Clemente
XIII papa 3.
Francesco
I imperadore 16.
Erano in Corsica molto turbate le cose della religione. I vescovi, siccome quelli che per la maggior parte erano Genovesi, e si trovavano nella necessità, se nelle loro sedi fossero rimasti, di obbedire all'autorità di coloro, cui il proprio principe riputava ribelli, e forse non credendosi esenti da insulti personali in mezzo a tanta concitazione, si erano assentati dall'isola cercando più quieto asilo o nel Genovesato loro patria, o in altri paesi non ancora sconvolti dal furor delle parti. Avevano bensì, partendo, delegata la loro autorità; ma il rimedio era poco, perchè i delegati, pel timore dei casi presenti, non osavano adempire l'intero mandato, o i Corsi, avendogli per sospetti, non si conformavano agli ordinamenti loro, e Paoli, prima che arrivasse il vicario apostolico, deputava di propria autorità i pastori dell'anime secondo che stimava convenirsi a' suoi fini. Quindi nasceva che si turbavano le giurisdizioni e toglievasi alle coscienze timorate la quiete. Siccome poi la maggior parte degli ecclesiastici corsi concordavano coi sollevati, e che anzi molti di loro, massime fra i regolari, avevano come principali istigatori dato fomento al fuoco che allora consumava l'isola; in molte parti era l'esercizio della podestà ecclesiastica ridotto in loro mano; cosa che per la giurisdizione era manchevole, stante il non aver essi mandato legittimo, e dannosa per lo Stato dei Genovesi, attesochè la voce ed i consigli d'uomini a loro nemici non potevano non confermare i popoli nel proposito della disubbidienza.
Genova vegliava sopra questi interessi. Parecchie volte aveva ricorso alla santa Sede per trovar modo di conciliare il benefizio della religione coi diritti della sovranità, ma non si era potuto venire a conclusione. I vescovi stessi della Corsica, che avevano col medesimo fine supplicato al pontefice, non avevano nemmeno potuto ottenere una sola lettera pontificia, che disapprovasse gli attentati dei Corsi sulle rendite e giurisdizioni del clero così secolare come regolare. Pareva alla repubblica di scorgere nel procedere della corte di Roma non poca parzialità in favore de' suoi ribelli. Gelosa quindi, s'era messa al fermo di non permettere cosa che alla conservazione dei suoi diritti importasse.
Da un'altra parte Roma argomentava ch'ella non era stata per niun conto autrice delle sollevazioni di Corsica, nè in esse in modo alcuno aveva posto le mani; che sapeva che un gran disordine regnava nelle cose ecclesiastiche dell'isola e che tutti i buoni ordini vi erano pervertiti; che le pecore si nutrivano di male erbe, ed i legittimi pastori sospiravano; ch'ella avea aspettato sì lungo tempo per venire alle provvisioni necessarie, sperando sempre che la repubblica colle sue forze avrebbe finalmente sottoposto i ricalcitranti, e ritornato l'isola alla quiete; ma se la repubblica era stata inabile a ciò fare dopo una guerra di trent'anni, che colpa ci aveva Roma? Dovere ella pur pensare al benefizio dell'ovile, nè poter abbandonare al caso ed al furore i sussidii spirituali ed i celesti interessi; essere oggimai tempo di offerire un porto di salute a chi in un mare burrascoso pericolava; rispettare ella i diritti sovrani della repubblica nè avere alcuna volontà di offenderli, ma pur dover soddisfare al suo dovere di madre universale; quanto alle preferenze, nissuna averne Roma, Roma giusta e pietosa con tutti; non pretendere ella di scrutare i motivi dei principi nelle loro deliberazioni, ma esigere che ciò stesso si pratichi in riguardo ai suoi nelle sue, nè poter permettere che si mescolino le cose temporali con le spirituali.
Travagliandosi le cose a questo modo tra Roma e Genova, le prime cagioni d'un aperto risentimento nacquero dai Cappuccini. Paoli non poteva tollerare che i conventi di questi religiosi situati nei paesi che a lui ed al suo governo obbedivano, fossero sotto la dipendenza del provinciale, il quale abitava in Bastia sotto il dominio della repubblica. Da un'altra parte, non essendovi altro superiore delegato, la disciplina dei conventi ne pativa e seguivano disordini con iscandalo di tutti i buoni. Oltre a ciò, Paoli desiderava che fosse posto alla loro direzione un uomo, il quale, essendo favorevole al suo intento, al medesimo fine indirizzasse le parole e gli atti dei religiosi, ma principalmente la predicazione. Di ciò pensando, scrisse al padre Serafino da Capricolle, provinciale dei Cappuccini nel Genovesato, esortandolo a deputar persona conforme a' suoi desiderii pel governo dei conventi. Il padre Serafino diede la facoltà domandata al padre Paolo d'Altiani, definitore poco avanti uscito dalla carica di provinciale. Nelle risposte scritte lodò Paoli del suo zelo per la gloria di Dio e pel bene della regolare osservanza.
