La parte più malagevole del romano governo era l'ecclesiastica: aveva il papa, già fin quando le Marche erano state unite al regno italico, proibito i giuramenti; confermò questa proibizione per lo Stato romano nell'atto stesso della sua partenza di Roma. Richiedeva Napoleone del giuramento anche gli ecclesiastici. Ne nacque uno scompiglio, una disgrazia incredibile. Consisteva la principale difficoltà nel giurare la fedeltà; dell'obbedienza non dubitavano. Ripugnavano alla parola di fedeltà, perchè credevano che importasse di riconoscer l'imperador Napoleone come loro sovrano legittimo: al che giudicavano di non poter consentire, non avendo il papa rinunziato. Imprendeva a giustificare i giuramenti Dalpozzo, uno della consulta, uomo di gran sapere e di maggior ingegno. Sani ed irrefregabili erano i principii del Dalpozzo quanto all'obbedienza, e siccome gli ecclesiastici non dubitavano di giurarla al nuovo Stato, e di più di giurare di non partecipare mai in nessuna congiura e trama qualunque contro di lui, così un governo giusto e buono avrebbe dovuto contentarsene. Ma Napoleone esigeva il giuramento di fedeltà, sì perchè gli pareva che un tal giuramento implicasse la riconoscenza di sovrano legittimo, ed in tal modo effettivamente, come abbiam detto, l'intendevano l'intimatore e gl'intimati, sì perchè voleva fare scoprire i renitenti, per avere un pretesto di allontanarli da Roma, dove li credeva pericolosi. Vi era in questo troppa scrupolosità da una parte, troppo rigore dall'altra: la materia aveva in sè molta difficoltà. La romana consulta procedeva cautamente. Operando alla spartita, cominciò dai vescovi. Altri giurarono, altri ricusarono. Aveva il vescovo di Tivoli giurato; ma pentitosi, fece pubblicamente la sua ritrattazione: i gendarmi se lo pigliarono, ed in Roma carcerato alla Minerva il portarono. Tutti i non giurati, suonando loro d'ogni intorno le armi dei gendarmi, chi in Francia, chi a Torino, chi a Piacenza, chi a Fenestrelle furono condotti. Fu anche portato via da Roma, come non giurato e troppo devoto al papa, un Bacolo veneziano, vescovo di Famagosta, uomo molto nuovo e di natura facetissima, che dava una gran molestia alla polizia. Spedita la faccenda dei vescovi, richiederonsi dei giuramenti i canonici. Molti giurarono, molti ancora non giurarono; i gendarmi si affacendavano. Molto maggiore difficoltà avevano in sè i giuramenti dei curati, massimamente di quei di Roma, uomini d'innocente vita e di evidente vantaggio dei popoli, non solamente pei sussidii spirituali, ma ancora pei temporali.

Rappresentò la consulta, che in questo opinava saviamente, che s'indugiasse. Napoleone mandò loro dicendo che voleva i giuramenti da tutti, ed obbedissero. Delle province la maggior parte ricusarono: i gendarmi se li portarono. Dei Romani, i più si astennero: i renitenti portati via, e se infermi ed impotenti all'esilio, serrati in San Callisto.

A questo tempo furono soppressi nello Stato romano i conventi sì di religiosi che di religiose, i forestieri mandati al loro paese, i paesani sforzati a depor l'abito.

Intendeva la consulta a consolare la desolata Roma. Ciò s'ingegnava di fare ora con ordinamenti convenienti al luogo, ora con ordinamenti non convenienti, e sempre con animo sincero e buono. Pensava alle scienze, alle lettere, all'agricoltura, al commercio, alle arti. Ordinò che con denaro del pubblico si procacciassero gli stromenti necessarii alla specola del collegio romano; condusse a fine i parafulmini della basilica di San Pietro, stati principiati da papa Pio; ebbe speciale cura delle allumiere della Tolfa e delle miniere di ferro di Monteleone nell'Umbria. Gente perita, denaro a posta addomandava; due artieri Romani mandava alla scuola delle mine, due a quella della veterinaria, due a quella delle arti e mestieri in Francia, semi di utili scienze nell'ecclesiastica Roma.

