Le cose pressavano molto nel Tirolo. Moncey e Macdonald intendevano a serrare da ogni parte Wukassovich e Laudon, per impedir loro la facoltà del ritirarsi. Ma il primo, alloggiato superiormente al secondo, e prestamente obbedendo a Bellegarde, entrato per Pergine nella valle del Brenta, schivava il pericolo, e sicuramente per la sponda di questo fiume camminava alla volta del suo generalissimo; il secondo, pel contrario, si trovava in molto ardua condizione, imperciocchè già si era condotto tanto innanzi, che era disceso fin sotto a Roveredo, e non poteva più tornare indietro per Trento innanzi che Macdonald vi arrivasse. Era, oltre a ciò, aspramente combattuto da Moncey dalla parte inferiore, per modo, che cacciato all'insù da un sito all'altro, aveva anche abbandonato al vincitore la possessione di Roveredo. Al tempo stesso Macdonald, superata la resistenza che Davidowich con un po' di retroguardo di Wukassovich aveva fatto a Trento, s'impadroniva di questa ultima capitale del Tirolo italiano. Era dunque tolto ogni scampo a Laudon per la strada maestra, nè altra speranza gli restava che quella di condursi, per le strette ripide e malagevoli di Cadonazzo, a Levico. Ma illuso Moncey colla notizia d'una tregua, frettolosamente marciando per approfittar dell'inganno, a Levico arrivava a salvamento, donde calando con viaggio prospero, si avvicinava a Bellegarde. Diede Moncey all'insù di Roveredo, Macdonald all'ingiù da Trento: incontraronsi fra le due città i due generali della repubblica, dolenti ambidue dell'essere stati ingannati. Restava a Macdonald che compisse un'altra parte del suo disegno, piacendogli le imprese grandi ed audaci: quest'era di montar l'Adige sino a Bolzano ed a Brissio, poi di entrare nella valle della Drava per uscire alle spalle di Bellegarde, e tagliargli la strada al suo ricetto d'Austria. Infatti, già era arrivato col suo antiguardo a Bolzano, combattendovi gagliardamente il generale Auffenberg, che vi stava a difesa con quattro mila soldati; non la guerra, ma la pace impedì a Macdonald l'esecuzione del suo animoso disegno.

Eransi Wukassovich e Laudon ricongiunti con Bellegarde, che ancora poteva tener in pendente la fortuna, ma non volle più avventurare le sorti, avendogli interrotto la speranza le novelle allora pervenute della sospensione di Steyer. Per la qual cosa si ritirava dal Brenta, riducendosi sulle sponde del Piave. Il perseguitava Brune: era il fine della guerra. A petizione del generale d'Austria, si concluse, il dì 16 gennaio, a Treviso un trattato di tregua coi capitoli seguenti: si sospendessero le offese; le due parti non potessero rompere il trattato se non dopo quindici giorni di disdetta; le piazze di Peschiera e di Sermione, i castelli di Verona e di Legnago, la città e la cittadella di Ferrara, la città e il forte d'Ancona si consegnassero ai Franzesi; Mantova restasse bloccata dai repubblicani ad ottocento braccia dallo spalto, con facoltà al presidio di procacciarsi viveri di dieci in dieci giorni; i magistrati austriaci si rispettassero; la tregua durasse trentatrè dì, compresi i quindici; nissuno per fatti od opinioni politiche potesse essere molestato. Non piacque al consolo l'accordo di Treviso, perchè non giudicava a suo proposito che l'Austria possedesse Mantova. Fu forza cedere, e, per un nuovo accordo fatto a Luneville, fu quella principalissima fortezza data in mano dei Franzesi.

