Anno di
Cristo
MDCCCXII
. Indizione
XV
.
Pio
VII papa 13.
Francesco
I imp. d'Austria 7.
Le minacce di lontano non avendo prodotto impressione, si volle far pruova se da vicino fossero più fruttuose. Deliberossi l'imperatore a tirarlo in Francia, dove potesse vederlo e stringerlo egli medesimo. La segretezza parve più sicura della pubblicità, la notte più del giorno. Diessi voce che Lagorsse, capitano di gendarmi, che doveva accompagnar il papa cattivo nel suo viaggio, fosse venuto in disgrazia dell'imperatore, e che il principe Borghese il chiamasse a Torino per udire da lui gl'imperiali comandamenti. La notte del 9 giugno 1812 era scurissima per accidente; al tocco della mezzanotte, messosi addosso una sottana bianca, un cappello da prete in capo, la croce vescovile in petto, lui non ripugnante, anzi serbando serenità, spingevano il capo della cristianità nella carrozza apprestata e l'incamminavano alla volta di Alessandria. Spargevano che fosse il vescovo di Albenga che andasse a Novi. Niuna cosa cambiata in Savona: ogni giorno, e durò ben quindici dopo la partenza, i magistrati andavano in abito al palazzo pontificale per far visita al pontefice come se fosse presente; i domestici preparavano le stanze, apparecchiavano la mensa, andavano al mercato per le provvisioni, cuocevano le vivande: Fenestrelle in vita se parlassero. Le guardie vigilavano al palazzo; i gendarmi attestavano a chi il voleva udire e a chi nol voleva, avere testè veduto il papa con gli occhi loro o nel giardino, o nel terrazzo, o in cappella: Suard, luogotenente di Lagorsse, che era consapevole del maneggio, compiangeva il povero Lagorsse per aver perduto la grazia dell'imperadore. Chi non sapeva parlava; chi sapeva non parlava: ma si voleva che niuno parlasse. Insomma già era il pontefice a dugento leghe, che ancora si credeva che fosse in Savona. Tanto erano perfettamente orditi i disegni! Arrivava il pontefice il dì 20 giugno a Fontainebleau: poco dopo vi arrivava anche Napoleone.
Regnava in Napoli Gioacchino, in Sicilia Carolina. Molto operava Napoleone nel regno di qua dal Faro per la sua potenza, molto gl'Inglesi in quello di là dal Faro per la presenza: molti e varii furono effetti ed in chi regnava di nome ed in chi regnava di fatto. Era Gioacchino tutto intento a turbare le cose di Sicilia sì colle dimostrazioni guerriere, sì colle instigazioni e con le spie. Carolina dal canto suo, in ciò aiutata dagl'Inglesi, si era in tutto dirizzata a questo disegno che la dominazione dei napoleonidi nel regno di terraferma mal quieta e mal sicura rendesse. Tentavano principalmente i napoleonidi Messina per la vicinanza ed importanza del luogo. Vi avevano segrete intelligenze con alcuni uomini d'umile condizione, il cui fine era di operare moti contrarii al governo. I congiurati, come gente di basso Stato, non avevano alcuna dipendenza d'importanza; ma si temeva ch'essi fossero gli agenti di uomini più potenti. Per la qual cosa, per iscoprire fin dove il vizio si stendesse, il governo mandava da Palermo sul luogo un marchese Artali, uomo non solo inclinato a fare quanto il governo volesse, ma capace ancora di far degenerare la giustizia in sevizia. Terribile fu il suo arrivo, terribile la dimora. Gridarono i Messinesi; venne avviso della tragedia a Giovanni Stuart, generale dei soldati britannici. Mandò un lord Forbes a visitare le segrete dolorose; gli diede per compagni parecchi chirurghi per sanare le vestigia impresse dal furore del carnefici. Seppesi queste cose il governo del re Giorgio: gliene fu fatta anche fede indubitata. Se non dei tormenti, bene gli calse dell'odio che ne veniva contro il governo siciliano e contro l'Inghilterra: indebolivasene la difesa dell'isola. Di gran momento era agl'Inglesi la conservazione della Sicilia sì per sè medesima come pel sito opportuno a difendere Malta ed a percuotere nel cuore del regno di Napoli. Pensarono ai rimedii. I Siciliani, che con molta allegrezza avevano veduto la corte venire in Sicilia nel 1798 ora, mutatisi intieramente, alla medesima erano avversi. Incominciavano gl'Inglesi ad accorgersi che avevano a fare con un alleato, il quale, dopo di aver procurato odio a sè, il procurava anche a loro. Già se ne gettavano motti aperti nei giornali di Londra: il governo stesso pensava ai rimedii. Il fine era questo, che si togliesse la autorità ai ministri che se l'erano arrogata, e che la parte popolare si accarezzasse si conciliasse, si fortificasse.
