Giunse in questo mentre in Corsica il marchese di Chauvelin soprattenuto fino allora in viaggio per infermità; nè giunse solo, ma con nuovi soldati, specialmente colla legione reale. Volendo usare l'impressione che credeva avere fatto nella nazione i primi conflitti sull'istmo per cui si va nell'interno del Capo Corso, pubblicò patenti regie, nelle quali parlava il re Luigi: avergli la repubblica di Genova trasmesso la sovranità dell'isola; tanto più volentieri averla accettata, quanto più bramava di procurare felicità a' suoi nuovi sudditi, ai suoi cari popoli di Corsica: volere che si posassero i tumulti che da tanti anni gli agitavano; voler mantenere le promesse per la forma del governo della nazione; sperare che la nazione, godendo i vantaggi della protezione sua, sarebbe per sottomettersi, e non lo ridurrebbe alla necessità di trattarla come ribella; ammonirla che se nell'isola continuassero qualche confusione torbida e mista o la pertinace disobbedienza, ne risulterebbe la distruzione d'un popolo da lui con tanta compiacenza nel numero de' suoi sudditi adottato.

Così parlò il re Luigi, nuovo sovrano, ai Corsi; e quindi parlò Chauvelin, che siccome i Corsi Franzesi erano, così comandava che nissun Corso con altra bandiera stesse a navigare fuorchè colla Franzese, ed ogni comandante, padrone, capitano o maestro di nave venisse a levare da lui le nuove patenti e la bandiera bianca.

Come ebbero parlato il re e Chauvelin, parlarono i Corsi; cioè per loro il generale ed il consiglio supremo. S'assembrarono a Casinca, s'accordarono, scrissero le loro ragioni e querimonie; ma vane furono le querele, vani i preghi, vane le rimostranze: ai loro instanti desiderii si opponeva una lunga e ben considerata e bene ponderata risoluzione.

In settembre si venne novellamente in sul menar le mani ed al combattere le ostinate battaglie. I Franzesi combatterono col solito valore, ma i soldati soli; i Corsi pugnarono con eguale valentia, ma le donne ed i fanciulli con essi. La disciplina prevalse al numero, i Franzesi conquistarono la provincia del Nebbio, ritiratisi i due Paoli, non isbandati, ma congregati, ai luoghi più sicuri verso le montagne di Tenda e di Lento, per non mettere a cimento tutta la somma delle cose in una giornata campale e giudicativa. Sottomesso il Nebbio, i soldati di Chauvelin si scagliarono contro Furiani e Biguglia, e prima questa, poi quella, più sopraffatte che vinte, cedettero.

Infrattanto sbarcato era in Calvi il colonnello Buttafuoco, che venia di Francia desideroso che l'isola a buone condizioni si acconciasse con chi più poteva. Gridava pace, la resistenza vana stimava, predicava la sommessione per forza più acerba che per voglia. Ne scrisse a Paoli che allora era in alloggiamento a Rostino; avvertendo che quelli che vogliono sopravvincere perdono, e pregandolo che impiegasse ogni suo uffizio, usasse l'autorità ed il credito per fare che i popoli di queto alla Francia si assoggettassero. Ebbe risposta, ma non quale la desiderava, imperocchè Paoli gli diceva: avere i Corsi fatta una giusta presa d'armi, volere la libertà, averla a note indelebili ne' loro animi scolpita, lui volergliela conservare; per sè non combattere, ma per tutti; tal essere il dover suo; volgesse poi la fortuna le sorti della Corsica come volesse, o che a libertà la destinasse od a servitù.

In questo mezzo tempo arrivarono nuovi soldati di Francia, sforzo pur troppo grande per una Corsica, ma da cui si vedeva manifestamente che il re Luigi aveva ad ogni modo fisso il pensiero nella conquista. Paoli temè de' deboli, chiamò in sussidio la religione, e fe' replicare ai capi il giuramento del 1764, che qui sotto si trascrive, quantunque in esso si leggano alcune espressioni che più non si appropriano al caso presente.

«Noi giuriamo, e prendiamo Dio per testimonio, che vogliamo piuttosto morire che fare alcun trattato colla repubblica di Genova, e di nuovo sottometterci al suo dominio. Se le potenze dell'Europa, e soprattutto la Francia, non hanno pietà di noi, e vogliono contro di noi armarsi e tentare di abbatterci, rispingeremo la forza colla forza. Combatteremo come disperati, che hanno risoluto di vincere o di morire, sino a che siano affatto abbattute le nostre forze, e l'armi ci cadano di mano. Allora la nostra disperazione c'incoraggerà ad imitare i Sagontini, vale a dire, ci getteremo piuttosto nelle fiamme che sottometterci al giogo insopportabile dei Genovesi.»

Tale giuramento, fatto quattro anni innanzi contro Genova, ora il voltavano contro la Francia.

Alle raccontate fazioni ed esortazioni s'infiammavano vieppiù da ambe le parti gli spiriti, e con maggior calore si ricominciarono le battaglie. I Franzesi, condotti dal marchese d'Arcambal, passato il Golo ed entrati in Casinca, occupato avevano il Vescovato, Venzolasca, Oreto e la Penta, passo di grande importanza, perchè apre l'adito ai monti; ai quali progressi, cedendo alla forza sopravanzante, s'erano sottomessi la pieve di Tavagna, alcuni paesi d'Orezza ed una parte della Casinca. Non mai ebbero i Franzesi più fondata speranza di terminare felicemente la loro impresa, come dopo l'acquisto della Casinca e di Tavagna, paesi di gran momento, perchè da essi sono solite a prendere esempio le altre popolazioni marittime delle parti orientali dell'isola; e, ciò che più favoriva il loro proposito, era che i popoli di quelle terre, spaventati dall'aspetto sinistro delle cose, da sè medesimi si davano e correvano all'obbedienza.

I capi di Corsica videro il pericolo, e non se ne sgomentarono. Per isturbare quegli acquisti a' Franzesi, adunaronsi in Rostino, rassegnarono tutti gli uomini abili all'armi tanto delle pievi vicine quanto di quelle prossime a Corte, e ragunatili, deliberarono di scendere alla riconquista de' luoghi perduti. Uomini erano fortissimi di cuore, infiammatissimi ne' desiderii; e per vieppiù accenderli, Paoli loro parlò, conchiudendo il caldissimo discorso con queste parole: «Di Sampiero ricordatevi, e me seguite; vittoria vi prometto, ed avrete vittoria.»