Buonaparte dominava la terra, Nelson il mare. Dopo la vittoria di Aboukir, comparve questi colla vincitrice armata davanti a Malta, già bloccata, e tolse, se alcuna ancor restava, ogni speranza di redenzione ai Franzesi assediati. Fece più volte, ma invano Nelson, la chiamata a Vaubois, che la comandava. Incominciava a patire maravigliosamente di vitto, d'abiti, di denaro; le malattie si moltiplicavano. Non per questo rimetteva Vaubois della solita costanza, nè allentava la diligenza delle difese. Per provvedere ai cambii, costrinse i principali isolani a dargli carte d'obbligo da scontarsi in Francia alla pace generale, e con queste pagava i soldati. Per vestirli, si fe' dare tele e drappi; per pascerli, farine; spianava pane, obbligava gl'isolani a venir levare le farine da lui, moltiplicava i conigli ed il pollame, per modo che molto tempo bastarono. Infieriva lo scorbuto; il combattevano col coltivare a molta cura nei luoghi più acconci gli ortaggi. Un Nicolò Isvard di Malta, maestro di musica, componeva opere, e recitavano, e cantavano, e ballavano. Pure la fame pressava. Provavasi il governatore a mandar in Francia per soccorso il Guglielmo Tell; ma i vigilanti e lesti Inglesi se lo pigliarono. Stava attento, e provvedeva con mirabile accortezza a tutti gli accidenti. Fecero i Maltesi di fuori congiure con quei di dentro: Vaubois le scopriva; davano assalti, e li risospingeva; pruove mirabili di chi si moriva di fame e di morbo. In cospetto degli assediati, tre navi tolonesi, cariche di tre mila soldati e di munizioni sì da bocca che da guerra, venivano in potere di Nelson. Ogni giorno, anzi ogni ora, la fame cresceva. Mandava fuori le bocche disutili; gl'Inglesi, barbaramente, come se vi fosse pericolo di vicino soccorso, le rincacciavano. Parecchi morirono di fame sotto le mura, gli altri, più morti che vivi, furono di nuovo ricettati dai Franzesi. Prevedeva Vaubois avvicinarsi l'ultima fine. La fame sopravanzò il valore. Vennesi a resa, ma onorevole, il dì 5 settembre.
Mentre l'Inghilterra, che già per la possessione di Gibilterra aveva la chiave del Mediterraneo, si sforzava di acquistarvi una stanza sicura con l'espugnazione di Malta, ordinavano concordemente la Russia e la Porta Ottomana le condizioni delle possessioni ioniche. A questo modo le veneziane isole arrivarono, in mezzo a tante guerre, ad una condizione non solo tollerabile, ma buona, ed in lei vissero parecchi anni assai felicemente; vennero poi nuove guerre e nuove ambizioni nuovamente a turbarle.
La sospensione delle ostilità non rallentava gli apparecchi di guerra nè dall'una parte nè dall'altra. Buonaparte, che, mentre si combatteva in Germania ed in Italia, non aveva mai intermesso di ordinar nuove genti, ne aveva già adunato un numero di non poca importanza, e le mandava ad ingrossare ora l'esercito germanico ed ora l'italico. Un grosso corpo specialmente ne aveva rannodato, il quale posto sotto la condotta di Murat, e stanziando nei contorni di Digione, accennava ad ambedue. Dal canto suo l'Austria non ometteva di levar nuovi soldati, massimamente dall'Ungheria, e gli inviava a rinforzar quelli che alloggiavano ai confini. L'esercito vinto a Marengo si conservava tuttavia intero, ed era pronto a contendere di nuovo della vittoria. Ma non piccolo fondamento alle future cose faceva la corte di Vienna sulle mosse di Toscana, che, posta pei capitoli d'Alessandria fuori del dominio franzese, e conseguentemente in quello dell'Austria, seguitava i desiderii dell'imperatore.
Grande odio annidava ancora in Toscana contro i repubblicani, perchè e troppo oltre era trascorso, nè si cessava di fomentarlo. Al medesimo fine indirizzava gli animi la reggenza creata in nome del duca. Il marchese Sommariva, mandato perchè desse forma a quelle masse incomposte, le ingrossasse e le armasse, con indefessa attività attendeva a compir l'ufficio che gli era stato commesso. Quelle genti, siccome quelle che non avevano nè ubbidienza nè ordine, ed erano mosse da odio contro i repubblicani, ruppero i confini, e romoreggiando sui monti che dividono la Toscana dal Bolognese e dal Modenese, vi facevano molti insulti. Questi moti diedero qualche apprensione ai repubblicani. Per la qual cosa, usando l'occasione, non solamente richiedevano la Toscana e Sommariva che frenassero e punissero i violatori dei confini, ma ancora dissolvessero le masse dei contadini armati. Non fece Sommariva risposta che piacesse, e continuava a scorrere il paese a suo piacimento. Ciò diede occasione, muovendolo anche l'esca di Livorno, al consolo di far risoluzione di occupare sforzatamente la Toscana.
