Adunque tutte le difese loro consistevano nella schiere di Victor, che occupava assai grossa Marengo, ed in quella di Lannes, che aveva la sua sede a destra della strada di Tortona. A queste genti si aggiungevano circa novecento soldati della guardia del consolo, i cavalli condotti dal giovane Kellermann, quei di Champeaux, e finalmente quelli di cui aveva il governo Murat: i primi facevano spalla ai fanti di Victor, i secondi a quei di Lannes, ed in ultimo i terzi, posti sulla punta estrema a destra di tutta la fronte, custodivano la strada che accenna a Sale. Così l'ordinanza dei Franzesi, partendo dalla Bormida, e da lei scostandosi obbliquamente, e passando per Marengo, si distendeva sin verso a Castel-Ceriolo. Keim incontrava Gardanne mandato da Victor a Pietrabuona, piccolo luogo posto tra Marengo e la Bormida, e con una forza prepotente lo prostrava. Si ritiravano disordinatamente le reliquie verso Marengo. Sarebbero anche state intieramente circondate e prese se Victor non avesse tosto mandato Chamberlhac a riscattarle. Vennero avanti i Tedeschi ed ingaggiarono con Victor una battaglia orribile: commiservi ambe le parti fatti di stupendo valore. Piegò finalmente la fortuna in favor di coloro che avevano più numerose genti e più fiorite artiglierie: entrava vittoriosamente Keim in Marengo. Non per questo si era Victor disordinato; che anzi grosso, intiero e minaccioso novellamente si schierava dietro Marengo. Venne a congiungersi a lui sulla destra sua punta Lannes, il che fece rinfrescare la battaglia più feroce di prima. S'attaccò Keim con Lannes, Haddich con Victor, e chi considererà la natura sì di quei generali che di quei soldati, si persuaderà facilmente che mai in nissuna battaglia sia stato speso più valore e maggior arte che in questa. Secondava potentemente l'urto di Lannes contro Keim Champeaux co' suoi cavalli, nella quale mischia gravemente ferito passò di questa vita alcuni giorni dopo. Kellermann con la sua squadra aiutava anche efficacemente Victor, cariche a cariche continuamente aggiungendo e moltiplicando. Ciò non ostante, Victor, per essere entrato nella battaglia il primo, e per avere Gardanne molto patito nell'affronto di Pietrabuona, stanco e diradato cedè finalmente il luogo e si ritirò, quanto più potè prestamente e non senza qualche moto disordinato, a San Giuliano. Lannes allora, nudato sul suo sinistro fianco dell'appoggio di Victor, fu costretto rinculare ancor esso; il che diede cagione a Keim di guadagnare vieppiù del campo e di credersi sicuramente in possessione della vittoria. Frattanto Esnitz coi fanti leggieri aveva occupato castel Ceriolo, e coi cavalli si andava allargando col pensiero di mostrarsi alle spalle delle due schiere repubblicane che indietreggiavano; il quale disegno se avesse avuto effetto, dava senza dubbio alcuno la vittoria agl'imperiali.
Solo rimedio a tanto pericolo aveva il consolo nei novecento soldati della sua guardia e nei cavalli di Murat, certamente non capaci a far fronte alla numerosa cavalleria d'Esnitz. Mandava adunque avanti i novecento. L'Alemanno, quantunque gli avesse circondati da ogni banda, non li potè mai rompere, o che egli non abbia fatto tutto quello che poteva, o che i novecento abbiano fatto più di quello che potevano. Questa mollezza o errore di Esnitz e questo valore dei consolari diedero comodità a Monnier di arrivare da Castel Nuovo, donde, chiamato dal consolo veniva, a prestissimi passi. S'incontrava egli arrivando con le genti di Esnitz; sebbene elleno da tutte le parti il circondassero, si aperse una strada, aiutato gagliardamente dai consolari. Il generale Cara-San-Cyr, cacciati i Tirolesi da Castel-Ceriolo, se ne faceva padrone, e tostamente con tagliate e barricate vi si affortificava. Dievvi dentro Esnitz per ricuperarlo, e non gli venne fatto; pure la fortuna li favoriva, perchè aveva in questo punto obbligato alla ritirata i consolari e l'altra parte dei soldati di Monnier. Ma, invece di seguitare alla dilunga i cedenti, si ostinava all'acquisto di Castel-Ceriolo. Cara-San-Cyr sempre il respinse, e tanto il tenne lontano, che ora Cara-San-Cyr fu salvamento de' suoi, come prima erano stati i novecento; questi diedero tempo a Monnier di arrivare, egli il diede a Desaix. Melas in questo, volendo usare l'occasione favorevole che la fortuna gli parava davanti, aveva spinto innanzi la sua ala destra, massimamente i cinque mila Ungari, affinchè andassero a disfare quella nuova testa che i Franzesi mostravano di voler fare a San Giuliano. Pareva che a questo effetto bastassero Keim vincitore ed Esnitz mezzo vinto e mezzo vincitore. Ma, per assicurarsi meglio del fatto, e per provvedere ai casi dubbii che Desaix, arrivando, avrebbe potuto arrecare, mandava di lungo spazio avanti i cinque mila, dei quali, come di corpo autore di vittoria, aveva preso il governo Zach, quartiermastro di tutto il campo austriaco.
