Fra sì funesta intemperie, ebbe il governo che allora, sotto nome di commissione esecutiva, surrogata alla commissione di governo, era composto di Bossi, Botta e Giulio, un consolativo pensiero, e questo fu di stanziar beni di una valuta di cinquecento mila franchi all'anno a benefizio dell'università degli studii, dell'accademia delle scienze, del collegio e di altre dipendenze, ordine veramente benefico e magnifico, di cui solo si trovano modelli negli Stati Uniti d'America per munificenza del congresso, com'erano in Polonia per munificenza dell'imperatore Alessandro.

Fu questo conforto piccolo pei tempi, perchè le disgrazie sormontavano. Continuossi a vivere disordinatamente, discordemente, servilmente, famelicamente in Piemonte, finchè venne il destro a Buonaparte d'incamminarlo a più certo destino.

Le sorti di Genova erano del pari infelici, parte pei medesimi motivi, parte per diversi. Per la capitolazione d'Alessandria, abbandonava Hohenzollern Genova, non senza aver prima, per comandamento di Melas, esatto dai sessanta negozianti più ricchi un milione, come diceva, in presto ad uso dei soldati. I Franzesi, condotti da Suchet, entrarono nella desolata città il dì 24 giugno. Quante sventure e quanti dolori abbiano in sè queste frequenti mutazioni di dominio, ciascuno può giudicare. Trattaronla i Franzesi duramente, come se fosse sana ed intera.

Il consolo, come in Cisalpina ed in Piemonte, creava una commissione di governo con tutte le potestà, salvo la giudiziale e la legislativa; creava una consulta colla potestà legislativa; creava finalmente presso il governo ligure un ministro straordinario, chiamandovi il generale Dejean. Nella presa del magistrato sorsero le solite adulazioni, maggiori però da parte del ministro straordinario che del governo. Più certo e più chiaro era il destino di Genova che quel di Piemonte; perciocchè la Francia prometteva independenza. Ciò fu cagione che fosse maggior forza nel governo ligure che nel piemontese, e che le parti avverse meno si ardissero di contrastargli.

Erano quei della commissione di governo uomini pacifici e dabbene. Pure, mossi dalle grida dei democrati, stanziarono una legge d'indennità, della quale il minor male che si possa dire è, ch'era contraria ai capitoli d'Alessandria. Si risarcissero dai briganti e nemici della patria (così chiamavano i fautori dell'antico stato) i danni ai danneggiati; se non avessero di che risarcire, risarcissero per loro i comuni; radice pericolosa era questa di enormi arbitrii.

Con questi accidenti si viveva il governo povero, obbligato a sopperire allo Stato ed ai soldati forestieri: Keit dominava i mari e serrava i porti; Genova, sempre in servitù o periva di fame o periva per ferro; contristava vieppiù la città, venuta a crudeli strette per la forza, la malattia pestilenziale che, non che cessasse, montava al colmo. Due mila perirono in un mese. Brevemente, le condizioni dei tre Stati contermini era questa; in Piemonte fame, peste di carta pecuniaria, incertezza di avvenire; in Cisalpina abbondanza di viveri, erario sufficiente, maggiore speranza, se non di stato libero, almeno di stato nuovo; in Genova fame, peste e povertà d'erario. Nel resto, in tutti tre servitù; i governi, fattori di Francia.

Sospinti dalle gravi combinazioni della guerra italica, non si è fatto fin qui menzione d'un fatto importantissimo, e che avrà non meno importanti conseguenze. I cardinali, già adunati, come si è detto, in conclave a Venezia per intendere alla elezione del successore a Pio VI, nel dì 13 marzo del presente anno assunsero al pontificato il cardinale Gregorio Barnaba Chiaramonti, vescovo d'Imola, che sotto il nome di Pio VII fu, nel giorno 21 di detto mese, incoronato nella chiesa di San Giorgio Maggiore di quell'unica città. Così la fortuna preparava a Buonaparte il più efficace fondamento che potesse desiderare a' suoi disegni, fondamento più potente delle armi, più potente della fama; poichè il consolo confidava di ridurlo ai suoi pensieri con accarezzar la religione. Ciò produsse effetti di grandissima importanza.

