Pubblicava Pio una solenne protesta, la quale così terminava:
«Stante adunque che per le ragioni finora raccontate egli è chiaro e manifesto che per forza di un attentato enorme i diritti della romana Chiesa sono stati dall'ultimo decreto di Napoleone violati, e che una ferita ancor più profonda è stata a noi ed alla santa Sede fatta, acciocchè tacendo non paia ai posteri che noi l'iniquissimo delitto commesso con violazione di tutte le regole della rettitudine e dell'onore, quanto pure merita, non abbiamo, il che sarebbe perpetua vergogna nostra, a sdegno e ad abborrimento avuto, di nostro proprio moto, di nostra certa scienza, di nostra piena potenza dichiariamo, e solennemente e in miglior modo protestiamo, l'occupazione delle terre che sono nella marca d'Ancona, e l'unione loro al reame d'Italia, senza alcun diritto e senza alcuna cagione per decreto dell'imperatore Napoleone fatte, ingiuste essere, usurpate, nulle. Dichiariamo altresì e protestiamo nullo essere e di niun valore quanto fino ad oggi si è fatto per esecuzione del detto decreto, e quanto potrà essere d'ora in poi sulle terre medesime da qualunque persona fatto e commesso: vogliamo inoltre e dichiariamo che anche dopo mille anni, e tanto quanto il mondo durerà, quanto vi si è fatto e quanto sarà per farvisi, a patto niuno possa portar pregiudizio o nocumento ai diritti sì di dominio che di possessione sulle medesime terre, perchè sono e debbono essere di tutta proprietà della nostra santa Sedia apostolica.»
Così Pio, venuto in forza altrui, parlava a Napoleone, e contro di lui protestava. Così ancora Napoleone, dopo di aver carcerato i reali di Spagna, carcerava anche il papa, e dopo di aver usurpato la Spagna, usurpava anche Roma. Alessandro di Russia in questo mentre appunto lasciava a posta la sua imperial sede di Pietroburgo per girsene a visitarlo in Erfurt; Francesco d'Austria vi mandava il generale Saint-Vincent (27 settembre 1808).
Ma era in Europa rimasta accesa la materia di nuove calamità, e già l'Austria, non abborrendo dall'entrare in nuovi travagli, e dall'abbracciar sola la guerra, si mise in sull'armare. Si doleva Napoleone dei romorosi apparecchi, affermando non pretendere coll'imperatore d'Austria alcuna differenza: rispondeva Francesco essere a difesa, non ad offesa. Accusava il primo gli austriaci ministri, e non so quale viennese setta, bramosa di guerra, come la chiamava, e prezzolata dall'Inghilterra. Rinfacciava superbamente a Francesco l'avere conservato la monarchia austriaca quando la poteva distruggere; gli protestava amicizia; lo esortava a desistere dalle armi. Ma l'Austria non voleva riposarsi inerme sulla fede di colui che aveva incarcerato i reali di Spagna. La confederazione renana, la distruzione dell'impero germanico, Vienna senza propugnacolo per la servitù della Baviera, Ferdinando cacciato di Napoli, il suo trono dato ad un Napoleonide, l'Olanda data ad un Napoleonide, Parma aggiunta, la Toscana congiunta, la pontificia Roma occupata, davano giustificata cagione all'Austria di correre all'armi, non potendole in modo alcuno esser capace che a lei altro partito restasse che armi o servitù. Solo le mancava l'occasione: la offerse la guerra di Spagna, all'impresa della quale era allora Napoleone occupato, e la usò. Ma prevedendo che quello era l'ultimo cimento, faceva apparati potentissimi.
Un esercito grossissimo militava sotto la condotta dell'arciduca Carlo in Germania. Destinavasi all'invasione della Baviera, la quale perseverava nell'amicizia di Napoleone. Se poi la fortuna si mostrasse favorevole a questo primo conato, si aveva in animo di attraversare la Selva Nera e di andar a tentare le renane cose. Per aiutare questo sforzo, ch'era il principale, Bellegarde, capitano sperimentatissimo, stanziava con un corpo assai grosso in Boemia, pronto a sboccar nella Franconia, tostochè i casi di guerra il richiedessero. Grandissima speranza poi aveva collocato l'imperatore Francesco nel moto dei Tirolesi, sempre affezionati al suo nome e desiderosi di riscuotersi dalla signoria dei Bavari. Sollecita cura ebbero gli ordinatori di questo vasto disegno delle cose d'Italia; perciocchè vi mandarono con un'oste assai numerosa, massimamente di cavalli, l'arciduca Giovanni, giovane di natura temperata e di buon nome presso agl'Italiani.
