendo più bastare quei sozzi e velenosi cibi che per due giorni, tanta era l'estremità del vivere, inclinava l'animo ad un accordo, ma più da vincitore che da vinto. Si accordarono (volle Massena che l'accordo s'intitolasse convenzione, non capitolazione, e fu forza compiacerlo della sua domanda) che uscisse Massena, che uscissero i suoi ufficiali e soldati, in numero di circa otto mila, liberi della fede e delle persone loro; per la via di terra potessero tornare in Francia, e chi non potesse per terra, fosse trasportato dagl'Inglesi per mare ad Antibo o nel golfo di Juan; i prigionieri tedeschi si restituissero, nissun potesse essere riconosciuto pei fatti passati, e chi se ne volesse andare, fosse in libertà di farlo; dessersi viveri, si avesse cura degl'infermi; Genova a' dì 4 giugno si consegnasse alle forze austriache ed inglesi.
Infatti il nominato giorno le prime occuparono la porta della Lanterna, le seconde la bocca del porto. Poi entravano trionfando con tutto l'esercito Otto, con tutta l'armata Keit. I democrati più vivi se ne andarono coi Franzesi. Suonaronsi le campane a festa, cantaronsi gl'inni, accesersi i fuochi dai partigiani per amore, più ancora dagli avversi per paura, tutto secondo il solito. Ricomparvero in copia il pane, le carni, gli ortaggi, le grasce, e chi vi si abbandonò senza freno, in quel primo fervor della fame, se ne morì. Pruovaronsi i villani dell'Azzeretto a porsi in sul sacco contro i democrati, come dicevano, perchè saccheggiavano anche gli aristocrati; ma Hohenzollern, posto a guardia della città da Otto, con militare imperio li frenava. Creava il capitano tedesco una reggenza imperiale e reale; frenava la reggenza le vendette prossime a prorompere, comandamento lodevole; veniva sul toccar le borse, comandamento inevitabile, ma duro nella misera Genova.
Buonaparte intanto, cambiatore di sorti, si avvicinava. Aveva il consolo con meravigliosa celerità ed arte adunato il suo esercito di riserva a Digione, donde accennava ugualmente al Reno ed all'Italia. Ma avendo Moreau combattuto prosperamente in Germania contro Kray, gli fu fatto abilità di condursi su quei campi in cui tuttavia vivevano i segni e le memorie delle sue fresche vittorie; cosa che gli era cagione di somma incitazione, perchè la gloria lo stimolava, ed era sicuro di trovarvi forti aderenze. Adunque, mentre Melas se ne stava martirizzandosi contro le sterili rocche dell'estrema Liguria, si avvicinava Buonaparte alle Alpi, tutto intento alle fazioni d'Italia. Varii, molti e potenti modi aveva di condurre a prospero fine la sua impresa: i soldati prontissimi a volere qualunque cosa egli volesse, generali esperti e valorosi, artiglierie formidabili, cavalleria sufficiente. Aveva apprestato, per pascere i soldati sull'erme solitudini delle Alpi, biscotto in grande abbondanza, e per tirar su e giù, secondo i casi, le artiglierie per quei sentieri rotti, stretti ed ingombri di nevi e di ghiacci, certi carretti a modo dei traini sdrucciolevoli che si usano in quei paesi per iscendere dai nevosi gioghi. Nè questo fu il solo trovato di Buonaparte e di Marmont, che soprantendeva alle artiglierie, per facilitar loro il passo per luoghi fino allora alle medesime inaccessi, perchè scavarono, a guisa di truogoli, tronchi d'alberi grossissimi, a fine di potervele posar dentro, come in un letto proprio, e per tal modo trasportarle a dorso di muli a traverso le montagne. Denaro sufficiente aveva rammassato per le necessità de' suoi fin oltre l'Alpi; poi, si confidava nell'Italia. Per muovere le opinioni degl'Italiani, aveva chiamato a sè la legione italiana capitanata da un Lecchi, la quale, fuggendo il furore nemico per le rotte di Scherer, si era riparata in Francia, bella e buona gente. Per conoscere poi i luoghi, conduceva con sè gl'Italiani che più ne erano pratici; e siccome l'intento suo era di varcare il gran San Bernardo, così si consigliava specialmente con un Pavetti di Romano nel Canavese, giovane di natura molto generosa, e che in queste bisogna con molto affetto camminava.
