Poi sulla destra dello stemma reale, anch'esso circondato di lumi, si vedeva un sole risplendente col motto: Imbres et nubila vincit. Sulla sinistra, la Bastia col rimanente della Corsica e tre gigli col motto: Et Cyrno crescite flores.
Che cosa pensassero i Corsi di queste dimostrazioni, non è punto necessario che con parole si scriva.
Fermi poi questi primi bollori, dalle feste si fece passo alle finzioni, dalle finzioni poscia alle battaglie. Il duca di Choiseul, ministro del re, scrisse a Paoli, notificandogli che i soldati di Francia non avrebbero dato veruna molestia allo nazione, che il marchese di Chauvelin, tosto che fosse in Corsica pervenuto, si sarebbe con esso lui accordato, affinchè con buona armonia passassero le cose, che il re accoglieva l'isola sotto l'ombra sua, e prendeva cura della sua felicità. Poi si mandò fuori voce che per certi rispetti si farebbe un po' di guerra, ma senza danno della nazione, perchè le soldatesche regie adoprerebbero di concerto con le corse.
I Corsi, che tenevano l'armi in mano, non sapevano che dirsi, ed erano da varii pensieri agitati. Li tolse finalmente dal dubbio un'intimazione fatta da Marbeuf a Paoli: tenere lui ordine dal re di fare che tra Bastia e San Fiorenzo fossero e restassero liberi i passi. Nello stesso tempo si lasciò intendere che voleva che gli fossero cedute le scale dell'isola Rossa, Algaiola, Macinaio e Gornali. Il Corso, che vedeva essere perciò fatto incominciamento di guerra, rispose col sangue avere acquistato que' luoghi, col sangue volerli conservare: bene accorgersi che si voleva privare la nazione della libertà, frutto di tanta guerra.
Ora doveva il mondo giudicare se i Corsi, poichè al ferro si veniva, nell'imprender guerra contro la potente Francia, più imprudenti o più prudenti fossero, più temerarii o più coraggiosi. Ripromettevansi i Franzesi di soggiogarli; i Corsi si ripromettevano di poter sostenere quella libertà per cui combattevano fin già da otto lustri: Paoli e Corsica uniti insieme si credevano invincibili.
Non così tosto Paoli si avvide, per l'intimazione fatta da Marbeuf e da altri segni che la Francia alle cagioni di Genova e per suo pro veniva a trovare la Corsica coll'armi, e sopra di sè pigliava la guerra, fu reso capace ch'era venuto il tempo di fare gli ultimi sperimenti; laonde applicò il pensiero a prender modo alle difese e ad ordinare quanto per la conservazione della libertà in così estremo caso abbisognasse. Pose in arme tutte le milizie, aggiunse nuovi soldati ai reggimenti d'ordinanza; formò campi mobili, mise in forte tutti i luoghi capaci di munizione, e stabilì in somma ogni cosa a valida propugnazione e conservazione dello Stato. E la nazione tutta consentiva con lui: correvano i Corsi ad offrirsi con volontà prontissima. Quelli che militavano ai servigi di Francia, chiesta licenza, si acconciarono volonterosamente a quelli della loro nazione. Narrano che per tanta concitazione, Paoli avesse cinquanta mila uomini tra pagati dallo Stato, o dalle provincie, o dalle pievi, o dai comuni, o da sè medesimi.
Paoli aveva sua stanza a Murato con la sua eletta schiera dei mille, aggiuntevi alcune altre: il suo fratello Clemente alloggiava ad Oletta con cinque mila.
Stando le cose in questi termini, si venne al paragone dell'armi. Correndo il dì 30 di luglio, i Franzesi andarono alla fazione dello strigarsi le strade tra Bastia e San Fiorenzo. A questo fine, per incontrarsi sul mezzo, partirono Marbeuf dalla prima di dette piazze, ed il maresciallo di campo Grandmaison dalla seconda. Grandmaison spinse i Corsi con molto sangue, poi fu respinto con molto sangue anch'esso. Ingrossò i soldati, vinse in una trincea quarantadue Corsi, che si lasciarono tagliare tutti a pezzi piuttosto che arrendersi, e marciò verso le vie più strette. Combattuto e combattendo si avanzava, volendo passare alla conquista di Olmetta e di Nonza.
Marbeuf nel medesimo tempo, partendo da Bastia, s'era avvicinato alle montagne, cacciatosi davanti con uccisione e presura di molti tutte le piccole squadre del nemico, che fecero pruova di contrastargli il passo. Già era pervenuto verso Barbaggio, e già a Patrimonio s'accostava: assalse le due terre, e da ambe fu ribattuto con molto sangue. Volle impadronirsi della sommità di Montebello, e fu lo sforzo indarno. Così successero i fatti di guerra all'ultimo di luglio ed al primo di agosto. Ai 2, Marbeuf si avventò con più poderose forze contro Barbaggio e Patrimonio. Fuvvi un caldissimo combattere alla seconda di queste terre, che presa e ripresa più volte, dimostrò quanto valorosi fossero ed assalitori e difenditori, ma finalmente cesse in potestà di Francia. E i Franzesi ottennero più facilmente Barbaggio, loro restando da superarsi la forte terra di Furiani, dove reggevano le milizie Nicodemo Pasqualini e Gian Carlo Saliceti, e la torre di Biguglia.
Intanto, per la perdita di Patrimonio e di Barbaggio, quasi tutta la provincia del Capo Corso venne in potere dei Franzesi, i quali, possedendo anche la pieve di Sisco, s'impadronirono di Nonza, di Brando e di Erbalunga. Solo ostavano Furiani e Biguglia, onde sicuramente non possedessero il Capo Corso.