A questo fine, richiamato a Londra lord Amherst, ambasciatore d'Inghilterra alla corte di Palermo, mandarono in sua vece lord Bentinck, uomo di natura molto risoluta; pretendeva parole di libertà. Non così tosto pervenne in Palermo, che si mise a negoziare strettamente con la regina, ammonendola dei pericoli che correvano, rappresentandole la necessità di cambiar di condotta, e proponendo la riforma degli abusi introdotti nell'amministrazione e nella costituzione del regno. Insisteva principalmente affinchè si rivocassero i due decreti e si richiamassero dalle carceri e dall'esilio i cinque baroni. Aggiungeva che se non si uniformasse ai desiderii dell'Inghilterra, ei direbbe e farebbe gran cose. Risentissi la regina a quel parlare, e gli disse apertamente di non voler farsi serva di chi era mandato a farle riverenza non a comandarle. Sentissi Bentinck toccar sul vivo, perchè veramente aveva avuto dal re Giorgio potestà di consigliare, non di comandare. Tuttavia non si tirava indietro, e con pertinacia contrastando, disse che se non aveva mandato a ciò, lo andrebbe a cercare; e come disse, così si metteva in punto di fare. Tuttavia scese a nuovo abboccamento; ma non si potè venire ad alcuna conclusione, per forma che l'ambasciatore disse per ultima risposta: O costituzione o rivoluzione. Nè interponendo dilazione, partì, andò a Londra, e in tre mesi tornò con mandato amplissimo. Ma i ministri d'Inghilterra, avvisandosi che le parole non basterebbero, diedero a Bentinck podestà suprema sopra tutte le truppe inglesi raccolte nell'isola, acciocchè quello che pei concilii non potesse, colla forza il potesse. L'ambasciatore parlò, minacciò; la regina si ritirava ad un suo casino poco distante dalla città. L'evento finale si avvicinava, si rompevano le trame napoleoniche in Sicilia, la parte inglese trionfava. Bentinck, recatosi in mano la somma dell'autorità, operò primieramente che Ferdinando re, sotto colore di malattia, rinunziasse alla potestà reale ed investisse di lei pienamente il principe ereditario suo figliuolo con titolo di vicario generale del regno. Bentinck fu eletto capitan generale della Sicilia, accoppiando in tal modo in sè l'imperio militare e sopra i soldati del re Giorgio e sopra quelli del re Ferdinando.

Atti primi e principali del nuovo reggimento furono il richiamare i baroni carcerati, il licenziare i ministri del precedente governo, l'abolire il dazio dell'un per centinaio, il chiamare ministri Belmonte degli affari esteri, Villarmosa delle finanze, Aci della guerra e marina. Indi puniti pochi più in odio al popolo, mandavansi i rimanenti in dimenticanza.

Intanto il principe vicario convocava il parlamento. Era il mandato dei membri, provvedessero che la Sicilia avesse un buono e libero governo, rimediassero agli abusi, creassero nuovi ordini di costituzione. I baroni avevano maggior autorità degli altri. Bentinck era accesissimo in questo, che promulgassero libertà e statuti generosi in ogni luogo. Incominciossi dagli ordini supremi della costituzione. Statuirono che la religione cattolica, apostolica, romana fosse la sola religione del regno; che il re la professasse; quando no, s'intendesse deposto; la potestà legislativa fosse investita nel solo parlamento, e solo il parlamento ponesse le tasse; i suoi decreti approvati dal re avessero forza di legge; l'approvare od il vietare del re in questa forma si esprimesse: Piace al re, o: Vieta il re; la potestà esecutiva fosse investita nel solo re, e sacra ed inviolabile la sua persona; i giudici avessero intiera indipendenza dal re e dal parlamento: i ministri fossero tenuti di ogni atto, e fosse in facoltà del parlamento l'esaminarli, il processarli, il condannarli per crimenlese; due camere componessero il parlamento, una dei comuni o dei rappresentanti del popolo, l'altra dei pari del regno; i rappresentanti fossero eletti dal popolo a norma di certe forme prestabilite; fosse pari del regno chiunque avuto seggio nel braccio ecclesiastico o baronale, o chiunque il re chiamasse a tale dignità; stesse in facoltà del re il convocare il parlamento, ma fosse obbligato a convocarlo ogni anno; la nazione desse al re dote splendida, e con ciò i beni della corona cedessero in amministrazione della nazione; niun siciliano potesse essere turbato nè nelle proprietà, nè nella persona, se non conforme alle leggi sancite dal parlamento; s'instituissero forme giudiziali peculiari pei pari del regno; la camera dei comuni sola avesse facoltà di proporre i sussidii, o vogliam dire i donativi, il parlamento vedesse quali e quante parti della costituzione della Gran Bretagna convenissero alla Sicilia, ed esse ad utilità comune si accettassero.

Questi furono i capitoli principali della costituzione siciliana circa agli ordini primitivi dello Stato. A questi si aggiunse una maraviglia non senza molta parte di gratitudine per certi capitoli aggiunti, essendone posto il partito dei baroni: il fecero per generosità d'animo, il fecero per conciliarsi i popoli. Offerirono spontaneamente, e fu dal parlamento statuito che il sistema feudatario fosse e restasse abolito in Sicilia, con tutte le sue conseguenze.