Ricevettero i Romani con molte dimostrazioni di allegrezza le novelle della creazione del pontefice. Erano in servitù dei Napolitani: speravano che il signore proprio avesse a liberarli dal signore alieno. Partiva papa Pio il dì 9 di giugno da Venezia e dopo travagliosa navigazione arrivava ai 25 a Pesaro. Mandati avanti con suprema autorità per ricevere lo Stato dagli agenti del re Ferdinando e per dare qualche assetto alle cose sconvolte, i cardinali Albani, Roverella e della Somaglia, entrava in Roma il terzo giorno di luglio in mezzo alle consuete allegrezze dei Romani.

Provvide alla Chiesa con la creazione di nuovi pastori, allo Stato con quella di nuovi magistrati; ridusse ogni cosa, quanto possibil fosse, alla forma antica. Fu mansueto l'ingresso, mansueto il possesso; i partigiani della repubblica salvi. Stanziò che i beni venduti al tempo del dominio franzese alla camera apostolica tornassero, salvo il rimborso del quarto, ai possessori. Nè molto tempo corse che, volendo provvedere dall'un de' lati alla camera, dall'altro all'interesse dei comuni e dei particolari, tolse alcune tasse, ne pose di nuove. Volle che i comuni si liberassero dai debiti, sulla camera pontificia trasferendoli, salvo i debiti contratti per l'annona e gl'interessi corsi dei debiti anteriori; liberava i comuni dai luoghi di monte, sullo Stato investendogli, ma al tempo medesimo statuiva che, finchè l'erario non fosse ristorato, solo i due quinti dei frutti dei monti si pagassero. Comandava che i quattro quinti si corrispondessero ai possessori dei monti vacabili, e che i luoghi di monte sì perpetui che vacabili fossero esenti da ogni qualunque tassa o contribuzione. Aboliva le gabelle privilegiate, quali quelle dei bargelli, del bollo estinto, dei cavalli morti, o le trasferiva a benefizio dei comuni. L'opera poi delle contribuzioni indirizzava a più generale ed uniforme condizione: creava due tasse, abolito ogni privilegio e consuetudine antica che fosse contraria. Chiamò l'una reale e l'altra dativa. Quattro erano le parti della prima; un terratico di paoli sei per ogni centinaio di scudi d'estimo pei fondi rustici, una imposizione di due paoli per ogni centinaio di scudi di valuta sui palazzi e case urbane, un balzello di scudi cinque sui cambii per ogni centinaio di frutti, una contribuzione di valimento, che doveva sommare alla sesta parte di tutte le rendite dei capitali naturali e civili, rustici ed urbani sopra coloro che consumassero le loro rendite fuori di Stato. La dativa consisteva nella gabella del sale sforzato, in quella della mulenda o macinato, ed in quella di tre paoli per ogni barile di vino che s'introducesse in Roma, salva la esenzione pei padri di dodici figliuoli e pei religiosi mendicanti. Buoni ordini furono questi, fatti anche migliori dal benefizio di aver cassa del tutto la carta pecuniaria.

Non omise il consolo di considerare le romane cose. Prevedeva che come la pace coi re era per lui grande mezzo di potenza, così maggiore sarebbe la pace con la Chiesa. Quando poi seppe che il cardinale Chiaramonti era stato esaltato al supremo seggio, concepì maggiori speranze, perchè il conosceva fornito di pietà sincera, e però più facile ad essere tirato. Era gran cosa quella che veniva offerendo il consolo, perchè il ristorare la religione cattolica in Francia importava non solamente la restituzione di un gran reame alla santa Sede, ma ancora la conservazione pura ed intatta degli altri; conciossiachè non era da dubitare che se la Francia avesse perseverato nell'andare sviata in materia di religione, anche gli altri paesi sarebbero stati, o tardi o tosto, contaminati dall'esempio. Per la qual cosa papa Pio VII prestava benigne orecchie a quanto il consolo gli mandava dicendo. Adunque, tentati prima gli animi da una parte e dall'ultra, si venne poscia alle strette del negoziare, e finalmente alla conclusione, come sarà a suo luogo raccontato.