MDCCCII
Anno di
Cristo
MDCCCII
. Indizione
V
.
Pio
VII papa 3.
Francesco
II imperadore 11.
Rimossi tutti gl'impedimenti, pubblicava il consolo il giorno di Pasqua del presente anno il concordato. Scriveva ai vescovi una circolare in cui con parole asprissime ingiuriava i filosofi: poi rivolgendosi ai Franzesi col solito stile discorreva che da una rivoluzione prodotta dall'amor della patria erano sorte le discordie religiose, e per esse il flagello delle famiglie, gli sdegni delle fazioni, le speranze dei nemici; uomini insensati aver atterrato gli altari, spento la religione; per loro avere cessato quelle divote solennità, in cui l'un l'altro aveva per fratello, in cui tutti sotto la mano di Dio creatore di tutti, si stimavano fra di loro uguali; per loro non udire più i moribondi quella voce consolatrice che chiama i cristiani a miglior vita; per loro Dio stesso parere sbandito dalla natura; dipartimenti distrutti dall'ire religiose, forastieri chiamati a danni della patria, passioni senza freno, costumi senz'appoggio, sciagure senza speranza, dissoluzione di società: sola religione avere potuto portarvi rimedio; averlo lui voluto, averlo nella sapienza sua voluto il pontefice, averlo i legislatori della repubblica approvato: così essere sorto il concordato, così spenti i semi delle discordie, così svanire gli scrupoli delle coscienze, così superarsi gli ostacoli della pace. Dimenticassero, esortava, i ministri della religione le dissensioni, le disgrazie, gli errori; con la patria la religione li riconciliasse; con la patria li ricongiungesse; i giovani cittadini all'amore delle leggi, all'obbedienza dei magistrati informassero: consigliassero, predicassero, inculcassero che il Dio della pace era peranco il Dio degli eserciti, e che, impugnate l'armi sue insuperabili, combatteva a favor di coloro che la libertà della Francia difendevano.
Grande allegrezza ricevettero i fedeli in Francia per la reintegrata religione; gioinne anche maravigliosamente Roma: ma non fu il contento del pontefice senza amarezze; conciossiachè il consolo aveva accompagnato la pubblicazione del concordato con certe regole di disciplina ecclesiastica sotto forma di decreto che, secondo taluni, offendevano le prerogative della santa Sede, o ristringevano l'autorità dei vescovi, o difficoltavano l'ingresso allo Stato ecclesiastico. Le quali regole, quantunque potessero parer giuste e necessarie sì per la sicurezza della potestà temporale come pel buon ordine dello Stato, ed usate già dai tempi antichi non solamente in Francia, ma ancora in altri paesi d'Europa, e massimamente in Italia, rendevano mal suono; ma il consolo ne aggiunse un'altra veramente intollerabile, perchè toccava la giurisdizione, e questa fu, che i vicarii generali delle diocesi vacanti continuassero ad usare l'autorità vescovile anche dopo la morte del vescovo, e fino a tanto che successore non avesse.
Se ne dolse il papa, e non punto calse al consolo ch'ei se ne dolesse. Orava in concistoro Pio VII, descrivendo con singolare facondia i negoziati introdotti, le stipulazioni fatte, lo stato della Francia. Quindi instò perchè gli articoli si riformassero; ma il consolo che, ottenuto il concordato, voleva essere padrone della Chiesa, non che la Chiesa fosse di lui, rispondeva ora con sotterfugi, ora con minaccie, nè mai il pontefice potè venire a capo del suo intendimento. In tale conformità continuarono le faccende religiose in Francia, finchè nuove condiscendenze del pontefice e nuove ambizioni del consolo mandarono ogni cosa in ruina ed in conquasso. A questo modo travagliava Roma con Francia; nè noi abbiam creduto d'interrompere il filo della narrazione per riferire altri fatti, de' quali ora riprenderemo il discorso.