Giubilavano i Siciliani dell'ottenuta libertà, la generosità dei baroni ed i nuovi ordini con somme lodi esaltando. Restava che il re, cioè il principe vicario, appruovasse. Fuvvi qualche soprastare. Duro pareva a chi regnava lo spogliarsi dell'autorità; infine tanto operarono Bentinck, il parlamento ed i segni dell'impazienza popolare, che il principe vicario dichiarò piacergli i capitoli. La regina si ritirava a Castelvetrano, terra distante sessanta miglia da Palermo, finchè nell'anno seguente, lasciando la Sicilia, portata dai venti e dall'avversa fortuna in istrani e barbari lidi, potè infine con disagi incredibili rivedere la sua Vienna, riabbracciare i parenti e respirare l'aere natio, donde solo poteva sperar conforto. Ma non fu lungo il sollievo, perchè, presa da subita malattia, passò poco tempo dopo da questa all'altra vita.

Mentre Guglielmo Bentinck dominava in Sicilia, Eduardo Pellew signoreggiava i mari Mediterraneo ed Adriatico. Era la terra in mano ad un solo, il mare in mano ad un solo. Nacquero accidenti ora in questo mare, ora in quell'altro, ma di poco momento per la superiorità tanto notabile di una delle parti, e la depressione dell'altra. Predarono gl'Inglesi già sino dal 1811 molte onerarie al capo Palinuro. Nell'Adriatico poi, per istringere il presidio di Ragusi, s'impadronirono, presso a Ragonizza, di una conserva di navi, anch'esse cariche di vettovaglie. Fatto di maggiore importanza è una battaglia navale combattuta aspramente nelle acque di Lissa, una delle isole antemurali della Dalmazia. Vinse la fortuna britannica: le fregate franzesi la Corona e la Bellona vennero in potere degl'Inglesi; la Flora si condusse in salvo, la Favorita andò di traverso. Per questa fazione Lissa cadde in potestà degl'Inglesi. Vi fecero una stanza ferma ed un nido sicuro, dove e donde poteva ritirarsi ed uscire a dominar l'Adriatico.

Già i fatti assalivano Napoleone; la ambizione, che mai non dormiva in lui, gli toglieva l'intelletto. Come la Francia, la Germania, l'Italia non poteva capirgli nell'animo che di tutta Europa signore non fosse. La Russia e l'Inghilterra gli turbavano i sonni, quella amica poco sincera, questa nemica costantissima. Parevagli che due grandi imperii, quali erano il suo e quel di Alessandro, non potessero sussistere insieme nel mondo. Questi pensieri tanto più gli turbavano la mente, quanto più prevedeva che non poteva domar l'Inghilterra, se prima non domasse la Russia. Per questo e per altri ancor più vasti disegni ambiva di soggiogarla, confidando che il vincerla gli metterebbe in seno l'imperio del mondo.

Dall'altro lato la Russia, che vedeva il cimento inevitabile, pensava che il più presto sarebbe il meglio; mezzo mondo era vicino a marciare in guerra contro mezzo mondo, i due imperii apprestavano le armi con tutte le forze loro.

Risolutisi i due potenti imperatori al venirne al cimento delle armi ed al contendere fra di loro dell'imperio del mondo, cominciarono, come si usa, a gareggiar di parole, allegando l'uno contro l'altro piccoli fatti, certamente molto abbietti e molto indegni di tanta mole. Essi sapevano il motivo vero della guerra: tutto il mondo se lo sapeva; questo era la impossibilità del vivere insieme sulla vasta terra. Napoleone, come più impaziente e più ambizioso, tirandolo il suo fato, assaltava primo il 23 e 24 giugno. Infierì la guerra in regioni rimotissime: desolò prima le sponde del Boristene, poi quelle del Volga: combatterono i Russi a Smolensco, combatterono a Borodina sulla Masewa: era fatale che sui confini dell'Asia perisse la fortuna napoleonica: arse Mosca, immensa città, cagione e presagio di casi funesti. Una rotta toccata a Murat avvertiva Napoleone che il nemico si faceva vivo, e che quello non era più tempo di starsene in fondo delle Russie. Gli restava l'elezione della strada al ritirarsi. Pensò di ridursi, passando per Calug e Tuia, a svernare nelle provincie meridionali della Russia: vennesi al cimento terminativo di Malo-Yaroslavetz, in cui mostrarono un grandissimo valore i soldati del regno italico. Quivi perirono le speranze di Napoleone, quivi si cambiarono le sorti del mondo, quivi rifulse principalmente la virtù di Kutusof, generalissimo di Alessandro. Napoleone, ributtato con ferocissimo incontro, fu costretto a voltarsi di nuovo alla desolata strada di Smolensco; il russo gelo spense l'esercito: pianse e piangerà eternamente la Francia, piange e piangerà l'Italia il suo più bel fiore perduto.

MDCCCXIII