La sospensione di Treviso ridusse alle strette il re di Napoli, perchè per lei potevano i Franzesi più espeditamente attendere alla ricuperazione dei paesi perduti. Il conte Ruggiero, volendo cooperare con Bellegarde, si era mosso coi Napolitani, e, traversato lo Stato romano era, andato in Toscana, alloggiandosi in Siena. Dall'altro lato il marchese Sommariva con qualche squadrone di Tedeschi e coi fuorusciti aretini s'era ancor egli fatto avanti, ed aveva levato a rumore le parti superiori del granducato. Al quale moto sollevati gli Aretini, siccome quelli che mal volentieri sopportavano il nuovo dominio, di nuovo erano corsi all'armi, ed avevano condotto in grave pericolo Miollis, che con poche genti custodiva la Toscana. Messi in confusione e sconquasso i confini, si incamminavano Sommariva da una parte, il conte Ruggiero dall'altra all'acquisto di Firenze, dove il generale franzese aveva la sua principale stanza. Queste cose accadevano sul principiare del presente anno. Disperando Miollis, perchè si sentiva più debole pel poco numero de' suoi soldati, misti di Franzesi, Cisalpini e Piemontesi, di far fronte ad un tratto ai due nemici, s'appigliò prudentemente al partito di combatterli separati, usando celerità. Marciavano primieramente contro i Napolitani, condotti dal conte. Guidava il generale Pino l'antiguardo di fanti cisalpini e di cavalli piemontesi. Affrontava tra Poggibonzi e Siena una grossa colonna di cinque o sei mila fanti napolitani, e valorosamente urtando con le baionette, li voltava in fuga. Volle il conte far testa in Siena; ma Pino, guidato dal proprio valore, da quello de' suoi, dal fervore della vittoria, dava dentro incontanente, e, fracassate coi cannoni le porte, vittoriosamente vi entrava. Ritirossene il conte; poi fece opera di rannodarsi sui poggi vicini; ma pressando viemmaggiormente i Cisalpini ed i Piemontesi, fu costretto ad abbandonar tostamente i territorii toscani, ritirandosi in quei di Roma per l'oscurità della notte.

Il marchese, udito il sinistro caso del conte, ritraeva prestamente i passi, e giva a ricoverarsi in Ancona. In tal modo Miollis per valore de' suoi e per la provvidenza propria riduceva di nuovo in arbitrio di Francia le cose di Toscana, e teneva in timore il sinistro fianco di Bellegarde.

Queste erano le condizioni di Toscana quando, conclusa la sospensione di Treviso, nella quale non fu compreso il re di Napoli, le cose del regno restarono esposte a grandissimo pericolo; perchè Murat, siccome gli era stato comandato dal consolo, già venuto con le nuove reclute in Italia, s'incamminava a gran passi contro la Toscana e la Romagna per invadere il regno. Ai soldati di Murat s'accostava al medesimo fine una forte squadra dell'esercito vittorioso di Brune: ogni cosa cedeva alla riputazione della vittoria. Il resistere pel re era impossibile, la sua ruina certa. La salute, caso da non essere presentito, gli venne dal settentrione.

Carolina regina, donna di mente forte, e che non dava molta fede alle matte credenze ed alle parole gonfie, si era risoluta, voltando tutto l'animo alle speranze russe, e non isperando in altro modo congiunzione con Francia, di andar a Pietroburgo per pregare l'imperatore Paolo ad intromettersi, come mediatore, tra il consolo e Ferdinando. Piacque la fede a Paolo: già rappattumato col consolo, mandava in Italia il generale Lewashew, affinchè s'intromettesse a concordia fra le due potenze. Si soddisfece Buonaparte del procedere di Paolo, perchè secondava i suoi fini. Venne per parte del re il cavaliere Micheroux a trovare Murat a Foligno: non istettero a negoziar lungo tempo, essendo le due parti sommamente desiderose di convenire, una per piacere a Paolo, l'altra per paura di Buonaparte. Fu dunque il dì 18 febbraio accordata tra Francia e Napoli, con corroborazione dell'autorità della Russia, una tregua, principali capitoli della quale furono che i soldati regi sgombrassero dallo Stato romano; che i repubblicani occupassero Terni, ma che la Nera non oltrepassassero; che tutti i porti di Napoli e di Sicilia si serrassero contro gl'Inglesi e contro i Turchi; che ogni comunicazione cessasse tra Porto-ferraio e Porto-longone nell'isola d'Elba fintantochè gl'Inglesi non avessero sgombrato da Porto-ferraio; che Dolomieu si liberasse dalle carceri di Messina; che si restituissero gli ufficiali ed i generali franzesi; che si obbligasse il re ad udire favorevolmente le raccomandazioni di Francia per coloro che fossero o banditi o carcerati per opinioni politiche.