Erano le cinque della sera; già da più di dieci ore si combatteva: gli Austriaci vincitori si rallegravano; tenue speranza e solo in Desaix rimaneva ai Franzesi. Il consolo stesso, che aveva concepito il mirabile disegno di questa seconda invasione d'Italia, stava perplesso. Mentre fra molto timore e poca speranza si esitava, ecco arrivare al consolo le novelle che la prima fronte della deseziana schiera compariva a San Giuliano. Determinavasi subitamente; altro uomo ch'egli, in fortuna quasi disperata com'era quella in cui si trovava, si sarebbe servito della forza che arrivava solamente per appoggio della ritirata. Ma l'audace consolo la volle usare per rinnovar la battaglia e per vincere. Metteva l'esercito in nuova ordinanza per modo che da Castel-Ceriolo obbliquamente distendendosi sino a San Giuliano, alloggiava Cara-San-Cyr sul luogo estremo a destra, poi a sinistra verso San Giuliano procedendo, Monnier, quindi Lannes, poi finalmente in quest'ultima terra a cavallo della strada per Tortona Desaix. I cavalli di Kellerman a fronte, e fra Desaix e Lannes avevano il campo. Non avendo fatto Esnitz co' suoi fanti e cavalleggieri contro l'ala destra de' Franzesi quell'opera gagliarda e quel frutto che Melas aspettava da lui, aveva il generalissimo d'Austria mandato i cinque mila Ungari condotti da Zach control l'ala sinistra, sperando che questo nodo di genti fortissime l'avrebbero potuta rompere e tagliarle la strada verso Tortona.
La colonna di cinque mila, in cui si conteneva tutto il destino della giornata, in sè medesima ristretta, baldanzosamente marciava contro i Deseziani. Desaix, lasciatala approssimare senza trarre, quando arrivò a tiro, la fulminava con le artiglierie che Marmont aveva collocato sulla fronte, poi scagliava contro di lei tutti i suoi. A quel duro rincalzo attoniti sulle prime si fermarono gli Ungari: poi, ripreso nuovo animo, qual mole grossa ed insuperabile, marciavano. Nè le genti franzesi, siccome più leggieri, quantunque tutto all'intorno vi si affaticassero, li poterono arrestare. Era questo un caso simile a quello di Fortenoy. Desaix, che punto non si era sbigottito a quel pericolo, postosi a fronte de' suoi, stava sopravvedendo il paese per iscoprire se gli accidenti del terreno gli potessero offrire qualche vantaggio, quando ferito in mezzo al petto da una palla di archibuso, si trovò in fine di morte. Sottentrava al governo, invece di Desaix, Boudet. Non si perdè questi d'animo per sì amaro caso, non si perdettero di animo i suoi soldati; che, anzi stimolando quegli uomini già di per sè stessi valorosi il desiderio di vendetta, con incredibile furia si gettarono addosso ai cinque mila. Nè gli Ungari cedevano: era un combattere asprissimo e mortalissimo. Già piegavano i repubblicani, disperate parevano le sorti; volle la fortuna che la salute di Francia nascesse prossimamente dall'estrema rovina. Era Kellermann, destinato al gran riscatto. Effettivamente, mentre Boudet instava ancora da fronte, quantunque rinculasse, Kellermann dal consolo commesso, assaltava con tutto il pondo de' suoi cavalli il sinistro fianco dell'ungara mole, e siccome quella era spartita in manipoli, tra l'uno e l'altro ficcandosi, totalmente la disordinava. Snodata, perduti gli ordini tra sè medesima e coi Franzesi intricata e ravviluppata, non le restava più nè disegno nè modo di difendersi. Laonde, insistendo sempre più valorosamente contro di essa Kellermann e tornando alla carica Boudet rianimato dal favorevole caso, fu costretta a darsi intiera, deposte le armi, al vincitore. Così quello che non avevano potuto fare nè le fanterie nè le artiglierie fecero le cavallerie, al contrario di quanto successe in Fontenoy, dove le artiglierie fecero quello che le fanterie e le cavallerie non avevano potuto fare. Il sinistro caso degli Ungari fe' superar del tutto la fortuna de' Franzesi; perchè, spingendosi avanti, si serrarono addosso ai nemici privi di quel principale sostegno, e li costrinsero alla ritirata, con grave sbaraglio ed uccisione. Pensò tostamente Melas a far dare il segno della raccolta per andarsi a ritirare vinto là dond'era la mattina partito con tanta speranza di vincere: solo fece una testa grossa a Marengo per dar tempo alle ritirantesi squadre di arrivare. Ricoverossi oltre la Bormida: riassunsero i Franzesi gli alloggiamenti che avevano occupati prima della battaglia.
