Il consolo teneva il Piemonte per Menou, la Toscana per Murat. Voleva, come a suo cognato, aprire a Murat l'adito alle grandezze; nè Murat era di cattiva natura, solo aveva poco cervello e l'animo molto vanaglorioso: per questo, quantunque fosse buono, si piegava volontieri alle voglie del consolo, quali elle si fossero. La parte dell'esercito che egli governava, mandata primieramente in Italia per rinforzare l'ala destra di Brune e per alloggiare in Toscana, fu, dopo la pace di Luneville, mandata nello Stato romano, con star pronta ad assaltare il regno di Napoli. Conclusa poi la pace, entrava nel regno fino a Taranto, in nome dal re, per isforzare il governo ad osservar il trattato ed i perdoni verso i novatori, in fatto per minacciar gl'Inglesi e per vivere a spese del regno. Quanto allo Stato romano, concluso il concordato, Murat ritirava le genti che vi aveva, in Ancona, per tener quel freno in bocca al pontefice; si coloriva il fatto col pretesto degl'Inglesi. Così gl'Inglesi occupavano quanto potevano in Italia e nelle sue isole per impedire, come dicevano, il predominio e la tirannide dei Franzesi, questi facevano lo stesso per impedire, come protestavano, ii predominio e la tirannide degl'inglesi; fra entrambi intanto l'Italia non aveva nè posa nè speranza. Murat girando per Toscana e stando in Firenze, ed ora andando a Pisa, ed ora a Livorno ed ora a Lucca, riceveva in ogni luogo come cognato del consolo, onorevoli accoglienze; cagione per lui d'incredibile contentezza. Si mostrava cortese ed affabile con tutti, nè amava le rapine, manco il sangue; purchè il lodassero, se ne veniva contento. Pure trascorse ad un atto, nel quale non si sa se sia o maggior barbarie, o maggior ingratitudine, o maggiore insolenza. Comandava con bando pubblico che tutti gl'Italiani, erano la maggior parte Napolitani, esuli dalle patrie loro per opinioni politiche, dovessero sgombrare dalla Toscana, e ritornare ne' proprii paesi, in cui, secondochè affermava, potevano, in virtù dei trattati, vivere vita sicura e tranquilla: chi fosse contumace a questo comandamento, fosse per forza condotto ai confini ed espulso.

Murat contento di comandar in Toscana, fu contentissimo d'instituirvi un re. Era l'infante principe di Parma arrivato in Parma, dove stava aspettando i deputati del novello regno. Vennervi a complimentarlo e riconoscerlo come re di Etruria, quest'era il titolo che gli si dava, Murat, Ippolito Venturi, Ubaldo Feroni. Assunse il nome di Lodovico I; nominò suo legato a ricever il regno Cesare Ventura. Murat annunziando l'assunzione di Lodovico, parlava di civiltà e di dottrina ai Toscani, lodava i Medici ed i Leopoldi, esortava i regnicoli ad avere i Franzesi in luogo di un popolo amico. Cesare Ventura prendeva possesso del regno. Favellarono nella solennità Francesco Gonella, Tommaso Magnani, Orlando del Benino. Vidervisi due donne complimentate da Gian Batista Grisoni, l'una sorella del consolo, l'altra vedova del ministro di Spagna. Venne Lodovico a Firenze, resse con dolcezza, le leopoldiane vestigia calcando.

Era tempo di costituzioni transitorie, fatte non perchè durassero, ma perchè servissero di scala ad altre. Mandava il consolo, qual suo legato, Salicetti a riformar Lucca, oppressa dall'impero dei forastieri e straziata dalle discordie civili. Parve bello ed acconcio trovato per ritrarre i paesi, a satisfazione delle potenze, verso i loro ordini antichi, l'introdurre nei nuovi nomi i vecchi. Cominciavasi a parlar di aristocrazia per far passo alla monarchia. Costituiva Salicetti la repubblica di Lucca con un Collegio o Gran Consiglio di duecento proprietarii più ricchi e di cento principali negozianti, artisti e letterati: avesse questo consiglio la facoltà di eleggere i primi magistrati. Fossevi un corpo d'anziani con la potestà esecutiva; presiedesselo un gonfaloniere eletto a volta dai colleghi, una volta ogni due mesi: un consiglio amministrativo, nel quale gli anziani entrassero, e quattro magistrati di tre membri ciascuno, esercesse le veci di ministri: proponessero gli anziani le leggi e le eseguissero; una congregazione di venti eletti dal collegio le discutessero e le statuissero; rappresentasse il gonfaloniere la repubblica, le leggi promulgasse, gli atti degli anziani sottoscrivesse. I cantoni del Serchio con Lucca, del Littorale con Viareggio, degli Apennini con borgo a Mozzano componessero la repubblica. Per la prima volta trasse Salicetti i magistrati supremi. Ordini buoni erano questi, ma il tempo li guastava.