Ebbe questo trattato subito effetto: vuotò il conte Ruggiero il territorio della Chiesa; prevenendo le istanze del consolo, aboliva tribunali straordinarii, e condonava ogni pena pel crimenlese. Murat, tra per vanagloria d'entrar qual liberatore in Roma e per adescare ai futuri disegni, venutovi dentro e concorrendo a lui il popolo, si condusse a far riverenza al pontefice.

Ogni cosa si componeva a concordia. Negoziavasi a Luneville per l'Austria dal conte Luigi Cobentzel, per la Francia da Giuseppe Buonaparte, l'uno e l'altro avendo mandato e possanza di concludere. Dopo qualche contenzione, pigliarono forma che il trattato definitivo di pace fosse sottoscritto il dì 9 di febbraio. I capitoli principali quanto all'Italia furono quelli stessi del trattato di Campoformio, solo variossi pei confini: l'Adige, principiando dove sbocca dal Tirolo infino alla sua foce, fosse confine tra la Cisalpina e gli Stati d'Austria; la destra parte di Verona, e così quella di Portolegnago spettassero alla Cisalpina, la sinistra all'Austria; si obbligava l'imperatore a dare la Brisgovia al duca di Modena in ricompensa dal perduto ducato; rinunziasse il granduca alla Toscana ed all'isola d'Elba, e la Toscana e l'isola si dessero all'infante duca di Parma: il granduca si ricompensasse con Stati competenti in Germania; conoscesse e riconoscesse l'imperatore le repubbliche cisalpina e ligure, e rinunziasse ad ogni titolo, sovranità e diritto sopra i territori della Cisalpina; consentisse all'unione dei feudi imperiali colla repubblica ligure. Del Piemonte nulla si stipulava.

Il re di Napoli, ridotto alla necessità di obbedire alla forza lontana di Paolo ed alla vicina di Buonaparte, si quietava anche col consolo, convenendo in un trattato di pace a Firenze, il dì 28 di marzo, sottoscritto per parte di lui da Micheroux, per parte della Francia da Alquier. Convenissi come nella tregua, e di vantaggio che il re rinunziasse primieramente e per sempre a Porto-longone ed a quanto possedesse nell'isola d'Elba; secondamente cedesse alla Francia, come cosa propria e da farne ogni voler suo, gli Stati dei Presidii ed il principato di Piombino; ancora perdonasse ogni delitto politico commesso fino a quel giorno; restituisse i beni confiscati, liberasse i detenuti, potessero gli esuli tornare nel regno sicuramente, e fosse loro restituita ogni proprietà; da ambe le parte si dimenticassero le offese.

Le cose si fermarono anche con nuova composizione con la Spagna, essendosi stipulato un trattato a Madrid, il dì 21 marzo, da Luciano Buonaparte per parte di Francia, e dal principe della Pace per parte di Spagna. S'accordarono le due parti che il duca di Parma rinunzierebbe al ducato in favore della repubblica di Francia; che la Toscana si darebbe al figliuolo del duca col titolo di re; che il duca padre si compenserebbe con rendite e con altri Stati; che la parte dell'isola d'Elba che apparteneva alla Toscana spetterebbe alla Francia, e che la Francia ne ricompenserebbe il re di Etruria collo Stato di Piombino; che la Toscana s'intendesse unita per sempre alla corona di Spagna; che se il re d'Etruria morisse senza prole, succedessero i figliuoli del re di Spagna.