A questi sforzi, se Napoleone era pari, non era certamente superiore. Fece opera di temporeggiarsi, offerendo la Russia per sicurtà della quiete. Ma, da quell'uomo astuto e pratico ch'egli era, non ingannandosi punto sulle intenzioni della potenza emola, e certificato della mala disposizione di lei, che gli parve irrevocabile, si preparava alla guerra, con mandar in Germania ed in Italia quanti soldati poteva risparmiare per la necessità d'oltre i Pirenei. Ciò nondimeno Francesco, che con disegno da lungo tempo ordito si muoveva, stava meglio armato e più pronto a cimentarsi. Pensò Napoleone ad andar egli medesimo alla guerra germanica, perchè vedeva che sulle sponde del Danubio erano per volgersi le difinitive sorti, e che nessun altro nome, fuorichè il suo, poteva pareggiare quello del principe Carlo. Quanto all'Italia, diede il governo della guerra in questa parte importante al principe Eugenio, mandandogli per moderatore Macdonald.
L'Italia e la Germania commosse aspettavano nuovo destino. L'arciduca Carlo mandò dicendo al generalissimo di Francia, andrebbe avanti, e chi resistesse, combatterebbe. L'arciduca Giovanni, correndo il dì 9 aprile del presente anno al medesimo modo intimò la guerra Broussier che colle prime guardie custodiva i passi della valle di Fella. Preparate le armi, pubblicavansi i discorsi.
Addì 10 di aprile la tedesca mole piombava sull'Italia. L'arciduca, varcata la sommità dei monti al passo di Tarvasio, e superato, non però senza qualche difficoltà per la resistenza dei Franzesi, quello della Chiusa, si avvicinava al Tagliamento. Al tempo stesso, con abbondante corredo di artiglierie e di cavalleria passava l'Isonzo, e minacciava con tutto lo sforzo de' suoi la fronte dei napoleoniani. Fuvvi un feroce incontro ai ponte di Dignano, perchè quivi Broussier combattè molto valorosamente. Ma, ingrossando vieppiù nelle parti più basse gli Austriaci che avevano passato l'Isonzo, Broussier si riparò, per ordine del vicerè, sulla destra; che anzi, crescendo il pericolo, andò il principe a piantare il suo alloggiamento a Sacile sulla Livenza, attendendo continuamente a raccorre in questo luogo tutte le schiere, sì quelle che avevano indietreggiato, come quelle che gli pervenivano dal Trevisano e dal Padovano. Stringevano i Tedeschi d'assedio le fortezze di Osopo e di Palmanova. Eugenio, rannodati tutti i suoi, eccetto quelli che venivano dalle parti superiori del regno Italico e dalla Toscana, si deliberava ad assaltar l'inimico innanzi ch'egli avesse col grosso della sua mole congiunto le altre parti che a lui si avvicinavano.
Erano i Franzesi ordinati per modo nei contorni di Sacile, che Seras e Severoli occupavano il campo a destra, Grenier e Barbou nel mezzo, Broussier a sinistra: le fanterie e le cavallerie del regno Italico formavano gran parte della destra. Fu quest'ala la prima ad assaltar i Tedeschi; correva il dì 16 aprile: destossi una gravissima contesa nel villaggio di Palsi, da cui e questi e quelli restarono parecchie volte cacciati e rincacciati: i soldati italiani combatterono egregiamente. Pure restò Palsi in potere dell'arciduca: e già i Tedeschi minacciosi colla loro sinistra fornitissima di cavalleria insistevano; la destra de' Franzesi molto pativa; Seras e Severoli si trovavano pressati con urto grandissimo ed in grave pericolo. Sarebbero anche stati condotti a mal partito, se Barbon dal mezzo non avesse mandato gente fresca in loro aiuto. Avuti Seras questi soldati di soccorso, preso nuovo animo, spinse avanti con tanta gagliarda, che, pigliando del campo, scacciò il nemico non solamente da Palsi, ma ancora da Porcia, dove aveva il suo principale alloggiamento. L'arciduca, veduto che il mezzo delle fronte franzese era stato debilitato pel soccorso mandato a Seras, vi dava dentro per guisa che per poco stette non lo rompesse intieramente. Ma entrava in questo punto opportunamente nella battaglia Broussier, e riconfortava i suoi che già manifestamente declinavano. Barbou eziandio si difendeva con molto spirito. Spinse allora l'arciduca tutti i suoi battaglioni avanti: la battaglia divenne generale su tutta la fronte. Fu la zuffa lunga, grave e sanguinosa, superando i Tedeschi di numero e di costanza, i Franzesi d'impeto e di ardire. Intento sommo degli Austriaci era di ricuperar Porcia; ma, contuttochè molto vi si sforzassero, non poterono mai venirne a capo.
Durava la battaglia già da più di sei ore, nè la fortuna inclinava. Pure finalmente rinfrescando sempre più l'arciduca con nuovi aiuti la fronte, costrinse i napoleoniani a piegare, non senza aver disordinato in parte le loro schiere e ucciso loro di molta gente. E se la notte, che sopraggiunse, non avesse posto fine al perseguitare del nemico, avrebbero i Franzesi e gl'Italiani provato qualche pregiudizio molto notabile.