Così detto, Paoli trasse una pistola, e, sguainata la spada, si mosse il primo, verso la sottoposta Casinca avventandosi. Il seguitarono avidissimi del nemico sangue, e: «Moriamo, moriamo per la Corsica (gridavano), moriamo pel duce nostro, moriamo per la libertà.» E così gridando e fremendo, calavano con le robuste piante da quegli aspri gioghi.
Si fecero avanti per due strade, l'una più su per piombare sopra Orezza, l'altra sotto, per a Sant'Antonio, onde accennare contro il Vescovato. Mescolaronsi ferocemente Franzesi con Corsi; cedevano ora questi ora quelli alternamente vincitori o vinti. Il fine fu che i Corsi riacquistarono Penta superiormente, Venzolasca inferiormente.
L'acquisto della Penta diede loro più grande ardimento. Perciò, passato il Golo, guadagnarono paese sulla sinistra del fiume, presero Murato e ricuperarono buona parte del Nebbio superiore. Fecero in Murato una ricca preda, togliendo a Grandmaison, posto in fuga, i bagagli, le tende e due pezzi di cannone. Di tal maniera furono compressi i Franzesi nel Nebbio, che già i loro nemici si approssimavano a San Fiorenzo; tornati alla Corsica Barbaggio, Patrimonio e Furinole.
I Franzesi s'erano fatti forti a Loreto con animo di allargarsi vieppiù. I Corsi, per turbar loro i disegni, andarono a sloggiarli, a fine di spazzare tutta la Casinca. Per ben sette ore durò l'assalto della terra, cui finalmente più non potendo i difensori sostenere, perchè continuamente arrivava a Paoli nuova gente delle montagne, cessero e fecer opera di ritirarsi, lasciando, non solamente Loreto ma ancora Vescovato ed altri luoghi di quella provincia, per cercar ricovero oltre il Golo contro la furia corsa, che li perseguitava.
Fuggivano i Franzesi inseguiti ed incalzati da' Corsi, i quali, siccome abili imberciatori, ne facevano grande scempio. Molto anzi maggiore danno avrebbero patito, se i loro persecutori, irritati contro di que' popoli che di volontà si erano dati, non si fossero messi in sul saccheggiare il paese, di maniera che la ruina de' Corsi che s'erano sottomessi fu al tutto la loro salute; però lasciando in potere de' vincitori quattro cannoni.
L'avveduto Clemente Paoli, prevedendo che i fuggitivi sarebbero concorsi al ponte del lago Benedetto, per ivi passare il fiume, corse avanti, e l'occupò; il che pose in quasi totale disperazione i vinti. Arrivati al fiume, e vedutolo gonfio ed alto, si arrestarono. Sopraggiungevano a torme i Corsi animati dal furore, dal numero, dalla vittoria: fecero i Franzesi qualche testa, ma ormai vedevano l'ultimo loro eccidio, se non passavano. Misersi all'acqua, le onde furiose li trasportavano, i Corsi furibondi li saettavano con le archibugiate giuste, molti perirono affogati, molti coi corpi trafitti dalle palle, mescolando il loro sangue colle acque del fiume, e fiume funesto fu il Golo pei Franzesi in quel terribile punto: seicento soli si ridussero a salvamento sulla sinistra sponda, e drizzarono i passi verso il borgo di Mariana.
Desideravano i Franzesi di conservare in loro potestà quel borgo come terra che poteva facilitare di nuovo il passo del Golo, e per essere quasi antibaluardo di Bastia. Ondechè non così tosto vi pervennero, che si diedero a fortificarlo, cingendolo d'ogni intorno di terrapieni e fossi, e chiamando da Bastia nuove provvisioni di artiglierie e di munizioni così da guerra che da bocca.
Ma i Corsi quella terra ad ogni costo occupare volevano, sì perchè credevano necessario, a maggiore fracassamento del nemico, di seguitare l'impeto della vittoria, e sì ancora perchè la possessione di Mariana dava loro facoltà di andar a romoreggiare sin sotto le mura di Furiani e di far accorti i Bastiesi che ancora a loro spavento ondeggiavano in aria le insegne del Moro.
Paoli s'infiammò, incalzò, corse; i compagni le sue pedate seguitavano sonando. Quindi, per far maggiore l'oste sua vincitrice, comandò a Mario Cottoni che venisse da Aleria, a Giannantonio Arrighi da Corte, a Giulio Serpentini da terra del Comune; e in fatti giunsero sull'imbrunire, verso notte, a Mariana, e ne occuparono le pendici esteriori; poi fecero una circondazione, e scavarono ed ammontarono la terra d'ogni intorno. L'assaltarono da presso, da lontano l'assediarono; Saliceti, Grimaldi, Raffaelli, Agostini da Ponente, Gafforio, Gavini da Levante si posarono vicini alla terra e senza tregua l'infestavano colle artiglierie. Gli altri si alloggiarono più alla larga, per impedire le vettovaglie e gli aiuti; Clemente Paoli alla strada che porta al Nebbio, Serpentini alla Serra, Pasqualini presso a Luciana per guardare quelle alture, il generalissimo poi in Luciana per essere in pronto di sopravvedere ogni cosa da quella eminenza, e di soccorrere ove abbisognasse.
Chauvelin, avuto avviso del pericolo de' suoi che se ne stavano serrati in Mariana, si deliberò immantinente di accorrere in aiuto, movendosi da Bastia con tre mila uomini bene armati. Siccome poi era pratico capitano, volendo dar favore al suo movimento anche da un'altra parte, mandò comandando a Grandmaison che, da Oletta scendendo, venisse a battere le strade verso Mariana, sperando per tal modo di mettere i Corsi in mezzo. Mosse in fatti Grandmaison e affrettava verso Mariana i passi; ma i nazionali, che avevano avuto avviso dell'intenzione e del movimento, s'interposero di mezzo tra San Fiorenzo e il Borgo, alloggiandosi alle strette delle alture di Rutali in così grosso numero, che il Franzese stimò che non fosse bene di venire ad un cimento di troppo eccessivo pericolo. Per la qual cosa, non che tentasse di sloggiarli, se ne ritornò e rimase in Oletta, senza che perciò Chauvelin, non ostante che perduto avesse la speranza della sua cooperazione, volesse deporre il pensiero di dar l'assalto a chi assaltava Mariana, credendosi da sè solo bastante a compir l'impresa, e nel suo disegno secondato da Marbeuf, ch'era con lui.