Clemente
XIII papa 1.

Francesco
I imperadore 14.

La notte del secondo giorno di maggio dell'anno presente, vide l'ultima sua ora Benedetto XIV. Dotto amico dei dotti, visse, e li protesse e li sollevò, e sotto l'ombra sua li raccolse. Il seppero Cristoforo Maire e Ruggiero Giuseppe Boscovich, matematici celebratissimi, cui chiamò ed a cui diede carico di misurare l'arco del meridiano in tutto lo Stato ecclesiastico, e il fecero. Lo seppe Giovanni Poleni, professore di matematica nell'università di Padova, cui chiamò per consigliarsi con esso lui sul ristauro della basilica Vaticana, la cui volta minacciava ruina. Lo seppe il Quadrio, cui col consiglio e con generose opere soccorse. Lo seppero finalmente Muratori e Maffei, a cui per lettere fece testimonio quanto le persone loro e gli studii onorasse. Nè alcun celebre personaggio era dentro o fuori d'Italia, che da Benedetto estimazione, onore e favore non ottenesse. Al mondo è nota la lettera scrittagli da Voltaire quando gli mandò il suo Maometto. Il poeta, che malizioso era, forse intendeva, secondo il suo costume, a malizia: ma il papa gli rispose con tanta disinvoltura e spirito che il poeta non ne rimase in capitale.

Nè solo ai particolari uomini aveva cura il generoso pontefice per sollevarli o per onorarli, ma spandeva ancora i frutti della sua munificenza sopra le scientifiche e letterarie compagnie. Fomentò, accrebbe, arricchì l'istituto di Bologna, e l'accademia Benedettina fondò, in cui gli allievi con accomodati premii si stimolavano ai buoni studii.

Le opere sue Roma ancora con gratitudine rammenta. Riedificò di marmo, ornò di statue, crebbe d'un doppio portico e di colonne la facciata della basilica Liberiana, così chiamata per essere stata edificata nel quarto secolo da san Liberio papa, nominata anche volgarmente Santa Maria della Neve, a cagione di una neve caduta miracolosamente ai 5 d'agosto sul monte Esquilino, o Santa Maria ad Praesepe, a motivo della culla di Gesù Cristo, che in lei, come dicono, si conserva, o finalmente Santa Maria Maggiore, perchè tiene il primo luogo fra le dedicate alla Vergine, ed è una delle quattro patriarcali, e delle più belle di Roma. Per queste cagioni Benedetto vi aveva volto il pensiero per instaurarla ed abbellirla. Instaurò il triclinio presso san Giovanni in Laterano, rovinato sotto il pontificato di Clemente XII, e vi ripose l'antico mosaico di papa Leone III. Per averla goduta essendo cardinale, ornò di facciata, ne fece dipingere la volta, corredò di tribuna e ridusse allo stato presente la basilica Sessoriana, ossia chiesa di Santa Croce in Gerusalemme, una delle sette basiliche, fondata da Costantino in memoria del ritrovamento della Santa Croce fatto da sant'Elena madre in Gerusalemme. Abbellì di pitture e di mosaico la magnifica basilica di San Paolo, e vi terminò sino a' suoi tempi la serie de' ritratti dei papi che, incominciata da san Leone il Grande insin da san Pietro, fu poi continuata da san Simmaco sino al 498. Queste cose Benedetto faceva per pietà e munificenza, queste altre a munificenza pure, ma eziandio ad utilità indirizzava: ampliò l'ospedale di Santo Spirito e creò la scuola del disegno con investir denaro pel mantenimento e pei premii. In somma tutto in Roma ancora rammenta ed accenna i benefizii di Benedetto.

Nè il mondo taceva o tace delle virtù d'un tanto papa. Sommo pregio è la tolleranza fra gli uomini, che tanto deboli sono, e questa intiera e perfetta possedè il buon Lambertini. La sapeva in oltre condire con ilari e cortesi modi, per forma che ad ognuno era manifesto che in lui da natura procedeva, non da arte, e quantunque arte non fosse, nè studiato pensiero, era finissimo sussidio, poichè niuna cosa più alletta e vince chi dissente, che la sopportazione, niuna più li rende contumaci ed ostinati che la rigidezza e la superbia altrui.

Il migliore mezzo di propagare il bene era il suo dolce procedere: Benedetto era atto a conquistare il mondo, perchè colle sue rare virtù conquistava i cuori.

Era allora in Francia un incomposto miscuglio di cose in materia di religione, in conseguenza delle diverse sentenze e delle parti che vi regnavano, e che dalle cattedre e cogli scritti, gli uni contro gli altri contendevano e menavano un grandissimo romore; casisti, filosofi, teologi morali e speculativi, increduli e credenti.

Se un papa di minore mansuetudine e prudenza avesse occupato la sede di san Pietro, al certo sarebbe nata in quel discorde paese la guerra civile. La tolleranza di Benedetto tolse legna al fuoco. Delle pazzie franzesi di quel tempo ei non sapeva darsi pace e si stringeva nelle spalle, e pregava Dio che facesse sano di spirito chi n'era infermo. A questo proposito egli, che arguto e trattoso era nel favellare, disse quel famoso motto: La Francia è il regno meglio governato che vi sia, posciachè è la Provvidenza che lo governa. Con ciò toccava principalmente la debolezza della corte, che maggiore impeto pareva avere per precipitarsi nel vizio, che forza per reggere lo Stato. Brevemente, tali erano le condizioni di quel regno, che si può con verità affermare, andare i Franzesi obbligati a Benedetto di molto sangue loro risparmiato. Certo è anzi che i protestanti della Linguadoca, contro i quali prelati troppo fervidi volevano ricominciare le persecuzioni coi roghi e colle forche, come ai tempi di Luigi XIV, dalla benigna intercessione del pontefice riconobbero il quieto vivere.

Grande agevolezza ancor trovò in lui il re di Prussia pe' suoi cattolici della Slesia, ed il papa nel re; si scrissero frequenti lettere l'un l'altro: fra due sovrani d'alto ingegno tosto nacque la concordia, nè niuna lode v'era, che Federico non desse a Benedetto. I protestanti di Germania in somma venerazione il buon pontefice avevano, e come pontefice venuto al mondo per cessare i loro risentimenti contro la santa Sede.