Le sorti della Toscana erano congiunte con quelle di Parma. Essendo il duca padre mancato di vita, cesse la sovranità del ducato nella repubblica di Francia. Mandava il consolo il consiglier di Stato Moreau di Saint-Mery ad amministrarlo. Resse Saint-Mery, che buona e leale persona era, con benigno e giusto freno. Era egli, se non letterato, non senza lettere ed amatore sì di letterati che d'opere letterarie: ogni generoso pensiero gli piaceva. Solo procedeva con qualche vanità, e siccome le vanità particolari sono intollerabili alle ambizioni generali, venne in disgrazia del consolo, nè potè costituire in Parma ordini stabili.

Due qualità contrarie erano nel consolo, pazienza maravigliosa nel proseguire cautamente anche pel corso di molti anni, i suoi disegni, impazienza di conseguire precipitosamente il fine quando ad esso approssimava. Riconciliatosi col papa, quieta l'Austria, ingannato Alessandro, confidente della pace coll'Inghilterra, si apparecchiava a mandar ad effetto ciò che nella mente aveva da sì luogo tempo concetto e con tanta pertinacia procurato. Voleva che le prime mosse venissero dall'Italia, perchè temeva che certi residui di opinioni e di desiderii repubblicani in Francia non fossero per fargli qualche malgiuoco sotto, se la faccenda non si spianasse con qualche precedente esempio. Deliberossi adunque prima di scoprirsi in Francia di fare sue sperienze italiane, confidando che gli Italiani, siccome vinti, avrebbero l'animo più pieghevole. Così con le armi franzesi aveva conquistato Italia, con le condiscendenze italiane voleva conquistar Francia. Sapeva che le cose insolite allettano tutti, spezialmente i Franzesi nati con fantasia potente. Perciò volle alle sue italiane arti dare pomposo cominciamento.

Spargevansi ad arte dai più fidi in Cisalpina voci che la repubblica pericolava con quei governi temporanei; che era oggimai tempo di costituirla stabilmente e come a potenza independente si conveniva; che ordini forti erano necessarii perchè diventasse quieta dentro, rispettata fuori; che niuno era più capace di darle questi necessari ordini di colui che prima l'aveva creata, poi riscattata; non potersi più lei costituire con gli ordini dati dall'eroe Buonaparte del 1797, perchè avviliti dalla invasione, ricordatori di discordie, sospetti per democrazia ai potentati vicini. Aver pace Europa, averla Italia: non doversi più la felice concordia turbare con ordini incomposti; volersi vivere in repubblica, ma non troppo disforme dai governi antichi conservati in Europa; sola potenza essere la Cisalpina in Italia che a favor di Francia stando, fosse in grado di tener in equilibrio l'Austria tanto potente per l'acquisto de' dominii veneziani, nè essere la repubblica per acquistare la forza necessaria, se non con leggi conducenti a stabilità: varii essere gli umori, gl'interessi, le opinioni, le abitudini delle cisalpine popolazioni, nè Veneziani, Milanesi, Modanesi, Novaresi, Bolognesi nel medesimo desiderio concorrere, nè la medesima cosa volere; rimanere i vestigii dell'antiche emolazioni: parti separate e non consenzienti non poter comporre un corpo unito e forte, se un governo stretto, se una mano gagliarda in uno e medesimo volere non le costringessero: richiedere adunque un reggimento nuovo, concorde e virile la pace d'Europa, richiederlo la quiete della Cisalpina, richiederlo le condizioni felici alle quali era chiamata.