Grande e magnifico era il disegno di Buonaparte per riconquistar l'Italia. Suo proponimento era di varcare col grosso dell'esercito il gran San Bernardo, col fine di calarsi per la valle di Aosta nelle pianure piemontesi. Ma perchè altre genti con questa parte consuonassero, e, giunte al piano, potessero e muovere i popoli a romore contro il nemico e congiungersi con lui a qualche importante fatto, aveva ordinato che il generale Thureau, pei passi dei monti Cenisio e Ginevra, con una squadra di tre in quattro mila soldati si calasse a Susa; al tempo medesimo comandava al generale Moncey che pel San Gottardo scendesse a Bellinzona con una eletta schiera di circa dodici mila soldati. Imponeva infine al generale Bethancourt che facesse opera di varcare il Sempione, e di precipitarsi per Domodossola sulle sponde del lago Maggiore. Siccome poi non ignorava quali e quante difficoltà ostassero al passo di un grosso esercito pel gran San Bernardo, commetteva ad un corpo di circa cinque mila soldati che passasse il piccolo San Bernardo, ed andasse a raccostarsi col grosso nella valle di Aosta. Tutte le raccontate genti insieme unite sommavano circa a sessanta mila combattenti. Così il consolo, tutta la regione dell'Alpi abbracciando che si distendeva dal San Gottardo al monte Ginevra, minacciava invasione al sottoposto piano del Piemonte e della Lombardia.
Lusingati, per la città loro passando, con discorsi di umanità, di pace e di civiltà quei Ginevrini tanto ingentiliti, se ne giva il consolo alla stupenda guerra. Erano le genti già adunate tutte a Martigny di Vallese sul Rodano, terra posta alle falde estreme del San Bernardo. Guardavano con maraviglia e con desiderio quelle alte cime. Parlava loro Berthier, quartiermastro, ed il suo parlare di gloria e di Buonaparte infinitamente infiammava quegli animi già da per sè stessi tanto incitati e valorosi. Partivano il dì 17 maggio da Martigny per andarne a conquistar l'Italia. Maraviglioso l'ardore loro, maravigliosa l'allegria, maraviglioso ancora il moto ed il fervore delle opere. Casse, cassoni, truogoli, obici, cannoni, carretti ruotati, carrelli sdrucciolevoli, carrette, lettiche, cavalli, muli, bardature, arcioni, basti da bagaglie, basti da artiglierie, impedimenti di ogni sorte, e fra tutto questo soldati affaticantisi ed ufficiali affaticantisi al par dei soldati. S'aggiungevano le risa e le canzoni: i motti, gli scherzi, le piacevolezze alla franzese. Non a guerra terribile, ma a festa, non a casi dubbii, ma a vittoria certa pareva che andassero. Il romore si propagava da ogni banda: quei luoghi ermi, solitarii, e da tanti secoli muti, risuonavano insolitamente e ad un tratto per voci liete e guerriere. L'esercito strano e stranamente provvisto, al malagevole viaggio saliva per l'erta alla volta di San Pietro fin dove giunge la strada carreggiabile. Pure spesso erte ripidissime, fosse sassose, capi di valli sdrucciolanti si appresentavano; i carri, i carretti, le carrette pericolavano. Accorrevano presti i soldati a braccia, sostenevano, puntellavano, traevano, e più si affaticavano e più mettevano fuori motti, facezie e concetti, parte arguti, parte graziosi, parte frizzanti: così passavano il tempo e la fatica. I tardi Vallesani, che erano accorsi in folla dalle case, o piuttosto dai tugurii e dalle tane loro, vedendo gente sì affaticata e sì allegra, non sapevano darsi pace; pareva loro cosa dell'altro mondo. Invitati e pagati per aiuto, il facevano volentieri. Ma più bisogna faceva un Franzese che tre Vallesani. Così arrivarono i repubblicani a San Pietro, Lannes con la sua schiera il primo, siccome quello che per l'incredibile ardimento il