La lettera venne alle mani dei governatori della repubblica; onde pieni di sdegno decretarono che tutta la religione dei Cappuccini restasse espulsa dai suoi territorii; con iraconde parole lamentandosi che il padre Serafino tenesse carteggio col capo dei ribelli, ed attribuendo il suo procedere a perfidia per avere comodità d'infiammare vieppiù gli spiriti contro il legittimo sovrano e dare nuovo alimento alla ribellione. Il Cappuccino rescrisse per iscusarsi e per supplicare alla signoria per la rivocazione dell'amaro editto; ma il suo scusarsi non che addolcisse le amarezze, diè novello sprone agli sdegni, perciocchè rivocò bensì il mandato conferito al d'Altiani, ma nel medesimo tempo protestò che vivea contento per avere tentato dal canto suo tutti i mezzi per provvedere al vantaggio ed alla quiete di coscienza dei suoi religiosi. I collegi della repubblica decretarono adunque, che non avendo il provinciale dato segno di rimorso o di pentimento, volevano ed ordinavano di nuovo che tutti i Cappuccini fossero dagli Stati della repubblica espulsi. Alla quale amara intimazione, il padre Serafino si raumiliò, e trasmise alla signoria lettere ubbidienziali, con cui rivocava le facoltà date all'Altiani e sottometteva di nuovo i conventi di Corsica all'autorità del provinciale residente in Bastia. Per la qual cosa i collegi, posta in disamina nuovamente la materia, levarono il divieto, restituendo ai Cappuccini la facoltà di dimorare nelle terre di Genova.
Ma molto più grave discordia non tardò a suscitarsi tra la repubblica e la santa Sede a cagione degli affari di Corsica. Il papa, considerato che per l'assenza dei legittimi pastori nelle diocesi di Aleria, di Mariana, d'Acci e di Nebbio, le potestà ecclesiastiche si esercitavano senza mandato legittimo; mancanza per la quale succedevano non pochi scandali, ed il servigio divino ne pativa; aveva preso risoluzione di mandarvi un visitatore apostolico, affinchè avesse cura che si rimediasse ai disordini ed il retto culto si riordinasse. Di tale missione investì adunque Cesare Crescenzio de Angelis, vescovo di Segni, e gli comandò che nelle cose spirituali e nelle rendite ecclesiastiche unicamente si occupasse, nè in verun modo s'ingerisse nelle temporali.
Quantunque fin dall'anno 1733, il doge, i procuratori ed i governatori di Genova, sotto la protezione e garanzia dell'imperadore Carlo VI, avessero coi Corsi conchiuso, che affine di promuovere in quel regno i buoni costumi e la religione, non lascierebbero di «cooperare perchè fossero da Sua Santità esaudite le suppliche dei popoli che richiedessero un visitatore apostolico per togliere gli abusi e rimettere nelle diocesi l'ecclesiastica disciplina;» la presente deliberazione del pontefice dispiacque sommamente alla repubblica, essendo stata presa, non solamente senza il suo consenso, ma eziandio senza sua saputa; e giudicando incomportabile che alla coperta e nascosamente si mandasse ne' suoi Stati un mandatario di tanta importanza. Prevedeva che i ribelli se ne sarebbero prevalsi, che di quell'andata avrebbero levato rumore, e che vieppiù si sarebbero confermati nel malvagio proposito loro. E veramente Paoli ed i suoi compagni con grandissima allegrezza ricevettero le novelle della delegazione fatta da Clemente XIII, ed incredibile fu l'ardimento che ne presero assai, più certamente pel fine politico che pel religioso.
Come prima pervennero alla signoria di Genova le novelle, sdegnosamente procedendo, decretò, nel dì 13 d'aprile, che il vescovo di Segni, Cesare Crescenzio de Angelis, quando in terra genovese capitasse, fosse tosto arrestato e consegnato in alcuna delle piazze, luoghi, presidi o torri tenuti dai soldati della repubblica, per essere quindi decentemente trasportato nella metropoli, decretando inoltre, cosa che parve di maggior ingiuria ancora, che chiunque in tal modo lo arrestasse e consegnasse, avesse un premio di tre mila scudi romani, e finalmente proibendo a qualunque persona di qualsivoglia grado, stato o condizione di eseguire qualunque decreto, insinuazione, ordine, provvedimento od altro atto si fosse che il vescovo sopraddetto si attentasse di fare.