Mentre questi semi si spargevano nel pubblico, Petiet coi capi della Cisalpina negoziava affinchè i comandamenti imperativi del consolo avessero a parere desiderii e supplicazioni spontanee dei popoli. Maturati i consigli, a Parigi pel disegno, a Milano per l'esecuzione, usciva un decreto della consulta legislativa del governo: ordinava che una consulta straordinaria si adunerebbe a Lione in Francia, e suo ufficio sarebbe ordinare le leggi fondamentali dello Stato ed informare il consolo intorno alle persone che nei tre collegi elettorali dovessero entrare: sarebbe l'assemblea composta dei membri attuali della consulta legislativa, da quei della commissione, eccettuati tre per restare al governo del paese, da una deputazione di vescovi e di curati, e dalle deputazioni dei tribunali, delle accademie, della università degli studii, della guardia nazionale, dei reggimenti della truppa soldata, dei notabili dei dipartimenti, delle camere di commercio. Sommò il numero a quattrocento cinquanta. Risplendeanvi un Visconti, arcivescovo di Milano, un Castiglioni, un Montecuccoli, un Opizzoni, un Rangoni, un Melzi, un Paradisi, un Caprara, un Serbelloni, un Aldrovandi, un Giovio, un Pallavicini, un Moscati, un Gambara, un Lecchi, un Borromeo, un Triulzi, un Fantoni, un Belgiojoso, un Mangili, un Cagnoli, un Oriani, un Codronchi, arcivescovo di Ravenna, un Belissomi, vescovo di Cesena, un Dolfino, vescovo di Bergamo. Andarono a Lione, chi per amore, chi per forza, chi per ambizione: grande aspettazione era in Cisalpina; in Francia le menti attentissime. Pareva un fallo mirabile che una nazione italiana si conducesse in Francia per regolare le sue sorti. Il governo cisalpino esortava con pubblico manifesto i deputati; gissero a fondare gli ordini salutari della repubblica in mezzo alla maggior nazione, in cospetto dell'autore e del restitutore della Cisalpina; nissuno l'ufficio ricusasse; mostrassero con le egregie qualità loro, quanto la cisalpina nazione valesse: a lei amore e rispetto conciliassero; ogni pretesto di calunnia togliessero; nel lionese congresso livor nissuno, parzialità nissuna recassero; al mondo disvelassero, buonamente, nobilmente, affettuosamente verso la patria procedendo, esser loro quei medesimi Cisalpini che nell'inevitabile tumulto di tante passioni, nell'avviluppamento di tante vicende, nell'alternativa di politici eventi tanto contrarii, mai non attesero a vendette, a discordie, a fazioni, a persecuzioni, a sangue: pruovassero che non invano aveva il cisalpino popolo nome di leale e di buono; pruovassero che se a sublime grado fra le nazioni erano destinati, a sublime grado ancora meritavano d'essere innalzati; dovere a sè stessa dei propri ordini restare la Cisalpina obbligata; solo sè medesima potrebbe accagionare, se tanti lieti augurii, se tante concepite speranze fossero indarno.

Questi nobili sentimenti verso la cisalpina patria e questa rinunziazione di ogni affetto parziale ed interessato predicava un Sommariva, presidente del governo. Trovarono in Lione il ministro Talleyrand, che aveva in sè raccolti tutti i pensieri del consolo; trovarono Marescalchi che riconosciuto da Francia per ministro degli affari esteri della Cisalpina, guardava dove accennasse in viso Taleyrand, e il seguitava. L'importanza era che vi fosse sembianza di discutere liberamente quello che già il consolo aveva ordinato imperiosamente. Già aveva sparso sue ambagi: volere la felicità della Cisalpina, volere consigliarsi con gli uomini savi di lei; niuna cosa più desiderare che la independenza e la salute sua; amarla come sua figliuola prediletta, stimarla principal parte della sua gloria; l'arte allignava, bene si disponeva la materia. Partivansi i deputati in cinque congregazioni che rappresentavano i cinque popoli, esaminassero la costituzione già data dal consolo per Petiel a Milano, e come per leggi organiche si potesse mandar ad esecuzione.