consolo sempre mandava, lui non solo volente, ma anche domandante, alle imprese più rischievoli e più pericolose. Quivi si era arrivato ad un luogo in cui pareva che la natura molto più potesse che l'arte od il coraggio; perciocchè da San Pietro alla cima del gran San Bernardo, dov'è fondato l'eremo dei religiosi a salute dei viaggiatori in quei luoghi d'eternale inverno, non si apre più strada alcuna battuta. Solo si vedono sentieri stretti e pieghevoli su per monti scoscesi ed erti. Rifulse la pertinacia del volere e la potenza dell'umano ingegno. Quanto si rotolava, fu posto ad essere tirato, quanto si tirava ad essere portato. Posersi le artiglierie grosse nei truogoli, i truogoli negli sdruccioli, e dei soldati, chi tirava, chi puntellava, chi spingeva: le minute sui robusti e pratici muli si caricarono. Così se Gian Giacopo Triulzi montò e calò con grosse funi di roccia in roccia per le barricate nella stagione più rigida dell'anno le artiglierie di Francesco I, tirò Buonaparte quelle della repubblica sui carri sdrucciolevoli e sulle bestie raunate a questo intento. Seguitavano le salmerie al medesimo modo tirate e portate. Era una tratta immensa: in quelle volte di ripidi sentieri ora apparivano, ora scomparivano le genti: chi era pervenuto all'alto vedeva i compagni in fondo, e con le rallegratrici voci gl'incoraggiava. Questi rispondevano, ed al difficile cammino s'incitavano. Tutte le valli all'intorno risuonavano.
Fra le nevi, fra le nebbie, fra le nubi apparivano le armi risplendenti, apparivano gli abiti coloriti dei soldati; quel miscuglio di natura morta e di natura viva era spettacolo mirabile. Godeva il consolo, che vedeva andar le cose a seconda de' suoi pensieri, e soldatescamente parlando a questo ed a quello, che in ciò aveva un'arte eccellente, gl'induceva a star forti ed a trovar facile quello che era giudicato impossibile. Già s'avvicinavano al sommo giogo, ed incominciavano a scorgere l'adito che, in mezzo a due monti altissimi aprendosi, dà il varco verso la più sublime cima. Salutarono, qual fine delle fatiche loro, con gioiose voci i soldati, e con isforzi maggiori intendevano al salire. Voleva il consolo che riposassero alquanto: Di cotesto non vi caglia, rispondevano, badate a salir voi, e lasciate fare a noi. Stanchi facevano dar nei tamburi, ed al militare suono si rinfrancavano e si rianimavano. Infine guadagnarono la cima, dove non così tosto furono giunti, che l'uno con l'altro si rallegrarono, come di compiuta vittoria. Accrebbe l'allegrezza il vedere mense appresso all'eremo rusticamente imbandite per opera dei religiosi, provvidenza del consolo, che aveva loro mandato denari all'uopo. Ebbero vino, pane, cacio; riposaronsi fra cannoni e bagaglie sparse, fra ghiacci e nevi agglomerate. I religiosi s'aggiravano fra i soldati con volti dipinti di sedata allegrezza: bontà con forza su quel supremo monte s'accoppiava. Parlò Buonaparte ai religiosi della pietà loro, di voler dare il seggio al papa, quiete e sostanze ai preti, autorità alla religione: parlò di sè e dei re modestamente, della pace bramosamente. I romiti buoni, che non avevano nè cognizione, nè uso, nè modo, nè necessità dell'infingere, gli credevano ogni cosa. Quanto a lui, se tratto da quella aria, da quelle quiete, da quella solitudine, da quella scena insolita, si lasciasse piegare a voler fare per affezione quello che faceva per disegno, niuno il sa, nè si ardirebbe giudicare; perchè da un lato efficacissima era certamente l'influenza di quella pietà e di quei monti, dall'altro tenacissima incredibilmente e sprezzatrice delle umane cose la natura di lui. Fermossi a riposare nel benigno ospizio un'ora.