A questa battaglia, che cambiò le sorti d'Europa, e la fece andare pel medesimo verso per quattordici anni, principali operatori della vittoria furono Cara-San-Cyr per aver preso e conservato Castel Ceriolo, Victor per avere fortemente combattuto a Marengo contro Keim, Boudet per aver opposto un duro intoppo alla mole ungara, finalmente, e soprattutto, quell'accorto e prode Kellermann, che, usando il momento opportuno, non dubitò di dar dentro co' suoi cavalli a quella massa intera e grave che solo col peso pareva che fosse per prostrare quanto le si parasse davanti. Si rallegravano i compagni del glorioso fatto con lui, ma, venuto in cospetto del consolo, questi con la solita aria di sussiego e superiorità parlando, nè informandosi punto di quanto era successo, gli disse: Avete dato anzi una bella carica che no. Sdegnato il giovane guerriero, rispose: Bene godo che la prezziate, giacchè vi mette la corona in capo. Il consolo, che non amava l'essere scoperto prima che si scoprisse egli, l'ebbe per male, e sempre dimostrò l'animo alieno dal figliuolo del maresciallo.
Rimaneva ancora dopo la battaglia al generalissimo d'Austria forza bastante a resistere lungo tempo nel forte sito in cui si era riparato. Ma o che il terrore concetto per la recente rotta o l'arti di Buonaparte, che continuamente protestava voler aderire ai patti di Campoformio, e ridurre i paesi dipendenti da lui a forma di governo più tollerabile e meno minacciosa pei principi, sel facessero, non si mostrò renitente, e chiese i patti. Furono gloriosi per la Francia, stupendi per l'Europa. Sospendessersi fino a risposta da Vienna le offese; l'imperiale esercito se ne gisse a stanziare tra il Mincio, la Fossa Maestra ed il Po; occupasse Peschiera, Mantova, Borgoforte, e sulla destra del fiume Ferrara; medesimamente ritenesse la possessione della Toscana: il repubblicano possedesse il paese fra la Chiesa, l'Oglio e il Po; il tratto tra la Chiesa ed il Mincio fosse esente dai soldati d'ambe le parti; le fortezze di Tortona, di Alessandria, di Milano, di Torino, di Pizzighettone, d'Arona e di Piacenza si consegnassero ai repubblicani; Cuneo ancora, i castelli di Ceva e di Savona, Genova ed il forte Urbano cedessero in loro possessione: niuno per opinioni dimostrate o per servigi fatti agli Austriaci potesse essere riconosciuto o molestato; i Cisalpini carcerati per opinioni politiche si rimettessero in libertà; qual fosse la risposta di Vienna, le ostilità, se non dopo avviso di dieci giorni, non si potessero ricominciare; durante la tregua niuna delle parti potesse mandar gente in Germania. Tali furono i patti conclusi in Alessandria. La tregua, prolungata più volte di comune consenso di dieci in dieci giorni, fu finalmente per nuova ed espressa convenzione accordata fino al 23 novembre.
Buonaparte, vincitore di Marengo, aveva in sua mano le sorti d'Europa liete o tristi, la pace o la guerra, la civiltà o la barbarie, la libertà o la servitù dei popoli: gloria civile l'aspettava uguale alla guerriera; ma l'ultima ed un desio fiero ed indomabile di comandare non lasciarono luogo alla prima. Fu ricevuto a Milano qual trionfatore. Il chiamavano uomo unico, eroe straordinario, modello impareggiabile, con tutte quelle altre lodi che l'adulazione meglio sapeva inventare; con pari adulazione rispondeva Francia. Parlò a Milano molto di pace, molto di religione, molto di lettere, molto di scienze. Creovvi una consulta, una commissione di governo. V'aggiunse un ministro straordinario di Francia, chiamando a questa carica un Petiet, ch'era stato ministro di guerra ai tempi del direttorio. Riapriva l'università di Pavia stata chiusa; ordinava stipendii onorevoli ai professori; vi chiamava i più riputati, i più dotti, i più virtuosi uomini. Fiorì vieppiù per questi ordini l'università; pareva rinascessero i tempi di Giuseppe; ma il dominio militare, in cui si viveva, avvertiva i popoli che l'età era diversa. Non accarezzava più gli amatori ardenti di rivoluzioni, anzi da sè gli allontanava; chiamava a sè coloro che erano in voce di aristocrati, purchè fossero di natura moderata e ricchi e di buona fama. Melzi, Aldini, Birago, il dottor Moscati, Scarpa, il vescovo di Pavia, Gregorio Fontana, Marescalchi, Mascheroni molto volontieri vedeva. Del resto, quantunque il procedere paresse più civile, e le sembianze più oneste, il prendere e il dilapidare era lo stesso; ricominciò la Cisalpina a travagliare del male antico.