Discutevasi a Lione dai mandatarii; la licenza soldatesca straziava intanto i mandatori, un inesorabile governo con le tasse li conquideva. Dolevansi e delle perdute sostanze e degli innumerevoli oltraggi e della durissima servitù: le grida degli straziati a Milano furono soffocate dalle grida dei festeggianti a Lione. A Lione si discorreva e si obbediva. Allungato il farne pubblica dimostrazione quanto potesse parere dignità e sufficienza di discussione, arrivava il consolo: era l'11 gennaio. Lionesi e Cisalpini a gara accorrevano. Era spettacolo grande a chi mirava la scorza, compassionevole a chi dentro, perchè là si macchinava di spegnere per legge la libertà che già innanzi era perita per abuso. Ognuno maravigliava la dolcezza e la semplicità del consolo: pareva loro che fossero parte di grandezza; le adulazioni sorgevano. I repubblicani, se alcuno ve n'era, si rodevano, ma s'infingevano non tanto per non esser tenuti faziosi, quanto per non esser tenuti pazzi o sciocchi; che già con questi nomi cominciava a chiamarli l'età. Buonaparte metteva mano all'opera; chiamava i presidenti delle congregazioni e con loro discorreva intorno alla costituzione: ora approvava, ora emendava, ora domandava consiglio. Contradditor benigno e docile alle risposte, pareva che da altri ricevesse quello che loro dava. Chi conosceva l'intrinseco, ammirava l'arte; chi l'ignorava, la modestia. Infine dai discorsi permessi si venne alla conclusione comandata: fu approvata la costituzione; parve buono e fondamentale ordine quello dei collegi elettorali: nominolli per la prima volta il consolo su liste doppie presentate dalle congregazioni.

Ma non s'era ancor toccato il principal tasto, per cui mezza Italia era stata fatta venire in Francia. Meno una costituzione che un esempio si aspettava dagl'Italiani. Trattavasi di nominare un presidente della Cisalpina. Importava la persona, importava la durata del magistrato: a Buonaparte non piacevano i magistrati a tempo. Fu data l'intesa ai cisalpini perchè il chiamassero capo della repubblica e gli dessero il magistrato supremo di presidente per dieci anni, e potesse essere rieletto quante volte si volesse. Avevano queste due deliberazioni qualche malagevolezza, parte coi Cisalpini, parte colle potenze per la evidente dipendenza verso Francia, se il consolo fosse padrone della Cisalpina. Importava anche il confessare che niun cisalpino fosse atto a governare: alcuni andavano alla volta di Melzi. I ministri di Buonaparte fecero diligenze coi partigiani, ora lodando Melzi, ora asseverando che avrebbe grande autorità nei nuovi ordini. Ebbero le arti il fine desiderato. Appresentaronsi con la deliberazione fatta i Cisalpini al consolo, nella quale era tanta adulazione di lui e tanta depressione di loro medesimi, che non è da credere che nelle storie vi sia un atto più umile o più vergognoso di questo. Confessarono, e si forzarono anche di pruovare con loro ragioni, a tanto di viltà eran ridotti, che nissun Cisalpino era che idoneamente li potesse governare. Gradì il consolo nelle umili parole i proprii comandamenti; disse che domani fra i convocati cisalpini in pubblica adunanza sederebbe. Accompagnato dai ministri di Francia, dai consiglieri di Stato, dai generali, dai prefetti e dai magistrati municipali di Lione, fra le liete accoglienze ed i plausi festivi dei Cisalpini, in alto seggio recatosi, così loro favellava: «Hovvi in Lione, come principali cittadini della Cisalpina repubblica appresso a me adunati; voi mi avete bastanti lumi dato, perchè l'augusto carico a me imposto, come primo magistrato del popolo franzese e come primo creator vostro, riempire io potessi. Le elezioni dei magistrati io feci senza amore di parti o di luoghi; quanto al supremo grado di presidente, niuno ho trovato fra di voi che per servigi verso la patria, per autorità nel popolo, per sceveramento di parti abbia meritato ch'io un tal carico gli commettessi. Muovonmi i motivi da voi prudentemente addotti: ai vostri desiderii consento. Sosterrò io, finchè fia d'uopo, la gran mole delle faccende vostre. Dolce mi sarà fra tante mie cure l'udire la confermazione dello Stato vostro e la prosperità dei vostri popoli. Voi non avete leggi generali, non eserciti forti; ma Dio vi salva, poichè possedete quanto li può creare, dico popolazioni numerose, campagne fertili, esempio da Francia.» (Versione del Botta.)