Intanto cambiamenti notabili fin dal varcato anno erano accaduti in Piemonte. Aveva il consolo voglia di serbar questo paese per sè, ma indugiava al risolversi, ed occultava cautamente le sue intenzioni. Aveva anzi veduto volentieri il marchese di San Marsano mandato a Parigi per negoziare della restituzione del Piemonte. Le incertezze e le ambagi del consolo, le offerte palesi fatte al re dopo la battaglia di Marengo e la presenza del marchese a Parigi tenevano in pendente l'opinione dei popoli in Piemonte, e toglievano ogni modo di buon governo. Ognuno guardava verso Firenze, Roma o Napoli, dove abitava, ora in questa, ora in quella, il re Carlo Emmanuele. Sorsero le sorti fatte più certe della Cisalpina e della Liguria, mentre si tacquero quelle del Piemonte, onde chi sperava pel re ebbe cagione di più sperare, chi temeva, di più temere. In tali intricate occorrenze avvenne di verso Borea un caso di grandissima importanza, perchè nella notte del 13 marzo 1801 morì di morte violenta Paolo, imperadore di Russia; della quale non così tosto fu avvisato il consolo, che trovandosi libero dalle instanze di lui, e volendo preoccupare il passo alle intenzioni di Alessandro suo figliuolo e successore, fece un decreto, mettendovi una data anteriore, il quale, sebbene ancora non importasse la unione definitiva del Piemonte alla Francia, accennava però manifestamente che sua volontà fosse che l'unione si effettuasse: costituiva il decreto il Piemonte secondo gli ordini di Francia. Sperava che Alessandro, trovata all'assunzione sua la cosa fatta, non difficilmente sarebbe per consentirvi. Importava il decreto dato ai 2 d'aprile del 1801, che il Piemonte formerebbe una divisione militare della Francia, che fosse partito in sei dipartimenti, che le leggi della repubblica, rispetto agli ordini amministrativi e giudiziali, vi si pubblicassero ed eseguissero, che le casse al primo giugno fossero comuni, che un amministrator generale con un consiglio di sei reggesse; che Jourdan restasse eletto amministrator generale. Si crearono sei dipartimenti, dell'Eridano, poi detto del Po, con Torino, di Marengo con Alessandria, del Tanaro con Asti, della Sesia con Vercelli, della Dora con Ivrea, della Stura con Cuneo. Mandava Jourdan a Parigi per ringraziare e promettere obbedienza deputati. Furono veduti molto volontieri, massime i nobili, perchè il consolo li voleva allettare.
Intanto il consolo si studiava a conciliarsi l'animo di Alessandro ed a congiungerselo in amicizia; e, siccome astutissimo ch'egli era e sprofondato in tutte le arti di Francia, d'Italia e d'Egitto, avendo udito che il novello imperadore era di natura generosa, e tendente al governare gli uomini piuttosto con dolcezza che con severità, se gli mise intorno da tutte le parti tentandolo. E ai dolci suoni, alla magnificenza e giocondità delle parole, come benevolo, si calava Alessandro. Quindi il consolo, fatto sicuro dell'amicizia di Russia, insorgeva, e mentre Alessandro si pasceva di speranze lusinghiere, ei dava mano alla realtà, incamminandosi al dominio del mondo. Cominciando dal Piemonte, che stimava essere necessario congiungersi per avere senza impedimenti di mezzo la signoria d'Italia, comandava che il decreto dei 2 d'aprile fosse in ogni sua parte mandato ad effetto. L'Austria pei patiti danni, la Inghilterra per la lontananza, nè consentirono, nè contrastarono. Arrivarono a Torino i commissarii parigini ad ordinar lo Stato, chi per le finanze, chi pel fisco, chi pel lotto, chi per le poste, chi per gli studii, chi pei giudizii. Voleva il consolo ridurre lo Stato alla forma di monarchia; i repubblicani in Francia, eccettuati i più furibondi che aveva confinati in carcere o banditi in lidi lontani, il secondavano. Quanto ai repubblicani italiani, due mezzi gli si paravano davanti, o di vezzeggiarli come quei di Francia, o di spegnerli, non già coll'ammazzarli, perciocchè sapeva che l'età non comportava sangue, ma col torre loro l'autorità e la riputazione. Elesse quest'ultimo; al che diede anche favore la ricchezza degli avversarii, che mandavano doni, presenti e denari nelle corrotte Tuilerie, il che era cagione che a quello, a che di propria volontà inclinava, fosse anche stimolato da altri.
Buon procedere sarebbe stato questo quanto all'utile se mai non avessero potuto arrivare i tempi grossi, ma non al contrario, perchè per esso si perdevano gli amici e non si acquistavano i nemici; ma il consolo sempre aspettava prosperità. Restava Jourdan ch'era stimato repubblicano. Deliberossi a torre anche questo capo ai repubblicani, quantunque ei si fosse portato molto rimessamente con loro; partì Jourdan lodato dal consolo, desiderato dai Piemontesi. Arrivava Menou in Torino, in luogo di Jourdan. Raccontare le lepidezze e gli arbitrii che vi fece questo Menou, sarebbe troppo lunga bisogna, e forse troppo più piacevole che la gravità della storia comporti. A questa guisa passarono i tempi fra i Subalpini infino alla unione definitiva: partigiani di Francia perseguitati, partigiani di Sardegna accarezzati, partigiani d'Italia usati come stromenti di calunnie e di vendette, il giardino del re difformato da una sucida baracca ad uso d'una Turca. A questo modo incominciava il promesso legale dominio del generoso e sfortunato Piemonte.