Gli Inglesi medesimamente con non minor rispetto il riguardavano, non come i Tedeschi pacatamente, ma mescolandovi, secondo il solito, l'entusiasmo e il lasciarsi guidare dall'umore. Ed ecco il ministro Walpole alzare, nel suo palazzo di Londra, una statua a Lambertini, scolpitovi sotto il seguente elogio, composto dal figliuol suo:

«A Lambertini innocente nel principato, restitutore della tiara pontificia, sommamente amato dai cattolici, sommamente stimato da' protestanti, ecclesiastico non insolente, da ogni cupidità ed ambizione alieno, principe senza studio di parte, pontefice senza nipote, autore senza vanità, modesto uomo in tanta potenza, con tanto ingegno:

Il figliuol del ministro, che non mai alcun principe adulò, non mai alcun ecclesiastico venerò, in libero protestante paese questo tributo di laude all'ottimo pontefice de' Romani innalzò.»

La quale scappata inglese come fu raccontata a Lambertini, disse: «E mi par di essere come le statue della piazza di San Pietro, che vedute di lontano appariscono con acconcio e mirabile artificio fatte, ma da vicino brutte e deformi le diresti.» Ma le lodi erano vere ed il gran papa le meritava.

Tale fu Lambertini e tale al mondo si mostrò, nè mai altro papa diede quanto egli così grande avviamento alla riunione delle religioni cristiane dissidenti colla cattolica. Ciò col costume e col procedere savio, prudente, e dolce piuttosto che coi sillogismi faceva. Sapeva che i buoni costumi allettano e convertiscono gli uomini, le sottili argomentazioni li fanno renitenti e caparbi. Il costume non offende, perchè non comanda; il vincere per logica o per forza sì, perchè fra due contendenti indica superiorità in chi vince, inferiorità in chi perde, superbia da una parte, umiliazione dall'altra.

È qui da notare che poco tempo prima della sua morte, questo lodato pontefice aveva dato, alle ripetute istanze del Portogallo contro i Gesuiti, un breve diretto al cardinale Francesco Saldagna, a questo oggetto da quel re destinato, nel quale gli commetteva di visitare le case di detta compagnia per riconoscerne (se sussistessero) gli abusi e le mancanze, e quindi riferire del risultamento delle sue pratiche, non senza proporre le misure di riforma che stimasse necessarie per ridur que' religiosi alla lor santa e primitiva osservanza, passando anche alla riforma stessa ogni qual volta il bisogno lo richiedesse, giusta la lettera istruttiva che in un col breve gli veniva trasmessa.

Dodici giorni dopo la morte di Benedetto XIV si raccolsero in conclave i cardinali, e nel dì 6 di luglio gli elessero a successore il cardinale Carlo Rezzonico, Veneziano, che assunse il nome di Clemente XIII.

In meno di due giorni la nuova dell'elezione giunse in Venezia, dove risvegliò generale esultanza, e fu festeggiata colla suntuosità a quella repubblica consueta; scrivendo pure il nuovo papa direttamente alla veneta signoria, e ricevendone risposta, nella quale veniagli attestato il giubilo universale per la sua esaltazione.

La notte del 3 settembre, tornando il re di Portogallo da una visita fatta alla marchesa di Tavera, fu assalito da tre uomini a cavallo, due de' quali, sparando contro il calesse per di dietro, ferirono il re malamente sì che per tre mesi dovette starne ritirato. Un tetro silenzio per tutto quel tempo regnava alla corte, ed ognuno era ansioso di vedere l'esito di un affare cotanto serio. Finalmente la mattina del dì 13 dicembre, si videro circondati i palazzi di diversi dei principali signori, e condotti pubblicamente nelle nuove carceri di Belem il marchese Francesco di Tavora con due suoi figli, due fratelli, due generi ed alcuni domestici; nel giorno seguente fu pure arrestato il duca d'Aveiro nella sua casa di campagna: ed, oltre i suddetti arrestati, anche la marchesa di Tavora, già stata vice-regina di Goa, fu condotta in un convento di monache, come in altri conventi furono trasportate la nuora, marchesa di Aveiro, della suddetta marchesa di Tavora, e le due sue figliuole, contessa d'Atouguia, e marchesa d'Alorna.

Nello stesso giorno in cui si vide lo imprigionamento di quelle persone, furono da' soldati accerchiate tutte le case che i Gesuiti tenevano in Lisbona, e successivamente le altre che nel resto del regno possedevano, ed in tutte un regio ministro visitò minutamente le stanze e le persone; vietata intanto qualunque comunicazione all'esterno.