A questo fine mandò comandando a Dupont, varcasse prestamente gli Apennini e s'impadronisse di Firenze; a Monnier, andasse a combattere e a disfare in Arezzo quel nido infesto di sollevati; a Clement, marciasse più sotto, e Livorno in poter suo recasse. Nè fu diverso l'esito dalle intenzioni; perchè il primo occupava facilmente la capitale della Toscana, e l'ultimo partendosi da Lucca, arrivava a Livorno, dove pose le mani adesso a cinquanta bastimenti inglesi e ad una quantità grandissima di frumenti. Le cose non successero di questo dalla parte di Arezzo. Gli Aretini si difendevano virilmente. Fu presa d'assalto il 19 di ottobre, con moltissimo sangue. Seguitava una strage, una insolenza, un sacco tale, quale si doveva aspettare da soldati irritati per ingiurie nuove, che avevano risuscitata la memoria delle antiche. Il terrore concetto pel caso di Arezzo fe' risolvere in gran parte le masse toscane. Sommariva si ritirava nel Ferrarese.
Le cose si volgevano novellamente a guerra tra Francia ed Austria. Non aveva voluto l'imperatore ratificare ai preliminari di pace stipulati a Parigi il dì 8 luglio tra il conte San Giuliano ed il ministro Taleyrand. Stimolava a questi giorni instantemente l'Inghilterra l'imperadore alla guerra, perchè, avendo rifiutato la pace, abborriva dal restar sola contro la Francia, nè poteva ancora accomodar l'animo al pensiero che i Paesi Bassi avessero a restare in possessione della potenza emola a lei: offeriva adunque sussidii di denaro ed aiuti di forze dalla parte di Napoli. Dall'altra parte l'imperadore non sapeva risolversi ad abbandonar la possessione di Mantova, parendogli che fossero mal sicuri i suoi nuovi acquisti in Italia finchè quella fortezza fosse in potestà di uno Stato dipendente intieramente dalla Francia. Quantunque poi si trovasse privato della forte cooperazione dell'imperadore Paolo, giustamente confidava di poter fare fortunata guerra da sè stesso, ricordandosi delle recenti vittorie di Verona e di Magnano, e considerando che si era perduta la giornata di Marengo un sol momento, dopo ch'era stata vinta sei ore, nè per difetto di valore ne' suoi soldati.
Erano gli eserciti avversi ordinati a questo tempo nel seguente modo. Al germanico di Francia condotto da Moreau stava a fronte il germanico d'Austria governato da Kray; all'italico di Francia che obbediva a Brune, l'Italico d'Austria cui era proposto Bellegarde. Fra i due e per congiungere l'uno coll'altro, si trovavano posti in mezzo nei Grigioni un franzese governato da Macdonald, nel Tirolo un austriaco capitanato da Hiller. Così Moreau con Kray, emoli antichi, Macdonald con Hiller, Brune con Bellegarde avevano a combattere.
La sollevazione del paese toscano che aveva obbligato Brune a smembrar parte delle sue forze ed a mandarle oltre il suo fianco destro, aveva debilitato il restante. Laonde pensò il consolo a mandarvi nuove genti, con comandare a Macdonald, che, lasciati grossi presidii nei Grigioni, si calasse prima dai Grigioni nella Valtellina, poscia dalla Valtellina sulle sponde dell'Oglio e dell'Adige, quello per rinforzar Brune dove alloggiava, questo per riuscire alle spalle di Bellegarde, ed obbligarlo a ritirarsi indietro dalla fronte del Miurio, dove allora aveva le sue stanze. Aspro e difficile comandamento era questo del consolo; ciò non ostante, non si perdeva d'animo Macdonald, stimolando il fatto del San Bernardo, e volendolo emulare. L'antiguardo condotto da Baraguey d'Hilliers, siccome quello che era e partito più presto e più vicino a quei monti, parte varcando la Spluga, parte il monte dell'Ora, riusciva, non senza aver superato ostacoli gravissimi, sulla destra a Chiavenna, sulla sinistra a Sondrio. Acquistava per tal modo Baraguey l'impero della Valtellina, e facilitava la strada allo scendere di Macdonald. I Valtellini, al veder comparire quelle genti, si maravigliavano, come se venissero dal cielo; tanto pareva loro impossibile che elleno per quei luoghi ed in quella stagione (novembre) fossero passate. Restava l'opera più difficile a compirsi a Macdonald.
Arrivato a Tusizio, donde si sale al monte eternamente incappellato di nevi e di ghiacci, pareva che la natura fosse divenuta insuperabile. Tanto erano alte le nevi, tanto chiusa la strada, già di per sè stessa sdrucciolevole, stretta, rotta e precipitosa; pure, come al San Bernardo, si posero le artiglierie sui traini, le provvigioni sui muli; marciavano, ma con difficoltà grandissima. Arrivava l'antiguardo condotto dal generale Laboissiere al villaggio di Spluga; donde restava a salirsi l'erta precipitosa che porta al sommo giogo. Mettevansi in viaggio, e con penosi passi ed infinito anelito procedendo, alla bramata cima già si approssimavano, quando ecco levarsi un levante furiosissimo, che, innalzando un immenso nembo di nevosa polvere e negli occhi dei soldati gettandolo, rendeva impossibile ogni passo. La forza della veemente bufera furiosamente soffiando sul dorso delle nevi ammonticchiate sopra quegli sdrucciolenti gioghi, levava un'orribile sommossa di neve, che con incredibile velocità e fracasso sulle sottoposte valli piombando, portò con sè a precipizio quanto le si era parato davanti. Trenta soldati precipitati nell'abisso perirono; gli altri atterriti, le strade chiuse. Aggiunse la sopravvegnente notte nuovo orrore al fatto: tornarono a Spluga. Laboissiere, che, separato da' suoi, precedeva con le guide, a male stento e quasi morto aggiungeva alla cima; trovovvi benigno ospizio appresso ai religiosi, che, come quei del San Bernardo, attendono con pietà sì eroica alla salute dei viaggiatori.