Temevasi che la presenza dei Franzesi in Italia, massimamente in Toscana e nello Stato romano, giunta a quella loro lingua tanto snella e comoda per gli usi famigliari, avesse a pregiudicare alla purezza ed al candore dall'italiana favella; timore del tutto vano, perciocchè quale cosa si potesse ancora corrompere in lei, non si vede. Tuttavia Napoleone, il quale, unendo Toscana e Roma alla Francia, vi aveva introdotto negli atti pubblici l'uso della lingua franzese, aveva già fin dall'anno ultimo decretato premii a chi meglio avesse scritto in lingua toscana. La consulta di Roma, a fine di cooperare con quello che l'imperatore aveva comandato, a ciò muovendola Degerando, statuiva che la lingua italiana si potesse in uno con la franzese usare negli atti pubblici; benevola, ma strana permissione in Italia. Volle altresì che l'accademia degli Arcadi si ordinasse in modo che e la letteratura italiana promuovesse e la lingua pura ed incorrotta conservasse, con premii a chi meglio l'avesse scritta o in prosa o in versi; Arcadia sedesse sul Gianicolo, nelle stanze di Sant'Onofrio. Ordinamento conforme alla fama antica, alle influenze del cielo, alla natura degli uomini, alle romane usanze fu quello dell'accademia di San Luca, chiamata, per conforto di Degerando, a più magnifico stato. La consulta le dava più cospicui sussidii, l'imperator più convenienti stanze, e dote di cento mila franchi.

La ruina universale aveva addotto la ruina della Propaganda, con avere o del tutto annientato parte delle rendite, o ritardato la riscossione delle sussistenze: si aggiunse la rovina del palazzo devastato nel 1800. Adunque ella sussisteva piuttosto di nome che di fatto quando Napoleone s'impadronì di Roma; poi i frutti dei monti non si pagavano, la computisteria, per comandamento imperiale, sotto sigilli, gli archivi portati a Parigi. Volle Degerando rimetterla in istato, e che si aprissero intanto i pagamenti: l'imperatore stesso aveva dichiarato per senatoconsulto, volere la sua conservazione, e doterebbela coll'erario imperiale. Ma distratto primieramente dai gravi pensieri delle sue armi, poscia dai tempi sinistri che gli vennero addosso, non potè nè ordinare la macchina, come era necessario, nè far sorgere a propagazione degl'interessi politici quello zelo che per amore della religione, per le esortazioni dei papi e per la lunga consuetudine era sorto nei membri della congregazione ai tempi pontificii. Così sotto Napoleone ella non fu di alcuna utilità nè per la religione nè per la politica: solo le sue ruine attestavano la grandezza dell'antico edifizio e la rabbia degli uomini che l'avevano distrutto.

Le opere di musaico, peculiar pregio di Roma, perivano; perchè pei danni passati poco si spacciavano, ed anche mancavano i fondi per le spese degli smalti e degli operai. La principale manifattura che serviva di norma alle altre era attinente a San Pietro, e si sostentava con le rendite della sua fabbrica: per le necessità dei tempi, mancando la più gran parte delle rendite, non che il musaico si conservasse, pericolava la basilica. Fu proposto di commetterlo all'erario imperiale; ma perchè Napoleone non si tirasse indietro, fu d'uopo alla consulta d'inorpellare le cose con dire che il musaico pagato dall'imperatore non servirebbe più solamente ad obbedire San Pietro, ma che protetto dal più grande dei monarchi adornerebbe il palazzo del principe ed i monumenti dell'imperial Parigi. A questi suoni Napoleone si calava e pagava. Restava che, poichè s'era provveduto all'opera, si avesse cura degli operai. Essendo la lavoreria loro addossata al colle del Vaticano ed in parte sotterranea, e perciò molto malsana, troppo spesso infermavano e sovente il vedere perdevano. Oltre a ciò, gli armadii e gli scaffali, in cui si conservavano gli smalti, infracidivano, le tele dipinte che si portavano a copiarsi, dall'umidità si guastavano. A questo modo era testè perito con rammarico di tutti un bel quadro del pittore Camucini. Decretò la consulta trasportassersi gli opificii nelle stanze del santo Ufficio.

Concedutosi dall'imperatore un premio di duecento mila franchi ai manifattori di Roma, volle la consulta che fossero spartiti a chi meglio filasse o tessesse la tela o la lana, a chi meglio conducesse le opere dei merletti, a chi meglio addensasse i feltri, a chi meglio conciasse le pelli, a chi meglio stillasse l'acquavite, a chi meglio lavorasse di maioliche, o di vetri, o di cristalli, o di carta, a chi più e miglior cotone raccogliesse sulle sue terre, a chi piantasse più ulivi, a chi ponesse più semenza di piante utili.

I musei espilati ai tempi torbidi ora con cura si conservavano: i preziosi capi d'arte che adornavano i conventi, ed erano molti e belli, diligentemente si custodivano. Fu anche creata a conservazione loro dalla consulta una congregazione di uomini intendenti e giusti estimatori, che furono Lethier pittore, Guattani, de Bonnefond, l'abbate Fea e Toffanelli, conservatore del Campidoglio.

Conservando Roma odierna si poneva mente a scoprire l'antica: almeno così desiderava la consulta; la Francia potente e ricca poteva fare. Si ordinarono le spese del cavare nei luoghi promettenti. Sarebbesi anche, come pare, fatto gran frutto, se i tempi soldateschi non avessero guastato l'intenzione.