Quando parve tempo, comandava si partisse. Voltavano i passi là dove l'italico cielo cominciava a comparire. Fu difficile e pericolosa la salita, ma ancor più difficile e pericolosa la discesa; conciossiachè le nevi tocche da aria più benigna incominciavano ad intenerirsi e davano malfermo sostegno. Oltre a ciò, la china vi era più ripida che dalla parte settentrionale. Quindi accadeva che era lento lo scendere, e che spesso uomini e cavalli con loro, sfuggendo loro di sotto le nevi, nelle profonde valli erano precipitati, prima sepolti che morti. Incredibili furono le fatiche ed i pericoli: poco s'avvantaggiavano. Impazienti del tardo procedere, ufficiali, soldati, il consolo stesso, scegliendo i gioghi dove la neve era più soda, precipitosamente si calavano, sdrucciolando fino ad Etrubles. Era un pericolo, eppure era una festa; tanto diletto prendevano, e tante risa facevano di quel volare, di quell'essere involti chi in neve grossa e chi in polverio di neve. Quelli che erano rimasti al governo delle salmerie arrivarono più tardi per gl'incontrati ostacoli. Riuniti ad Etrubles, gli uni con gli altri si rallegravano dell'esser riusciti a salvamento, e guardando verso le gelate e scoscese cime che testè passato avevano, non potevano restar capaci del come un esercito intero con tutti gl'impedimenti avesse potuto farsi strada per luoghi orribilmente disordinati da sconvolgimenti antichi, e potentemente chiusi da perpetui rigori d'inverno. Ammiravano la costanza e la mente del consolo, delle future imprese felicemente auguravano. Pareva loro che a chi aveva superato il San Bernardo, ogni cosa avesse a riuscire facile e piana. Intanto le aure soavi d'Italia incominciavano a soffiare: le nevi si squagliavano, i torrenti s'ingrossavano, le morte rupi si ravvivavano e si rinverdivano. I veterani conquistatori riconoscevano quel dolce spirare; gridavano: Italia; con discorsi espressivi ai nuovi la descrivevano; nei veterani si riaccendeva, nei nuovi si accendeva un mirabile desiderio di rivederla e di vederla; l'esperienza ricordava il vero, la immaginazione il rappresentava e l'ingrandiva, le volontà diventarono efficacissime: già pareva a quegli animi forti ed invaghiti che l'Italia fosse conquistata; solo pensavano alle vittorie, non alle battaglie.
La vittoria consisteva nella celerità; perciocchè quegli alpestri luoghi erano sterili, il passo del San Bernardo difficile, nè si doveva dar tempo a Melas di arrivare al piano prima che l'esercito vi arrivasse. Importava altresì che il romore già sparso della ritornata dei Franzesi non si rallentasse. Perciò il consolo si calava tostamente per la sponda della Dora, e con assalti di poca importanza dati all'antiguardo condotto da Lannes, mandato avanti a speculare il sito del paese, s'impadroniva facilmente della città d'Aosta e della terra di Chatillon. Ma un duro intoppo era per trovare nel forte di Bard, posto sopra un sasso eminente, che, come chiave, serra la strada in quella stretta gola che quivi forma, restringendosi, la valle. Il fatto pruovò che un umile sasso poteva divenire ostacolo ad una gran fortuna. Fatta la chiamata, rispose coraggiosamente il Tedesco, non voler dare la fortezza. S'avvicinarono i Franzesi; entrarono facilmente nella terra di Bard, posta sotto al forte; poi andarono all'assalto; ricevuti con ferocia, abbandonarono l'impresa. Rinnovarono parecchie volte la batteria, ma sempre con poco frutto. Si sdegnavano i capi e di una infinita pazienza si travagliavano, nel vedere che una piccola presa di gente, poichè il presidio non sommava che a quattrocento soldati, ed un'angusta roccia interrompessero il corso a tante vittorie.