Ma prima che gl'Inglesi comandassero si sperava in un rimedio domestico: quest'era il parlamento siciliano. Lo aveva il re convocato nel 1810. Aveva Medici dato molte speranze di questo parlamento, come se fosse per essere molto liberale di sussidii, donativi li chiamano in Sicilia. Era Medici uomo molto ingegnoso ed inframettente, nè mancava di ardimento: perciò, sempre confidente in quanto imprendesse a fare, sperava di volgere a suo grado il parlamento. Ma nelle sue pratiche errò in due modi: perchè, credendosi sicuro de' due bracci demaniale ed ecclesiastico, omise di accarezzare il baronale più potente di tutti, ed, oltre a questo, usò l'opera di certe persone, le quali, avvegnachè fossero dotate di singolare abilità, erano nondimeno venute in odio ai popoli, perchè nel parlamento del 1806 si erano adoperate con molto calore, acciocchè si aumentassero i dazi. I baroni, con alla testa il principe di Belmonte, fecero tra di loro un'intelligenza per isturbare i disegni al ministro. L'esito fu che il parlamento concedesse un piccolo aumento di donativi, ma interpose tante difficoltà alla distribuzione e riscossione loro, che fu impossibile di esigerli. I Siciliani, secondo la natura dei popoli che sempre pagano mal volontieri, e peggio, quando sono entrati in opinione che chi maneggia il denaro loro lo sperge, alzarono voci di plauso in tutta l'isola a favor dei baroni: pel contrario, con discorsi acerrimi laceravano il nome di Medici e di coloro che nel parlamento l'avevano secondato.
Fu molto memorabile il parlamento siciliano del 1810, perchè i baroni volontieri e con singolar lode consentirono ad una riforma nei feudi, che recava loro, quanto alle rendite, notabile pregiudizio; perchè fu ordinato un censo o catasto delle terre che, sebbene imperfetto, diede non pertanto qualche utile norma nella faccenda intricatissima della distribuzione dei dazi, e perchè si migliorarono anche gli ordini giudiziali, cosa in quei tempi di estrema necessità per la frequenza intollerabile che era invalsa dei furti e delle rapine.
Ma intanto le tasse a mala pena si riscuotevano, ogni cosa in ruina. Per ultimo rimedio si chiamava un secondo parlamento. Diede maggiore agevolezza nel riscuotere le tasse; negò più grossi donativi: ogni promessa o minaccia della corte indarno; i baroni non si lasciarono piegare nè alle lusinghe delle parole, nè alle profferte di onori; lo Stato periva, ei bisognava uscirne. Trovaronsi due rimedi: pagassesi una tassa dell'un per centinaio sul valsente di tutti i contratti, stromenti e carte private che si facessero dai particolari; si vendessero alcuni beni appartenenti a luoghi pii. Non fu consentaneo alle speranze l'effetto dei due decreti, perchè, secondo gli umori mossi e l'opinione avversa, i rimedii si cambiavano in veleni.
Questa condizione non era tale che lungo tempo potesse durare senza variazione. Il governo non rimetteva dal solito procedere; i baroni instavano, nè erano uomini da non usar bene il tempo; gl'Inglesi ci mettevano la mano, perchè vedevano che gli andamenti di chi reggeva precipitavano le cose in favor dei Francesi per la mala soddisfazione dei popoli, e giacchè avevano pruovato che i consigli dati al governo non avevano prodotto frutto, si erano risoluti a prevalersi della nuova inclinazione di animi che era sorta. Tutti volevano comandare, chi per superbia, chi per interesse, chi per desiderio di regolate leggi. In questo nacque un accidente, dal quale doveva avere la sua origine il cambiamento delle siciliane sorti. Fecersi avanti i baroni, e si appresentarono con una rimostranza al re, supplicandolo della rivocazione de' due decreti come contrarii alla costituzione siciliana fino allora inviolata nel diritto di porre le contribuzioni. Portarono la medesima rimostranza alla deputazione del regno, la quale, dal parlamento eletta, sedeva, secondo i siciliani ordini, tra l'una tornata e l'altra del parlamento. Il governo non solamente non si piegò a questo assalto dei baroni, ma persuase ancora al re che li facesse arrestare e condurre in luogo dove fosse loro mestieri di pensar ad altro piuttosto che a rimostrare. Furono arrestati, condotti in varie isole, serrati in prigioni diverse, e trattati con sevizia cinque dei primarii baroni del regno. Parlossi anche nelle più segrete consulte che si uccidessero; ma Medici contraddisse, allegando che un fatto tanto grave sarebbe certamente occasione di rivoluzione.
Queste cose davano gran sospetto agl'Inglesi, perchè nulla di certo si potevano promettere da un moto popolare, nè maggior fede avevano nel governo. Adunque, non potendo più comandare col governo, nè fidandosi del popolo, si vollero pruovare, ristringendosi coi baroni, di comandare per mezzo loro.