Pareva disperata l'impresa, e sarebbe stata, se non fosse arrivato Macdonald, il quale, spinto da ardente desiderio di emolare il consolo, e prevedendo che lo stare importava la distruzione per la mancanza dei viveri, con accesissime esortazioni tanto fece, che le stanche ed atterrite genti di nuovo s'incamminavano. Precedevano quattro forti buoi a pestar le nevi: seguitavano quaranta palaiuoli ad appianarle ed a fare il sentiero: i zappatori, venendo dopo, l'assodavano; due compagnie di fanti a destra ed a sinistra perfezionavano pel sicuro passo ciò che ancora si trovava imperfetto. A questi s'attergavano le altre genti, fanti e cavalli; le artiglierie, le bestie da soma viaggiavano alla coda; questo era l'antiguardo. Arrivata sulla cima all'ospizio, con infinita allegrezza si ricongiungeva col salvato Laboissiere. Poi seguitando il cammino per la pianura del Cardinello, giungeva a campo Dolcino. Allo stesso modo varcavano il dì 2 e 3 di dicembre due altre squadre di fanti, di cavalli e d'artiglierie; il tempo freddo e sereno, le nevi indurite in ghiaccio facilitavano il passo. Solo alcuni soldati, per la forza di quell'insolito rigore, o morivano gelati o, perdute le estremità, con le membra monche restavano. Crudo era il viaggio, ma con isperanza di terminarlo felicemente, quando il dì 4 (rimaneva a varcarsi il retroguardo in cui si trovava Macdonald) si levava una spaventevole bufera, che e gli uomini col soffio violentissimo arrestava e sotto monti di lanciata neve li seppelliva, ed ogni traccia che fatta si fosse di strada intieramente scassava. La disperazione entrava negli animi: le guide, uomini del paese, atterrite, attestavano l'impossibilità del passare, e l'opera loro ricusarono. Era per perire Macdonald sotto monti di neve come era perito Cambise sotto monti di arena. Ma vinse la virtù sua e dei compagni: queste sono opere piuttosto da giganti che da uomini. Incoraggiò le guide, incoraggiò i soldati. Accorreva e gridava: «Franzesi, ha l'esercito di riserva vinto il San Bernardo, vincete voi la Spluga: superate per gloria vostra quello che la natura ha voluto fare insuperabile: i destini vi chiamano in Italia; ite e vincete, prima i monti e le nevi, poscia gli uomini e l'armi.» La lunga tratta delle squadre desolate riprendeva il cammino. Imperversava vieppiù la bufera: spesso le guide piene di un alto terrore tornavano indietro, spesso gli uomini sepolti, spesso dispersi, spesso la stretta foce della sublime valle si trasformava in monte di neve; là era un muro bianco e sodo, dove prima era l'aperta; chiusa ogni strada. S'aggiungeva un freddo intensissimo, maggiore quanto più si saliva e che gli animi attristava e prostrava, e le membra, con renderle inutili, aggrezzava. Le nevose ed estemporanee mura spesso si rinnovavano, l'inesorabile inverno spaziava largamente e dominava; le Rezie Alpi in atto di sorbirsi gli audaci Franzesi. Rifulse in tanto estremo caso mirabilmente quanto possa questa portentosa umana natura; perchè, non restandosi Macdonald nè i suoi a quel mortale pericolo, aprivano ciò ch'era chiuso, spianavano ciò ch'era montuoso, rompevano ciò che era ghiacciato, assodavano ciò che era cedevole, sgretolavano ciò che era sdrucciolente, coprivano o riempivano ciò che era abisso. Per tale modo, quantunque un rovinoso inverno li chiamasse a distruzione ed a morte, l'inverno vincevano, e contrastando a quanto hanno di più terribile e di più insuperabile i furibondi elementi, riuscivano nella Valtellina valle a salvamento. Rallegravansi dell'acquistata vita l'uno con l'altro, perchè si erano creduti morti; godevasi Macdonald il raccolto frutto dell'invitta costanza. Imprese son queste che paiono impossibili, e più a coloro che le hanno effettuate. Non le crederebbe la posterità, se il secolo nostro, tanto abbondante raccontatore, non una, ma cento testimonianze non fosse per tramandarne; nè ricorda alcuna storia o antica o moderna fatto più maraviglioso o più erculeo di questo.