Riordinata la Cisalpina, se ne tornava il consolo in Francia. Passò, per Torino; alloggiò in cittadella; non si lasciò vedere, non volendo lasciarsi tirare alle promesse per rispetto di Paolo, che sempre favoriva il re. Anzi fu certo che, sebbene avesse l'animo molto alieno, aveva nondimeno, dopo la battaglia di Marengo, offerto l'antico seggio a Carlo Emmanuele, purchè nuovamente rinunziasse alla Savoia ed alla contea di Nizza. Tornò altresì sull'antico pensiero, per potersi serbar il Piemonte, che appetiva con grandissimo desiderio, di dare al re la Cisalpina, sì veramente che rinunziasse al Piemonte. Le quali proposte non furono accettate dal principe, parte per motivi di religione, parte per non voler concludere senza il consentimento dei suoi alleati, di Paolo massimamente e dell'Inghilterra; nè pur volendo dar appicco all'Austria, nel caso che le cose di Francia nuovamente sinistrassero, acciocchè ella s'impadronisse del Piemonte. Non ostante le proferte ed i negoziati, creava in Piemonte, come in Cisalpina, non per terminare, ma per minacciare, una consulta ed una commissione di governo, a cui chiamò molti uomini riputati per dottrina e per pacatezza d'opinione. Creava ministro straordinario presso a questo governo prima il generale Dupont, poi, per riconoscere i meriti del vincitore di Fleurus, Jourdan.
Era a questo tempo l'aspetto del Piemonte oltre ogni dire miserabile: una estrema carestia, un rapir di soldati lo avevano messo in estrema penuria. I Piemontesi non sapevano più nè che cosa sperare, nè che cosa temere, nè che cosa desiderare. I biglietti di credito, che sempre più scapitavano, lunga e luttuosa peste del paese, avevano posto in confusione tutti gli averi. Penò molto la consulta, quantunque in lei abbondassero gli avvocati dotti e sottili, ad assestar questa faccenda, e quando si assestò, nissuno contento, ancorchè la legge fosse giusta. Questa fu gran radice di mali umori. Nè gran momento di sventura non recava il peso gravissimo del dover mantenere i soldati di Francia, sì quelli che passavano, come quelli che stanziavano: peso da non poter esser portato dalle finanze piemontesi. S'aggiungevano i comandamenti fantastici; perchè ora si voleva che una fortezza piemontese si demolisse a spese del Piemonte, ed ora che la medesima si riattasse: ora s'addomandavano i piombi della cupola di Superga, il che, prima cosa, avrebbe fatto rovinar l'edifizio per le acque, ed ora si voleva che si demolissero i bastioni che sopportano il giardino del re, opera inutile, perchè la città era già tutto all'intorno smantellata. Se non era la costanza di chi governava ad opporvisi, Superga ed il giardino, gradito passeggio dei Torinesi, perivano. Chi domandava denari pel vivere dei soldati, chi pel vestito, chi per gli ospedali, chi per le artiglierie, chi pei passi, chi per le stanze; erano le richieste capricciose, i consumi eccessivi, le finanze impotenti; ogni cosa in travaglio e confusione.
Altri tormenti, oltre i raccontati, travagliavano i Piemontesi e rendevano impossibile ogni buon governo; questi erano l'incertezza delle sorti future. Sorgevano e s'inviperivano le sette. Chi voleva essere Franzese, chi Italiano, chi Piemontese. Gli amici si odiavano, i nemici si accordavano, nessun nervo di opinione. Accrebbe l'incertezza ed i mali umori un atto del consolo, con cui diede il Novarese sì alto che basso alla Cisalpina. La sinistra novella sollevò gli animi maravigliosamente in Piemonte, perchè si pensò che Buonaparte volesse restituire il rimanente al re. Il governo protestò: il consolo, che sapeva ciò che si faceva, si maravigliava che si temesse, che si protestasse. Pure non si scopriva; i timori, le sette e le angustie del governo crescevano. Era segno il Piemonte ad ogni più fiera tempesta.